di Sofia Chiappini

 

Lintervista al direttore artistico de Lo Spazio, storico teatro off di Roma, per tirare le somme a un anno dalla prima chiusura, tra leggi machiavelliche, riaperture periodiche e uninesistente identità di categoria. 

 

Manuel Paruccini entra a far parte della compagnia di balletto del teatro dellOpera di Roma alletà di diciotto anni, dove inizia fin da subito a ricoprire ruoli da solista e Primo ballerino. Grazie alle sue qualità interpretative viene scelto come protagonista di numerose produzioni e vengono creati per lui innumerevoli ruoli. Viene nominato primo ballerino della compagnia e parallelamente comincia ad aprire i suoi interessi al Teatro di Prosa, partecipando a produzioni al Teatro Nazionale di Roma.

Il rapporto complesso con leredità precedente si somma alla realtà pandemica: come cambia il lavoro del direttore artistico?

Sono diventato direttore artistico a gennaio del 2020, ereditando lultima stagione preparata, un po frettolosamente, dal mio predecessore e, nel frattempo, iniziando da subito a lavorare a quella nuova. La mia più grande difficoltà è stata rivalutare lidentità di questo spazio, per anni abbandonato, anche da parte degli artisti e delle compagnie, rispetto ai quali si era creata una situazione di confusione. Ho dovuto, quindi, impegnarmi per cercare di far capire che la musica era cambiata. Siamo ripartiti dalla dignità di questo luogo, prima di tutto convincendo le compagnie a tornare a collaborare con noi, per poi cercare di proporre una programmazione ad hoc, senza limitarci a un determinato genere. Desideravo che lofferta fosse ad ampio spettro e che Lo Spazio si plasmasse a seconda degli artisti e delle proposte che venivano, di volta in volta, presentate. Lidentità doveva essere fondata sulla ricerca di una qualità reale.

È stato un lavoro enorme, che ho materialmente portato avanti da solo, con laiuto del direttore di produzione Antonella Granata, nonché attraverso il sostegno della società che gestisce il teatro. Ho cercato di proporre una stagione secondo il mio gusto, progetto che ha poi richiesto tutta unaltra serie di sforzi, come lorganizzazione di una conferenza stampa, lassunzione di un ufficio stampa, nonché un sistema organizzativo per la sigla dei contratti e laccordo con la biglietteria online. Uno dei compiti fondamentali di un direttore artistico è la stipula degli accordi con le compagnie, in cui si deve distinguere tra le diverse proposte, a seconda che si tratti di debutti o riprese. Si devono considerare tutta una serie di variabili, che includono il cercare di capire quali possano essere gli spettacoli più adeguati, anche a seconda dei diversi periodi.

 

Una stagione fittissima, ricca di eventi, proposte che spaziano dalla prosa, alla stand-up, fino alla musica e alla danza: come vi siete mossi rispetto alle chiusure e cosa prevedete per il futuro?

La stagione è stata davvero lavorata a cesello, abbiamo debuttato con Venere in pelliccia (Leggi qui la recensione di Quarta Parete), ma dopo otto spettacoli la stagione è morta e tutto si è fermato. I ristori sono arrivati tardissimo e, anzi, ancora devono arrivare. Le spese vive del teatro sono rimaste tali, visto che Lo Spazio, in ogni caso, rimane aperto per tutte quelle attività che è ancora possibile portare avanti, come laffitto sala e, dunque, rimangono da pagare il consulente del lavoro, il commercialista, la segreteria, le bollette e, soprattutto, un affitto oneroso, considerando che il teatro è privato. Quindi, far ripartire la macchina significa, innanzitutto, recuperare tutta lenergia dispersa. Al fine di programmare uneventuale ripartenza è necessario capire se le compagnie sono disposte a lavorare con un rischio cosìalto, sempre ammesso che abbiano hanno avuto il tempo di provare e investire in nuove produzioni. Inoltre, risulta economicamente problematico anche portare a termine delle decisioni apparentemente banali, come richiamare il tecnico dalla cassa integrazione, ovviamente a spese del teatro. Un altro costo vivo per il teatro è poi la Siae, oltre alla biglietteria online, che in un periodo come questo è certamente preferibile al passaggio di denaro contante. Insomma, con un costo del biglietto che può oscillare dai dodici ai quindici euro e considerando che un teatro off generalmente applica una formula di 70/30 (ovvero il 70% dellincasso va alla compagnia e il 30% al teatro), non serve essere un genio della matematica per capire che rientrare dei costi risulta impossibile!

