di Paola Tiriticco

 

Lei è Shonda Rhimes, regina delle serie tv; la sua casa di produzione ha il nome di un impero, ShondaLand, un mondo a cui partecipano milioni di spettatori, Netflix non ha bisogno di presentazioni, avendo cambiato per sempre il modo di fare televisione.

Questi gli ingredienti dell’ultimo successo mondiale: Bridgerton, la più vista tra le serie di Netflix.

Shonda Rhimes è la creatrice di Grey’s Anatomy (è in onda la 17° stagione, più diversi spin off), di Scandal, delle Regole del delitto perfetto, solo per citare i più conosciuti, nel 2017 firma un contratto con Netflix per produrre contenuti in esclusiva, ed ecco che già con il primo lavoro fa un centro pieno.

Bridgerton si basa sugli otto romanzi della scrittrice americana Julia Quinn, (questa prima stagione è tratta dal volume “Il duca ed io”), ambientati nella Londra dell’alta nobiltà tra il 1813 e il 1827.

Segue le vicende della famiglia Bridgerton, tra le più in vista, e dei suoi otto figli, tutti da sistemare.

Le figlie devono trovare un partito alla loro altezza che possa garantire loro agiatezza e il mantenimento a vita, i figli devono sposare ragazze rigorosamente del loro rango.

Un minuetto pieno di rischi, imprevisti, rovesci di fortuna, reputazioni che salgono alle stelle per poi precipitare per colpa anche solo di uno sguardo o di una mano sfiorata.

È quello che succede a Daphne, la prima dei ragazzi Bridgerton in età da marito, complice anche la “gossip girl” misteriosa, Lady Whistledown, un po’ giornalista e un po’ pettegola, che conosce tutti i segreti dell’alta società, di cui non possiamo rivelare l’identità (si capirà solo negli ultimi fotogrammi) per non rovinare il lato un po’ giallo e intrigante della serie, ma possiamo invece rivelare che la voce, nella versione originale, è quella di Julie Andrews, con il suo perfetto accento britannico, e il timbro di donna matura che tanto conosce del mondo. In italiano è altrettanto ben doppiata da Melina Martello.

L’ambientazione e l’argomento non devono far pensare a un polpettone in costume (anche se molti sono i successi di questo genere: Downton Abbey, The Crown). 

La trama è infatti sempre accattivante, il ritmo serrato, l’ironia e i dialoghi frizzanti, e come si diceva c’è anche un certo mistero oltre al pettegolezzo usato come arma sociale.

Ma Shonda Rhimes, aiutata anche dal collaboratore che l’ha affiancata in tutte le serie, Chris Van Dusen, è anche un’autrice che sa usare la sua influenza per cavalcare i tempi, anticipare le mode e prendere posizione anche dal punto di vista sociologico e politico.

Nell’alta nobiltà della Londra di inizio ‘800 descrive infatti una società che è quanto di più multiculturale e multirazziale si possa immaginare.

 La Regina Charlotte, moglie del Re Giorgio III, è l’attrice di colore Golda Rosheuvel, (richiamando la vera storia che la dipinge come la prima sovrana di discendenza afroamericana, prima di Meghan), e tutta la nobiltà è multirazziale, senza nessuna differenza o discriminazione.

Di colore è infatti il protagonista, il bel Duca di Hastings, conteso da tutte le famiglie come il miglior partito della stagione.

Ma la modernità di Shonda non finisce qui, perché è sì vero che le donne non hanno una loro indipendenza, e anzi senza un marito non sono niente, ma le ragazze della serie sono brillanti, portano avanti le loro battaglie con coraggio e intelligenza, si battono per continuare ad essere padrone del loro destino e cercare di influenzarlo. Il sesso, così come l’amore e la seduzione, è una parte preponderante delle loro vite.

Tutti questi elementi fanno sì che si tratti di un’operazione moderna, pop, accattivante e divertente, con degli spunti di attualità e tanta professionalità.

A partire dagli attori, Phoebe Dynevor (Daphne Bridgerton), Jonathan Bailey (Antony Bridgerton), Nicola Coughlan (Penelope Featherington) Luke Newton (Colin), Claudia Jessie (Eloise) e la mamma Lady Violet, Ruth Gemmell.

I costumi, poi, costituiscono da soli una motivazione per vedere la serie.

La newyorkese Ellen Mirojnick, a capo di un’equipe di costumiste, ha realizzato 7500 costumi diversi di cui 104 dedicati solo alla protagonista Daphne.

Davvero una gioia per gli occhi, con gli abbinamenti di colori pastello, il portamento regale, i gioielli, le luci e gli arredi, tutto contribuisce ad incantarci e a farci dimenticare gli oltre due secoli che ci dividono da questa società.

Le musiche seguono questa commistione di classico d’epoca e modernità, con brani in stile Elisabettiano arrangiati con archi e piano dallo Vitamin String Quartet, mischiati a brani pop di Ariana Grande, Billie Eilish, Taylor Swift, Maroon 5, Celeste.

Un’ultima annotazione la meritano le location, quasi tutte le scene sono infatti ambientate a Bath, con le dimore nobili, i castelli e le case che ci danno un quadro perfetto di tutto il lusso di quegli anni, quando l’Inghilterra era davvero il centro del mondo.

Insomma ancora una volta Shonda è riuscita a creare un mondo perfetto, a metà tra lo storico, l’attualità, l’ideale a cui tendere, il sogno, l’intrigo e il divertimento

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