di Claudio Riccardi

 

Plastica dappertutto. Intorno, addosso, per terra. Un mondo plastico come rifugio e dimensione parallela di un mondo dove il tempo corre velocissimo, al ritmo di migliaia di anni. La protagonista del racconto, nella realtà, è una giovane donna, e quel figuro seduto suo fianco, su quella spiaggia, è il contenitore dei suoi segreti, è lo scrigno dei suoi sentimenti, la cassaforte dei suoi ri-sentimenti. Lui è “Il Bambolo” che dà titolo allo spettacolo andato in scena nei giorni scorsi al Teatro Argot Studio, a Trastevere.

Il testo, a firma di Irene Pietra Zani, regia di Giampiero Judica, racconta di una coppia che si trova al mare ed esita ad entrare in acqua. Troppa la paura quando non si sa nuotare. La Donna, interpretata da una fenomenale Linda Caridi, è però attrezzata: indossa un gigante impermeabile di plastica che a sua volta nasconde un completo salvagente, sempre di plastica. Gli occhiali glitterati e i sandali in gomma completano la caratterizzazione di giovane rimasta bambina. Rimasta ferma, con il cuore e con la mente, a quell’episodio di dolorosissima rottura, l’abuso subito e perpetrato dal padre.

Una ferita indicibile che si apre e non si richiude. E che genera il candido Bambolo, rappresentazione dell’impossibilità di cicatrizzare il trauma, e al contempo, della sua rimozione. La Donna, infatti, non ricorda i dettagli più oscuri della sua storia e quando questi affiorano alla sua mente, li attribuisce al Bambolo, proiettando su di lui le parti di sé che non è pronta a vedere. Il Bambolo è schermo ed anche Uomo, inteso come compagno di vita, capace di amare e di proteggere. Ma in realtà è solo una risposta surrogata a una domanda d’amore che fa sentire la Donna al sicuro da un effettivo, non plastico, incontro con l’Altro.

Il monologo, nel suo incedere, conduce la Donna ad affrancarsi passo dopo passo dai suoi buchi neri: la violenza sessuale ma anche la successiva violenza autodistruttiva dell’anoressia. Ha perso l’orientamento e viene abbandonata persino dalla madre. Tutte le mancanze vengono coperte dal Bambolo, ma è solo un’illusione. In questa relazione perversa entra però un terzo personaggio, l’istruttrice di nuoto, che spezza gradualmente la dualità simbiotica della coppia e conduce la Donna a vedere il Bambolo per quello che davvero è, un oggetto inanimato, senza occhi né espressioni.

Via la plastica. La Donna si libera progressivamente degli strati di indumenti che ha indosso. Il pubblico assiste alla graduale presa di consapevolezza del personaggio e alla conseguente rottura dell’intreccio con il Bambolo, che da partner relazionale si trasforma sempre più in spettatore muto che partecipa, insieme al pubblico, al percorso della protagonista. In ultimo la Donna riesce a rivelare a sé stessa i segreti della sua infanzia e così può salutare per l’ultima volta il Bambolo. Lo sgonfia in un abbraccio, e si avvicina alla riva. Per entrare in acqua, e nuotare nella vita. Quella vera.

Chiusura con 10 minuti di applausi dalla platea dell’Argot, sold out in tutte e tre le date dello spettacolo. Acclamatissima la Caridi, impeccabile la direzione di Judica, in perfetta armonia con le luci di Giacomo Marettelli Priorelli e le scene di Lucia Menegazzo che ha scelto anche i costumi.

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