Ad ogni modo, è possibile ragionare anche secondo una diversa logica, ovvero accettando la situazione e preferendo allimmobilismo la scelta di rimettersi in moto, pur consci che non ci sarà alcun guadagno, ma con la consapevolezza di aver fatto veicolare il nome del teatro, dando alle compagnie la possibilità di mantenersi vivi artisticamente e produttivamente. In America esiste un famoso attore che, ai semafori, nel tempo di un minuto, cioè per la durata del rosso, mette in scena dei frammenti brevissimi tratti dai musical più celebri. Così, avevo pensato di proporre unidea simile qui a San Giovanni, con un minuto di performance ispirato agli spettacoli in scena a Lo Spazio, ma mentre negli Stati Uniti questo genere di performances hanno successo, qui finirebbe malissimo

Richiedendo loccupazione di suolo pubblico nello spazio adiacente il teatro, unaltra proposta che avevo ipotizzato era di allestire alcuni spettacoli allesterno, soprattutto durante la stagione estiva. Tuttavia, anche ottenendo i permessi necessari, questo genere di operazioni richiederebbero un investimento economico non indifferente, ancora una volta, senza alcun tipo di garanzia. Francamente, non so più nemmeno dove trovare tutta lenergia necessaria a continuare, ma, daltra parte, sono molto dispiaciuto: le/gli artiste/i sarebbero tutte/i disposte/i a lavorare, anche senza una prospettiva di guadagno. Per quasi trentanni sono stato sul palcoscenico e so perfettamente cosa significhi non potersi esibire: sarei stato disposto a tutto allepoca, ma oggi credo che non si possa fare sempre esclusivo affidamento sulla spinta artistica e sulla passione. Riaprire, con le stesse condizioni di quando eravamo chiusi, è impossibile.

 

Il teatro è un mosaico complesso e a volte difficile da interpretare. Cerchiamo di spiegare le differenze, innanzitutto, tra teatri pubblici e privati e poi, come in questo caso, tra privati ‘in’ e ‘off’.

Per quasi trentanni ho fatto parte di uno dei più grandi teatri dItalia e, perciò, ho sperimentato in prima persona la netta differenza tra un teatro statale o uno stabile e uno privato. Per questa ragione è evidente che ci sia, da parte di chi èin una posizione di privilegio, la voglia di mantenerlo e di insistere su questultimo. In realtà il problema è più generale,si deve fare qualche cosa per salvare il teatro tutto e non un tipo di teatro, come invece sta accadendo. Nel tempo si sono create diverse associazioni, in cui ci si unisce per cercare di essere coesi. Ad esempio, come direttore de Lo Spazio, faccio parte di UTR (Unione dei Teatri di Roma), ma con tutta la buona volontà e nonostante i molti sforzi fatti, è ovvio che le esigenze di un piccolo teatro non potranno mai essere quelle di uno di grandi dimensioni. Nonostante si tratti di teatri privati, risulta pressoché impossibile avere le stesse necessità e obiettivi, anche se ciò sarebbe auspicabile. Sarebbe, infatti, necessario riuscire a ottenere un appoggio e un aiuto comuni, che partano dalla base: è il teatro di per sé a dover essere salvato ed è per questo che dichiarazioni superficiali, come quella di Franceschini sulla riapertura, proferite senza la minima cognizione di che cosa ciò voglia dire, sono inaccettabili. E tutto ciò, mentre ci viene detto quotidianamente che i contagi sono in aumento e che la terza ondata è dietro langolo. Non si capisce come mai, dopo essere stati chiusi per primi, perché sembrava che il teatro fosse il posto più pericoloso sulla faccia della terra, adesso, con gli stessi numeri di contagi si dovrebbe tornare a lavorare. Ma in che modo? Con una serie di restrizioni enormi, a cui, personalmente, sono anche favorevole, perché tutti ci dobbiamo adattare a questa nuova realtà, ma è necessario che ci diano la possibilità di mettere in pratica realisticamente i nostri progetti, dato che ci si scontra con una serie di problematiche ineludibili, come il coprifuoco o lincertezza legata ai colori delle regioni.

