di Sofia Chiappini

 

In scena al QuirinoTroiane”, la tragedia euripidea che, per eccellenza, svela il legame tra ritualità del compianto funebre e mito.

Quella di “Troiane” è una parabola controversa. Come sappiamo ogni allestimento della tragedia si scontra, in epoca moderna, con la scarsità di fonti e notizie affidabili sulla sua messa in scena originaria. Una situazione aggravata, in questo caso, dalla perdita della trilogia, unicum nella produzione euripidea, di cui in origine “Troiane” faceva parte, insieme all’ “Alessandro” e al “Palamede“.

La profondità del debito che “Troiane” contrae con la tragedia dell’ “Alessandro”, lungi dall’essere un dato esclusivamente filologico, apre a una prima constatazione del carattere controverso di questa tragedia. Quest’ultima narra dell’epilogo della guerra di Troia, con un esplicito rimando alle vicende contenute nell’ “Iliade” omerica, in cui, tuttavia, centrale diventa il ruolo del compianto femminile, una volta periti gli uomini.

Leggiamo dai frammenti superstiti dell’ “Alessandro” (ovvero Paride) una ricostruzione del personaggio assai diversa da quella omerica, che dovrebbe dissuadere ogni messa in scena, persino quelle più audaci, come in questo caso, dal fare di Elena (Alessia Spinelli) una femme fatale. Quest’ultima è parte di un meccanismo d’interessi assai complesso, in cui ridurre il suo discorso, pronunciato in dialogo con Ecuba, a una difesa farsesca significa non comprendere la natura esclusivamente maschile della guerra nell’antichità, la stratificazione testuale della tragedia e il suo intento politico.

Tuttavia, è bene ricordalo, non dobbiamo intendere “Troiane” come un manifesto proto-femminista.

In questo allestimento il personaggio di Elena subisce un rovesciamento grottesco non solo in virtù dell’impiego di una fisicità poco controllata, di piani d’ascolto che somigliano più a ‘controscene’, bensì per una mancanza di sensibilità nei confronti del testo stesso.

L’impiego dell’elemento tecnologico, secondo cui Elena sarebbe un’influencer ante litteram, attorniata da dispositivi all’avanguardia e ossessionata dalla sua stessa immagine appare una scelta interessante, che, tuttavia, non subisce particolari evoluzioni all’interno della narrazione.

Euripide scrive questa tragedia con un intento che, prima ancora che essere politico (in riferimento alle vicende accadute a Melo nel 416 a.C., testimoniate dal personaggio di Taltibio, interpretato da Graziano Piazza che, nonostante un’interpretazione complessivamente molto efficace, si abbandona sul finale a toni lievemente pietistici), è eminentemente conoscitivo. Si va a vedere la tragedia per comprendere razionalmente i modelli di comportamento da adottare: la forza e la dignità di Ecuba (Elisabetta Pozzi), il coraggio e la fedeltà di Andromaca (Francesca Porrini), la saggezza profetica di Cassandra (Federica Fracassi).

Protagoniste di “Troiane” sono le potenti sovrane della città di Ilio ormai prossime a diventare schiave, in cui, però vero e proprio protagonista è solamente il Coro delle troiane nella sua interezza. La scelta registica di Chiodi di non delegare il Coro a delle attrici in carne e ossa, bensì al mezzo tecnologico, con delle video-proiezioni simili a delle call di Zoom, risulta fallimentare. Pur essendo, molto probabilmente, dettata da comprensibili motivazioni economiche e dalla volontà di trasformare l’arena tragica in uno spazio angusto e minimale, esistenzialista, la resa finale ne risulta sacrificata.

L’interpretazione che Elisabetta Pozzi fa di Ecuba è encomiabile, in quanto quest’ultima ben interpreta quell’idea di forza tragica che, anche fisicamente, si oppone alla disastrosa rovina che spingerebbe l’essere umano al suolo, come schiacciato dal peso della sua finitezza, a rialzare fieramente la testa, in ultima istanza a guardare – e, in certi casi eccezionali, a sfidare – il divino.

E nondimeno, l’uomo post-moderno non può permettersi di considerare il Coro come il frutto di un’idea di teatro sorpassata o sacrificabile, perché è solo grazie a esso che la tragedia può conservare il suo ritmo. Eliminandolo o delegandolo al mezzo tecnico non si rischia di fare altro se non di vanificare lo sforzo delle/degli interpreti sulla scena.

Troiane” è una tragedia che fin troppe volte è stata ignorata dai critici oppure ridotta a pietistico inno femminile, nonostante in essa sia contenuto un bene inestimabile. Il ritmo è la linfa vitale di questo testo, è la storia stessa della nostra concezione esistenziale della vita e della morte, è la storia di quelle eccellenze italiane, che tra filosofia, antropologia e storia hanno animato la vita culturale del nostro paese.

Ne è un esempio l’antropologo Ernesto De Martino, il cui insegnamento cambia il destino di questa tragedia. La sua lezione, contenuta nella celebre opera “Morte e pianto rituale”, pur avendo ispirato a lungo il lavoro, fra gli altri, di Pasolini non sembra, tuttavia, essere stata ascoltata a sufficienza.

“Troiane” è l’emblema di quel ritmo del lamento che scaturisce dal dolore della perdita, dal vuoto che si crea di fronte al corpo esanime di chi amiamo, di un grido di dolore violento che, soltanto facendosi rito, ci sottrae dall’atto più estremo del suicidio.

 

TROIANE – dal 18 al 23 gennaio

  • da Euripide
  • adattamento e traduzione di Angela Demattè
  •  con
  • ELISABETTA POZZI GRAZIANO PIAZZA  FEDERICA FRACASSI
    FRANCESCA PORRINI  ALESSIA SPINELLI
  • scene Matteo Patrucco
  • costumi Ilaria Ariemme
  • luci Cesare Agoni
  • musiche Daniele D’Angelo
  • regia ANDREA CHIODI
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