di Tonino Pinto *

 

Regista, sceneggiatore, scrittore, con i suoi film è considerato con registi come Dino Risi, Luigi Comencini e Steno il  padre della commedia all’Italiana.

I soliti ignoti, Amici miei, L’ armata Brancaleone, I Compagni, Un borghese piccolo piccolo, La Grande Guerra, Totò’ guardia e ladri, Boccaccio 70, sono solo una parte importante dei film iconici di Mario Monicelli.

Stimato dalla critica e soprattutto amato dal pubblico, Mario Monicelli è stato il regista che con Roberto Rossellini, Vittorio De Sica, Luchino Visconti, Francesco Rosi, Federico Fellini, Michelangelo Antonioni e Dino Risi insieme a Lizzani, Comencini e Lattuada, ha indelebilmente segnato la storia del cinema italiano dal dopoguerra ad oggi.

Mario Monicelli non ha mai rinunciato al compromesso fra cinema d’autore e cinema commerciale, il suo cinema come hanno sottolineato i critici, è un affresco amaro e comico al tempo stesso dell’Italia e della sua proverbiale arte di arrangiarsi. Prima che morisse, rimasi affascinato dalla sua voglia di continuare a respirare cinema a 93 anni suonati, come quando ci incontrammo per una lunga intervista davanti a cinquemila persone in piazza a Vasto, in occasione del festival del cinema d’autore o quando lo andai ad intervistare a casa sua, piccolo appartamento in via dei Serpenti a Roma per l’edizione in DVD del film La Grande Guerra. Mi colpì il minimalismo da soldato, da ex ufficiale di cavalleria, piccola branda per dormire, una vecchia poltrona per guardare eventualmente la televisione, un cucinino per farsi un caffè, un piccolo bagno con doccia. ”Non ci sono quasi mai”, mi disse “vado in giro ovunque abbiano voglia di parlare di cinema, soprattutto con i giovani”. “Vivo solo, scrivo e vivo di cinema

Mario Monicelli classe 1915, avrebbe compiuto il 16 maggio 106 anni e ha mostrato fino all’ultimo, togliendosi la vita a 95 anni gravemente malato, la sua indole estremamente lontana da qualsiasi compromesso.

Ha girato nella sua lunga carriera dopo una laurea in filosofia, oltre sessantasei film considerando il suo documentario d’esordio girato nel 1932 con Alberto Mondadori. Ha scritto più di ottanta sceneggiature, quattro volte nomination agli Oscar, Leone d’Oro alla Mostra del cinema di Venezia per La Grande Guerra, prodotto dal suo amico Dino De Laurentiis. Nel 1975 in omaggio al grande Pietro Germi, realizzò uno dei suoi film feticcio Amici miei e  di un altro grande come Antonioni in quell’Italia del cinema che conquistava pubblico, premi e mercati, disse da scomodo sinistroide come lui: ”Lui è un genio ma a me piace fare film più’ comprensibili”, con i quali rileggendo le note biografiche, reinventò  Monica Vitti comica, musa dei film di Antonioni,  in film come La ragazza con la pistola.

A Mario Monicelli, non piaceva commemorare i suoi grandi colleghi e amici come Comencini, Risi (un altro che viveva solo, lontano da mogli, figli, in un piccolo appartamentino in un residence romano), Steno, Suso Cecchi D’Amico e in un’intervista fatta a Los Angeles durante la settimana degli Oscar dove veniva festeggiato all’Istituto italiano di Cultura, riuscii a chiedergli di parlarmi del suo amico il produttore Dino De Laurentiis. Me ne parlò come se avessero appena finito di girare una scena de La Grande Guerra, tutto al presente, come la vita che ha vissuto in pieno da artista e da uomo. ”Produttori come Dino non c’è ne sono più’ oggi,  il produttore è un executive producer, difficile che vada a seguire la lavorazione del film sul set, chiuso un film, già lavora per un altro progetto”.

Tanti i riconoscimenti, ”Mario Monicelli è un pilastro del cinema italiano”,  scrisse il Los Angeles Times, dopo la nomination  all’Oscar per la migliore sceneggiatura scritta con Age e Scarpelli per il film I compagni.

Nel 1991 la Mostra del Cinema di Venezia dopo quello vinto per La Grande Guerra lo omaggiò con un secondo Leone D’Oro alla carriera, tre furono gli Orsi D’Oro conquistati al festival di Berlino per film come Padri e Figli, Caro Michele e Il Marchese del Grillo. Quattro furono invece i David di Donatello vinti come miglior regista di film come Amici miei, Un borghese piccolo piccolo, Speriamo che sia femmina” e Il male oscuro e un David speciale nel 2005.

La notizia della scomparsa di Monicelli con un gesto degno di una delle sceneggiature dei suoi film, colse di sorpresa tutto il mondo del cinema. “Io che lo conoscevo profondamente”, dichiarò in un’intervista Aurelio De Laurentiis all’ Ansa, ”sapevo della sua grande dignità’ e del suo desiderio di essere sempre autonoma, insomma una persona  sana fino all’ultimo che non tollerava l’idea di dover dipendere da qualcuno”. Dopo i primi successi alla fine degli anni cinquanta con film solo apparentemente comici come Totò’ cerca casa, Totò, guardia e ladri, Totò e Carolina, disse: “Il cinema comico italiano si avvia ad una nuova stagione caratterizzata da un’originale costruzione narrativa, un misto di dolce e amaro, di risata e lacrima

Ed è così che ricordando oggi il cinema di Mario Monicelli come hanno fatto recentemente al Lincoln Center di New York, si è constato come quel cinema è un’inedita ricostruzione anche del processo storico e sociale nazionale sempre in bilico tra ambizioni d’autore  e soluzioni di mestiere come in Romanzo popolare, una commedia sociale sui difetti di un’insuperabile Ugo Tognazzi, operaio sul lavoro, padrone irritante in casa o le famose zingarate dei protagonisti di Amici miei o “Caro Michele”, una delicata rivisitazione dell’omonimo romanzo di Natalia Ginzburg o se volete “Un borghese piccolo piccolo”, film che fornì  ad Alberto Sordi materia per mettere in evidenza le sue doti nascoste di straordinario attore drammatico.

 

* Critico cinematografico e letterario, giornalista, dal 1976 inviato speciale RAI (TG1, TG2, TG3, TG3 Regionale, Rete Uno, Rete Due, Rete Tre) per Cinema, Spettacolo, Costume.

 

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