di Paola Tiriticco

 

Si è concluso il 19 dicembre con lo spettacolo “Il cappotto” di Gogol il Festival del Teatro Patologico, con la regia di Francesco Giuffrè e le scene ed i costumi di Anna Porcelli.

Ennesimo successo ed ennesimo spettacolo emozionante, bello dal punto di vista teatrale, con gli attori della Compagnia Stabile che sanno far arrivare il senso più profondo di questa pièce, il tema dell’emarginazione, la tentazione di uniformarsi per essere accettati, salvo poi capire che abdicare alla propria unicità è l’inizio di un percorso che porta all’annullamento, alla morte.

Tutto è unico in questa che, più che una serata a teatro è un’esperienza totalizzante, di quelle che riesce ad arricchire anche i giorni successivi, resa possibile dall’energia infaticabile dell’ideatore, fondatore ed animatore del Teatro Patologico, Dario D’Ambrosi.

D’Ambrosi, uno dei maggiori artisti d’avanguardia italiani, ha fondato il Teatro Patologico nel 1992, realizzando un sogno ed un interesse che ha avuto fin da giovanissimo, quando si era fatto rinchiudere per due mesi nel manicomio Paolo Pini di Milano.

Un’esperienza che ha sicuramente cambiato la sua vita e la percezione della malattia mentale, della disabilità psichica.

“Il Cappotto” di Gogol è uno spettacolo ricco di spunti e di tanta professionalità, come quella del protagonista, Paolo Akira Vaselli, l’impiegato Akakij Akakievic, capace di far arrivare emozioni profonde, oppure Cristiana che con le sue bolle di sapone crea un’atmosfera di sogno, ma con la sua semplice imperturbabilità impersona magnificamente il cinismo della massa.  Quella massa che deride sguaiatamente Akakij Akakievic per la sua diversità.

 Il Teatro Patologico vive grazie alla energia inesauribile di Dario D’Ambrosi e ai tanti sostenitori, famiglie dei giovani pazienti, volontari, psichiatri.

Si potrebbe parlare per ore di questa realtà che ha trovato casa, una casa bellissima, particolare, ricca di luce e di verde, in Via Cassia, ma la cosa migliore è vedere i loro spettacoli, aiutarli con donazioni, comprare le loro felpe e magliette, insomma non far mancare il nostro sostegno e non perché –per citare D’Ambrosivoglio prendere gli applausi in senso patetico, perché siete ragazzi disabili, ma perché voi siete magistralmente bravi”.

Lo stesso pensiero di Francesco Giuffrè che così descrive le sue lezioni di teatro: “non sono mai sceso a compromessi, perché ho pensato subito di portare loro verso di me piuttosto che andare io verso di loro”.

 Ed è proprio così, si vede tutto il loro impegno, il loro lavoro, in una parola la loro professionalità.

Quella stessa che li ha portati ad esibirsi all’ONU a New York, e poi un po’ ovunque nel mondo.

 Il Covid ha fermato i loro progetti, ma sono pronti a ricominciare e devono senz’altro essere sostenuti, appoggiati ed incoraggiati.

Lascio volentieri le parole conclusive a Cristiana, la signora con le bolle di sapone che riempie con la sua presenza tutta la scena: ” Il teatro dal gradino numero zero ti fa salire e ti emoziona. Mi sento bene con loro perché non c’è la diversità l’uno dall’altro”.

Ecco il teatro delle emozioni è proprio questo, ognuno può esprimersi come meglio può, con o senza disabilità, l’importante è metterci il cuore.

 

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