Il teatro è una scelta, non è una necessità, anche se dovrebbe essere una scelta della mente e dellanima, ma sappiamo tutti che poi, tra ideologia e realtà, c’è di mezzo tanto altro. Sono tra quelli che il 15 giugno scorso – con una data assurda, in cui generalmente i teatri chiudono – ho riaperto subito, con degli eventi ad hoc, ideati con Attilio Fontana ed Emiliano Reggente, proponendo, nellarco di quattro giorni, una full immersion di dodici spettacoli. Tutto ciò è stato possibile perché la spinta alla ripartenza era fortissima. In questo momento, però, tutto ciò mi sembrerebbe una forzatura: non è vero che stiamo ripartendo, i problemi non sono affatto finiti. Per quanto mi riguarda ciò che conta, al di là di qualsivoglia principio, è il lato pratico di realizzazione effettiva delle proposte.

 

Quali sono le differenze tra ‘in’ e ‘off’ sul fronte degli aiuti?

In questo momento anche i grandi teatri, gli stabili e gli enti lirici soffrono la situazione, ma c’è anche da dire che questultimi sono anche gli unici a continuare a ricevere in maniera inalterata fondi statali, attraverso il FUS. Questo sistema permette loro, pur non producendo nulla, di colmare i debiti contratti in precedenza e proseguire nelle attività. Certo, c’è da dire che il personale aggiunto, ovvero chi è scritturato, soffre comunque la situazione, ma la struttura continua a percepire fondi, a differenza dei teatri privati.

 

La trasmissione degli spettacoli in streaming rappresenta un’alternativa reale, al fine di mantenere vivo l’interesse per il teatro?

Per citare Gabriele Lavia, lo streaming “è come fare sesso per telefono. Anche solo dal nome spettacolo dal vivo èfacile intuire come questo sia un evento insostituibile e non ripetibile. Poi, chi può dirlo, magari tra qualche anno ci ritroveremo tutti chiusi in casa e sarà normale fruire anche dello spettacolo dal vivo in streaming. Al momento, però, tutto ciò mi sembra una violenza inaudita, nei confronti dello scopo principale del teatro, ovvero dellemozione dal vivo, del respiro, della condivisione e della funzione psicologica del teatro.

Il vero errore è stato chiudere i teatri e non dico certo questo con lintenzione di negare minimamente la gravità della situazione – sono il primo ad essermi sottoposto a diversi tamponi e a seguire le norme anti contagio con il massimo scrupolo – ma, a mio avviso, il teatro non è un luogo così pericoloso. Proseguire con le attività sarebbe possibile, applicando il distanziamento e seguendo le regole prescritte in precedenza, così come abbiamo fatto finché abbiamo potuto. Il problema per me è politico, di accordi tra ministeri, di unità dintenti nelle chiusure. Basti pensare alla scelta di lasciare aperti i centri commerciali e i ristoranti, in cui, comunque, il distanziamento non è sempre possibile, mentre i teatri rimangono chiusi. La guerra non è tra poveri, non voglio dire sì’ alla riapertura dei teatri e non a quella dei ristoranti, il punto è che non sembra esserci una logica in queste chiusure. Unaltra questione da considerare è che il pubblico dei teatri non è poi così ingente, anche per quanto riguarda la necessità di ridurre gli spostamenti non è certo il pubblico teatrale quello che affolla le città dItalia, come invece avviene a Londra e Parigi. In un paese in cui c’è grande fruizione di teatro, anche quest’ultimo può funzionare meglio, ma essendoci nel nostro paese un grave problema di pubblico, risulta impensabile che un numero sufficiente di persone sia disposto a guardare telematicamente degli spettacoli teatrali. Anche per quanto riguarda le piattaforme RAI, laccesso è decisamente settoriale e dedicato – anche giustamente – alle grandi produzioni istituzionali, come quelle offerte da La Scala o dal Teatro di Roma.

