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Il diavolo veste Prada 2: nuovo capolavoro o solo nostalgia?

Finisce qui l’attesa per uno dei film più acclamati del 2026, a vent’anni dal debutto del primo film, ora iconico cult.

Il diavolo veste Prada 2 è finalmente in sala. Diretto ancora da David Frankel e sceneggiato da Aline Brosh McKenna, si allontana dal romanzo sequel di Lauren Weisberger per creare una storia inedita. Il mondo che ritroviamo è quello di Runway, familiare ma allo stesso tempo trasformato, catapultato nel 2026. Il film non si limita a riaprire una storia, evitando la mera nostalgia. Bensì, instaura un confronto culturale tra epoche, riuscendo a rinnovare una formula già amata senza replicarne i meccanismi. Attenzione, per un film così carico di aspettative, di simbologia e di riflessioni, qualche piccolo spoiler potrebbe essere inevitabile.

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Vent’anni dopo il primo capitolo, Miranda Priestly torna sul grande schermo con la stessa aura regale e lo stesso sguardo glaciale che l’hanno consacrata come un’icona culturale. Resta al comando di Runway, sospesa tra autorità e anacronismo. Il mondo intorno a lei, infatti, appare irriconoscibile. L’editoria cartacea è in agonia, messa in ombra da un sistema guidato da algoritmi. Una nuova generazione sembra aver riscritto le regole del gioco. Il main theme del film viene presentato fin da subito. E ciò avviene insieme al suo aspetto più brutale, emerso tramite il licenziamento di Andy, ormai giornalista affermata, durante il ritiro di un suo premio.

Dove eccelle Il diavolo veste Prada 2, infatti, è nel raccontare con credibilità la scomparsa di un intero sistema, mostrando quello nuovo, contemporaneo. L’editoria online, che prevede contenuti gratuiti per il web. Le redazioni decimate e l’avvento dell’intelligenza artificiale. I giornalisti della generazione precedente con contratti insostenibili accanto a giovani eternamente precari. La storia si muove quindi in un contesto profondamente mutato, dove il glamour convive con la pressione dei social media, la velocità del digitale e una costante ridefinizione del successo. 

Il ritmo scorre più riflessivo rispetto al primo capitolo. Non mancano però momenti brillanti e dialoghi taglienti, capaci di restituire quell’ironia elegante che il pubblico si aspetta. In questa scia si inseriscono tocchi generazionali, che probabilmente non mirano più a diventare citazioni iconiche, ma meme virali sui social. Che poi è lo stesso concetto solo adattato a un nuovo sistema comunicativo. Ne fa da esempio il carbshaming, che ha sostituito il fatshaming del primo film. Si parla di congelare gli ovuli con la stessa naturalezza con cui si discuteva di diete drastiche.

Il film intercetta la realtà di una generazione, raccontandola senza giudicarla, inserendosi così nel campo dell’iconico esattamente come fece il predecessore.

Dal punto di vista visivo, Il diavolo veste Prada 2 continua a essere un piacere per gli occhi. I costumi ricercati, le ambientazioni sofisticate e una regia che valorizza ogni dettaglio contribuiscono a rassicurare il pubblico, che può immergersi nuovamente in quell’universo credibile e seducente. Il film mette al centro il femminile ma diversamente da prima. Infatti, le sorti simboliche del sistema sono delegate alle alleanze tra donne, che assumono un significato diverso e un peso specifico notevole. La sottotrama romantica c’è, ma è del tutto marginale. Apprezzata l’inclusione di Kenneth Branagh e di Simone Ashley (sulla cresta dell’onda dopo Bridgerton), accanto allo zoccolo duro di un cast acclamato.

Meryl Streep domina ogni scena con l’autorità magnetica di sempre. Ogni sguardo, ogni smorfia, ogni affermazione pronunciata con una piccata sufficienza, conferma perché Miranda Priestly sia diventata un archetipo. Anne Hathaway, dal canto suo, porta una maturità nuova, meno ingenua e più consapevole. Emily Blunt, invece, trova finalmente lo spazio che meritava, elevando Emily Charlton a personaggio sfaccettato. Infine Stanley Tucci, nei panni di Nigel, offre il consueto contrappunto ironico e affettuoso.

A vent’anni dall’uscita del cult, il ritorno in sala con Il diavolo veste Prada 2 non ha come obiettivo un semplice revival. Bensì, un confronto aperto tra epoche, linguaggi e sistemi di potere. L’attenzione ai glamour look c’è, così come le sfilate e l’accenno romantico, ma tutto appare decorativo più che significativo. Questo sequel riprende le fila del discorso, posizionandolo esattamente dove ci aspetteremmo che fosse. E come fu per il 2006, anche questa volta rischia di diventare icona delle rivoluzioni sistemiche del mondo contemporaneo. Giornalismo, moda, social media e high tech simboleggiano uno sguardo sul presente, con un occhio puntato al futuro.

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Il diavolo veste Prada 2 – RegiaDavid Frankel. Sceneggiatura: Aline Brosh McKenna. Cast: Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt, Stanley Tucci, Kenneth Branagh, Emily Blunt, Lucy Liu, Justin Theroux, Simone Ashley, B.J. Novak – Musiche: Theodore Shapiro – Scenografia: Jess Gonchor – Costumi: Molly Rogers – Montaggio: Andrew Marcus – Fotografia: Florian Ballhaus – Produttore: Wendy Finerman – Nelle sale italiane dal 29 aprile 2026.

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