di Mario Claudio Cesario

 

Il film di Craig Brewer, presentato su Prime Video, non rievoca i bei ricordi del 1988 con John Landis nel cult “Il principe cerca moglie”

Grande attesa per il pubblico amante dei bei film anni 80/90. Prime Video offre un sequel di un cult del 1988, “Il principe cerca moglie”. Occhi a cuoricino per gli spettatori che segnano sul calendario la sua uscita. A più di trent’anni di distanza, Eddy Murphy torna a vestire i regali abiti del Principe Akeem, spalleggiato dal divertentissimo Sammy, interpretato ancora una volta da Arsenio Hall, che probabilmente riesce ad avere più spazio filmico dell’amato protagonista. Il cast, oltre a qualche ruga del tempo in volto, è esattamente come il primo capitolo. Il ruolo di un divertente e strambo antagonista è affidato all’amatissimo Wesley Snipes, che minaccia Zamunda perché Akeem non ha eredi maschi. In punto di morte, il re Joffy Joffer, interpretato sempre con lustro dal novantenne James Eagle Jones, rivela a suo figlio che ha un erede maschio, nato da un rapporto occasionale durante la sua permanenza nel Queens. Inizia così la ricerca verso questo figlio, Lavelle, incarnato dal comico Jermaine Fowler, che di regale ha solo i geni paterni. A primo impatto non è la trama ad attrarre lo spettatore ma è questa fedele reunion che coinvolge con quello “humor nero” che fa tanto ridere. Il regista questa volta non è il “murphynianoJohn Landis, padre di pellicole cult ottantine come “The Blues Brothers”, “Una poltrona per due”, “Il principe cerca moglie”, appunto, e il terzo capitolo della storica saga di “Beverly Hills Cop”, bensì Craig Brewer che ha già diretto Eddy Murphy nel 2019 in “Dolemite is my name”. Sarebbe sbagliato fare dei paragoni tra i due film, anche se probabilmente sarebbe un perdere in partenza per il film del 2021. La differenza sostanziale sarebbe quella che il periodo per girare determinate idee non è più lo stesso. Landis ha messo in scena quell’ottimismo tipico di quegli anni, catturava l’anima di quell’epoca, ormai lontana, in cui un protagonista afro-americano conquistava la sua amata contro le avversità di una New York ricca di pregiudizi. Con coraggio, Brewer cerca di fare il percorso inverso, cercando di dare importanza alla famiglia e alle sue radici profonde, ma con poco successo, perché gli sketch demenziali aboliscono e sovrastano quella trama che sembra labile. Per uno spettatore più attento, o semplicemente più affezionato al primo film, la delusione prorompe anche quando i protagonisti iniziano i dialoghi, perché le voci dei doppiatori italiani non sono le stesse. Lo straordinario talento di Fabrizio Vidale, che ha fatto amare in Italia tantissimi attori, come Jack Black, Marlon Wayans e Martin Freeman, non può cancellare la nostalgia della compianta voce di Tonino Accolla per Eddy Murphy. Altro punto a sfavore per il pubblico italiano. Tuttavia il regista Craig Brewer è stato da sempre consapevole che l’eredità del primo capitolo è sempre stata troppo pesante da sollevare. Nonostante gli sceneggiatori siano gli stessi, il film non decolla, le risate scarseggiano e le idee sono molto poche. Anche Eddy Murphy, nel film, appare poco coinvolto, sarà stato lui il primo a non essere convinto che un secondo capitolo avrebbe seguito la scia di successo del primo film? Unici fattori positivi de “Il principe cerca figlio” potrebbero essere il rivedere i vecchi attori reinterpretare i vecchi personaggi, le energetiche atmosfere afro-americane che coinvolgono non solo i protagonisti in balli divertenti, ma anche il pubblico. Stop!

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