Alla Casa del Jazz di Roma, il “cantastorie civile” smaschera i doveri sociali della felicità, celebrando la scelta consapevole del qui e ora
Casa del Jazz, Roma. Questo 5 luglio è la sera di Stefano Massini con La Ricerca della felicità. Il clima nel parco è gradevole, con una leggera brezza, l’atmosfera è carica di aspettative, di curiosità e di voglia, da parte del pubblico che ha gremito la platea, di ascoltare una delle voci più interessanti ed intense del nostro teatro di narrazione, un “cantastorie civile” che usa una parola precisa, ritmata e quasi ipnotica per smontare la complessità del reale, che si tratti di economia o di cronaca, come accadrà per questo spettacolo.

Stefano Massini
La Ricerca della Felicità, non può essere chiamato semplicemente spettacolo: quella a cui ci si appresta ad assistere, sarà una “biopsia del presente” condotta da un “rabdomante di storie” capace di trasformare il palcoscenico in un’aula di tribunale e, contemporaneamente, in una seduta di analisi collettiva.
La scena è di un minimalismo estremo: un’asta, un microfono, un leggio e uno sgabello. Nulla più. Eppure, in questa nudità scenica, Massini ha sprigionato un “fiume sonoro” ipnotico, un’affabulazione che per poco meno di due ore ha tenuto il pubblico – che gremiva ogni ordine di posti – in uno stato di tensione narrativa costante.
Ad accompagnarlo, in un dialogo serrato tra parola e note, il polistrumentista Luca Roccia Baldini, i cui interventi non sono stati semplici pause, ma contrappunti emotivi necessari, spaziando da composizioni originali ai capolavori di Franco Battiato, come una vibrante “Lode all’inviolato” e una malinconica “Prospettiva Nevski”, o come Nomadi, utilizzata per descrivere la figura del “nomade” che, a differenza del pellegrino, non cerca una meta ma assapora il viaggio e gli “angoli della tranquillità”.
Il perno drammaturgico è un “processo” kafkiano: Massini parte da un agghiacciante fatto di cronaca del 2019, un omicidio avvenuto a Torino dove il movente era l’insopportabile felicità della vittima. Da qui, l’autore inizia a smontare il concetto di felicità, denunciando come oggi essa sia diventata un “imperativo categorico” di kantiana memoria e un “dovere sociale”. In un’era “schizofrenica”, chi non simula una perenne contentezza rischia l’esclusione: dal lavoro, dalla politica, persino dagli affetti. Siamo tutti iscritti a una grande gara e la posta in gioco è la nostra accettazione sociale, a costo di mascherare ogni fragilità dietro una risata posticcia del “sono felice e va tutto bene”!
Con la sua consueta capacità di scompositore di parole, Massini ha trascinato gli spettatori in un vortice di iperboli. Ha smascherato i falsi modelli che la società ci propina: il successo deformante di Niccolò Paganini – affetto dalla Sindrome di Marfan alla quale si devono le caratteristiche fisiche che gli consentivano incredibili virtuosismi – o la bellezza disperata di Marilyn Monroe; icone che il mondo additava come felici ma che vivevano nell’abisso della solitudine. È passato poi a demolire i racconti criminali dei Fratelli Grimm: fiabe come Biancaneve che illudono i bambini con l’inganno del “vissero felici e contenti”, proponendo principi azzurri che, nella realtà, si rivelano spesso figure di “padri-padroni”.
Il ritmo non concede tregua, se non per lasciar risuonare la spietata ironia di Arthur Schopenhauer. La sua Lettera alla felicità, letta da Massini con una precisione chirurgica, ha descritto la nostra ricerca come l’attesa vana di una «[…] aragosta divina» da parte di chi, pur avendo pane e vino, si condanna all’inedia per un desiderio mitologico. La vita come un pendolo tra dolore e noia, dove la felicità è solo l’illusione di un istante in cui “poteva andare peggio”.
Ma qual è la via d’uscita da questo tunnel che ci spinge a proiettare la gioia sempre nel futuro (il weekend, le vacanze, la pensione)? La risposta di Massini risiede nell’arte di «[…]fermare il tempo e chiamarlo per nome». Citando Lev Tolstoj, l’autore ha invitato il pubblico a possedere fisicamente l’istante, come si tiene una conchiglia tra le dita. Non serve un traguardo lontano; serve la capacità di dire: «[…] Oggi, 5 luglio, in questo preciso minuto alle 22 e 59, io sono vivo e questo momento è mio».
Carpe Horam. È un appello al ritorno a un tempo lento, fatto di soste e imprevisti, proprio come i Nomadi di Battiato che assaporano gli “angoli della tranquillità”. Massini, come un moderno Diogene, non cerca più l’uomo astratto, ma l’uomo capace di stare nel qui e ora.

Luca Roccia Baldini
Il finale è stato un trionfo. Gli applausi, ripetuti e prolungati, hanno convinto Massini e Baldini a concedere un ultimo regalo: cinque minuti di narrazione extra, un’appendice preziosa che ha suggellato una serata indimenticabile. In un mondo che ci vuole “performanti” e forzatamente sorridenti, Massini ci ha ricordato che la vera libertà risiede nel diritto all’imprevisto e nella consapevolezza che l’unico tempo che ci appartiene davvero è quello che stiamo respirando in questo esatto istante.
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La Ricerca della felicità – di e con Stefano Massini, musiche Luca Roccia Baldini, in copertina Stefano Massini , Casa del Jazz 05 luglio 2026
Foto ©Grazia Menna