 

Al di fuori dei confini italiani, gli artisti sono riusciti a trovare soluzioni più efficaci a cui potersi ispirare?

Moltissimi tra colleghi e amici sono sparsi in giro per il mondo, ma le difficoltà ci sono ovunque, nonostante molti abbiano tentato di rimanere aperti. In alcuni paesi, tra cui la Spagna, i teatri sono stati gli ultimi a chiudere, per cercare di mantenere viva lattività culturale. Ripeto, i teatri dovevano restare aperti, visto che prove sulla pericolosità effettiva di questi luoghi non ci sono state, semmai a rischiare in questa situazione sono gli/le artisti/e, ma anche questo problema sarebbe risolvibile, attraverso lobbligo settimanale dei tamponi. Attraverso lapplicazione corretta dei dispostivi di sicurezza sarebbe possibile aumentare la capienza del nostro teatro, portandola, grazie alla sanificazione, il distanziamento e la chiusura del bar, anche a cinquanta spettatori. Questo genere di soluzione sarebbe, probabilmente, più semplice per i teatri off, che contano un numero ridotto di spettatori, ma è anche vero che i grandi teatri, pur trovandosi in difficoltà a causa dei grandi numeri di spettatori e per gli allestimenti più imponenti, sono dotati di spazi più ampi e risorse economiche ingenti.

 

L’interesse mediatico è comprensibilmente incentrato sulla formazione scolastica curricolare, ma un analogo problema, per certi versi più grave, si pone in merito a quella di natura artistica. Da docente, quali sono i radicali compromessi cui si va incontro?

Il rischio che si corre è enorme. A seconda della fascia detà che colpisce, questa situazione genera dei disastri di diverso tipo. Dalletà adolescenziale in poi, coloro che aspirano e studiano per immettersi nel mondo del lavoro si stanno piano piano spegnendo, impigrendo e rassegnando. Il tempo che questi/e ragazzi/e stanno perdendo non potrà mai essere recuperato, un anno di formazione e di possibili esperienze perse. Lo stato è consapevolmente complice di questa degenerazione. Insegnando in diverse accademie, noto quanto la situazione sia complessa. Si ritorna in presenza, ma sono tentativi che non durano a lungo, è un continuo tira e molla, soprattutto a causa dei contagi. I/le ragazzi/e non hanno più energie e molto spesso non hanno spazi adeguati per lallenamento nelle proprie case, senza contare il fatto che le carriere dei/lle danzatori/rici sono brevissime, per cui un anno perso significa una catastrofe. Il dato piùdrammatico nasce dalla consapevolezza che alternative non ce ne siano.

 

In una situazione di così grave spaesamento, perché non esiste un’identità di categoria nel mondo del teatro, che tuteli i singoli in un movimento di protesta comune e coeso?

Credo poco alla possibilità di creare unidentità di categoria duratura, laspirazione e la realizzazione individuale sono più forti di qualsiasi altra cosa. Sono favorevole a ogni genere di manifestazione, a tutto ciò che possa attirare lattenzione, ma credo anche che liniziativa Facciamo luce sul teatro sia stata organizzata in maniera un pofrettolosa, giusto per dare visibilità ad alcuni teatri. Nemmeno noi abbiamo mai spento le luci de Lo Spazio, ma non mi sembra questa la formula per ottenere qualche cosa. Il teatro dovrebbe essere inteso come un servizio sociale, e non un luogo in cui, come avviene ormai da un anno, ognuno a suo modo cerca di arrangiarsi per sopravvivere.

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