Kephas: la resistenza della pietra tra i vicoli e il mito
Si avverte, varcando la soglia del Teatro Elicantropo di Napoli, un’aria densa, quasi salmastra, che non appartiene soltanto alla geografia di questa città, ma a un altrove temporale. La scena si apre su un paradosso sensoriale. C’è il mare, sì, ma è un mare che tocca i ricordi degli anni ’70 e ’80, dove le melodie pop d’oltremanica e il calore del cantautorato italiano si infrangono su due frontoni solenni: sono i Santi Medici, Cosma e Damiano, icone tutelari di una guarigione che è prima di tutto spirituale. Al centro, una sedia savonarola velata reclama il suo posto. Non è un mobile: è un trono di polvere e attesa, il fulcro di un tempo sospeso.
Giovanni Piscitelli, con Nostoi – ‘O tturnà, abita questo spazio con una presenza materica. La trama si dipana attorno a Pietro, un giovane trentenne, uno dei tanti volti anonimi che popolano la buvette del Museo Archeologico di Napoli. Uscito per una commissione di routine, il fattorino si ritrova, a causa di un grossolano errore di consegna, proprio tra le assi di un palcoscenico. Eppure, sotto la divisa da garzone della Napoli contemporanea, batte il cuore di un’allucinazione lucida: nel suo racconto, egli non è sempre stato un precario del caffè; in principio, sarebbe stato il modello vivente, l’archetipo di carne, per un tanto abile quanto ignoto scultore dell’Antico Mediterraneo.
In lui avviene una metamorfosi continua: la parola si eleva in un italiano aulico, quasi solenne, per poi precipitare, con la precisione di un coltello, nel napoletano più viscerale, quello dei vicoli che sanno di tufo e di vita nuda. In questo dualismo linguistico risiede la forza di Pietro, che tra una consegna errata e una visione ancestrale, rivendica la sua natura di modello per l’eternità. Piscitelli si rivela qui un Pulcinella smascherato, spoglio, che attraversa secoli e secoli restando sempre servitore o garzone di un padrone: sia esso uno scultore dell’antica Grecia o il titolare di un bar di una Napoli di oggi.
L’ispirazione ai Bronzi di Riace non è un vezzo estetico, ma una necessità di sopravvivenza. Piscitelli, attingendo al proprio vissuto, trasforma la fragilità della carne che appassisce nella fissità della statuaria classica. Il suo corpo in scena si fa Kephas, «pietra», diventando il simulacro di una resistenza istintiva contro quell’ineluttabile fluire, per cui, come scrisse il Petrarca, «La vita fugge, et non s’arresta una hora». Dunque questo monologo – disegnato, scritto e diretto dal suo interprete – è un vero e proprio attraversamento. Il termine greco Nostoi indica difatti i ritorni, ma quello del suo autore è un ritorno che ha il sapore del naufragio superato. La monumentalità, qui, non è un ornamento, ma un’ancora di salvezza lanciata nell’immensità di una vita che si fa plurale.
È uno spettacolo quindi che interroga il confine tra ciò che siamo e ciò che sogniamo di essere; un’architettura scenica capace di ricucire lo strappo tra il precariato dell’esistere e l’aspirazione all’immortalità.
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Nostoi – ‘O tturnà – un monologo ispirato al ritrovamento dei Bronzi di Riace – disegnato, scritto e diretto da Giovanni Piscitelli – assistente alla regia: Anna Laura Russolillo – soundtrack: Alex Aspide – Teatro Elicantropo di Napoli dal 16 al 19 aprile 2026.





