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“Il Gioco delle Forme” – il corpo maschile come campo di battaglia

A Teatrosophia Bruno Petrosino sostiene con intensità un monologo visionario e vulnerabile

C’è un’immagine potente che emerge, dopo i minuti iniziali di questa prima de Il Gioco delle Forme andato in scena lo scorso 14 maggio a Teatrosophia: un uomo che si confronta con una “panza da gravidanza”, non quella convenzionale da birra o da rassicurante stabilità borghese, ma una gestazione reale, fisica, miracolosa e inquieta al tempo stesso. Bruno Petrosino, protagonista assoluto di questa pièce scritta e diretta da Stefano Ferrara, si assume – sulle spalle e sul ventre – il peso di un monologo che ambisce a mettere in discussione le certezze del genere, della genitorialità e perfino delle leggi di natura. Tuttavia, se la prova attoriale di Petrosino colpisce per intensità e generosità, è la struttura stessa della pièce a rivelarsi talvolta complessa, in un equilibrio non sempre riuscito tra ricerca formale e chiarezza narrativa.

Bruno Petrosino

Il titolo stesso dello spettacolo richiama inevitabilmente l’universo dell’infanzia: quei giochi educativi in cui ai bambini viene chiesto di riconoscere e incastrare cerchi, triangoli e quadrati per imparare a dare ordine al mondo attraverso le forme. Un’immagine apparentemente innocente che, nello spettacolo di Ferrara, assume invece un valore più inquieto e simbolico. Il protagonista sembra infatti incapace di trovare un incastro stabile dentro le categorie tradizionali del maschile, della genitorialità e dell’identità contemporanea. Come in un puzzle deformato, ogni forma appare mobile, sfuggente, mai del tutto compatibile con l’altra. Anche la drammaturgia sembra riflettere questa tensione: accumula immagini, parole e metafore nel tentativo di contenere un’esperienza emotiva che continuamente trabocca dai propri confini.

Petrosino dimostra una notevole duttilità vocale e un trasporto emotivo autentico. Il suo registro oscilla con agilità tra il cinismo dell’uomo contemporaneo che sorseggia un vino piemontese da trenta euro – metafora di una maturazione sospesa – e la fragilità di una “spugna gialla” che assorbe traumi senza riuscire davvero a elaborarli. I toni sono quelli di una confessione febbrile: l’attore abita lo spazio con una fisicità stanca, appesantita non solo dal ventre “posticcio “innaturale” ma anche da una fatica esistenziale che emerge nei momenti di rabbia contro il “discorso patriarcale” o nella paura di non possedere un istinto materno, o meglio, “paderno”.

L’interpretazione raggiunge momenti di amara ironia quando Petrosino dialoga con il nascituro trattandolo come un “coinquilino” con cui dividere le spese, o quando si abbandona a invettive contro il mondo delle app di incontri e dei “baby shower”. La capacità dell’attore di passare in un istante dall’invettiva più ruvida a una tenerezza disperata rappresenta il motore dello spettacolo: un’energia vitale che tenta di sostenere una narrazione che, col passare dei minuti, si fa progressivamente più densa e stratificata.

È forse nella drammaturgia che emergono gli aspetti più complicati dell’operazione teatrale. Il testo appare talvolta appesantito da un’ambizione intellettuale che, anziché approfondire il tema centrale, tende a disperderlo in molteplici direzioni non sempre indispensabili. La durata di più un’ora e mezza risulta impegnativa per un impianto che in alcuni passaggi tende alla reiterazione. La fluidità si incrina nel tentativo di abbracciare numerosi temi: dalla satira sociale al dramma psicologico, dal body shaming alla critica delle convenzioni borghesi, perdendo talvolta quella linearità che consentirebbe al pubblico di aderire pienamente al dolore del protagonista.

Questa abbondanza di “forme” sembra riflettersi anche nella risposta del pubblico. Sebbene la sala di Teatrosophia fosse gremita e abbia tributato a Petrosino un applauso sincero e partecipe al termine dello spettacolo, si è percepita l’assenza di quel trasporto emotivo capace di tradursi nei consueti richiami in scena. È sembrato soprattutto un riconoscimento alla dedizione dell’interprete, alla sua generosa esposizione emotiva, più che un’adesione completa all’opera nella sua totalità.

Lo spettatore, pur colpito dalla prova attoriale, lascia la sala con una sensazione di affaticamento, quasi avesse condiviso non solo la gravidanza del protagonista, ma anche il peso di una scrittura che avrebbe probabilmente bisogno di un ulteriore lavoro di sintesi e rifinitura. Perché il “gioco” evocato dal titolo, alla fine, non ha nulla di leggero o infantile: diventa piuttosto il tentativo doloroso e irrisolto di dare una forma riconoscibile al caos dell’esistenza.

Bruno Petrosino

Il Gioco delle Forme è un progetto coraggioso, con il merito di portare in scena un’immagine maschile inedita e vulnerabile. Bruno Petrosino si conferma un interprete di grande sensibilità, capace di momenti di autentica poesia. Tuttavia, perché questo “parto” teatrale possa dirsi davvero compiuto, il testo avrebbe bisogno di una maggiore essenzialità, di una riduzione delle ridondanze e di una rinuncia ad alcuni vezzi letterari che ne appesantiscono la fruizione. Con una durata più contenuta e una linea drammaturgica più lineare, la prova di Petrosino potrebbe trasformarsi in un’esperienza davvero memorabile.

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Il Gioco delle Forme – scritto e diretto da Stefano Ferrara, con Bruno Petrosino – Teatrosophia dal 14 al 17 maggio 2026

Foto ©Grazia Menna

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