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“Hanno ucciso Baudelaire”: tra suggestione poetica e fragilità drammaturgica

La performance intensa di Gianni De Feo trascina il pubblico nel male di vivere del protagonista, ma il testo non regge la complessità morale. E la città resta un’astrazione

Andato in scena a Teatrosophia tra il 12 e il 15 marzo, Hanno ucciso Baudelaire (Strani fiori) dal testo di Marco Buzzi Maresca, diretto e interpretato da Gianni De Feo, è uno spettacolo che colpisce immediatamente per la sua intensità emotiva e la forza della performance, ma che rivela, a uno sguardo più attento, alcune fragilità strutturali che ne limitano la profondità concettuale. De Feo domina la scena con una presenza che trascina il pubblico nel mondo interiore del protagonista: la sua capacità di modulare ritmo, voce e tensione emotiva rende credibile e coinvolgente l’esperienza, anche quando il testo lo ostacola. Perchè, se la performance regge, il testo di base lascia molti dubbi. L’idea di un Baudelaire che rivive nella figura dell’homeless contemporaneo è di facile presa, immediata nell’impatto visivo e simbolico, ma rischia di banalizzare l’originale tensione poetica e filosofica del poeta francese.

Il monologo alterna intermezzi di versi di Baudelaire, quasi in stile recital, e dichiarazioni del protagonista sul suo osservare la città come un moderno flâneur, interagire con sconosciuti, camminare e bere fino alla stanchezza, ma queste osservazioni non si traducono mai in scene concrete, dettagli urbani o micro-episodi della vita cittadina. Insomma, la città in realtà non viene mai mostrata: Roma resta astratta, seppure criticata con rancore, e pure Parigi è idealizzata senza confronto critico. L’unico momento in cui la scena urbana diventa concreta è il richiamo al Tevere con i suoi alti muraglioni, confine fisico e sociale oltre il quale si apre l’Ade in cui vivono i senzatetto; avrebbe potuto trasformarsi in un vero spaccato urbano e sociale, invece resta solo evocazione: il protagonista si concentra sui fatti suoi, isolato tra gli isolati (l’amore è una tematica importante ma vissuta solo sotto forma di ricordo) e la città — potenziale materia poetica e critica, fondamentale nella pasta letteraria baudelairiana — non entra mai realmente nella narrazione.

L’estetica della dannazione come veicolo poetico funziona in alcune parti, ma quando il protagonista si confronta con il suo gesto estremo — che si scopre essere un femminicidio — la resa diventa problematica. Se fino a poco prima era facile empatizzare con un uomo che rifiuta consapevolmente una vita dettata dalle convenzioni sociali, farlo con un assassino di questa natura diventa praticamente impossibile, e l’atto stesso svuota di senso l’attualizzazione dell’esperienza: se la storia vuol essere quella di un uomo borghese che abbandona i propri panni civili per liberarsi dal conformismo e dai rapporti vuoti, barattando la sicurezza con un’autenticità ai margini, allora gioca controsenso il fatto che egli uccida la donna di cui si era innamorato (anche lei parte di quegli invisibili del mondo “fluviale”) solo perchè si sente deriso da lei. Il suo gesto -che di certo non sarebbe comunque giustificabile- non è neanche condotto ai danni della borghesia e non può essere interpretato come atto terroristico di ribellione sociale, ma solo come risposta a una frustrazione personale. In questo modo, ciò che sembrava un percorso difficile e poetico si riduce a sterile mediocrità umana, senza traccia della tensione morale o estetica che il tema prometteva.

Si potrebbe tuttavia tentare una conciliazione tra intento e resa: l’unico modo di leggere la storia allora è considerare il protagonista non come Baudelaire, nè come la sua reincarnazione contemporanea, ma come un uomo mediocre che tenta di diventarlo. In questa chiave, la sua marginalità romanticizzata, la sofferenza estetizzata e la piccolezza morale diventano il vero nucleo poetico: l’omicidio non è più un evento distante, ma la prova del fallimento della sua pretesa poetica. Insomma, il vero tema sarebbe in questo caso la distanza tra allora e oggi, tra la poesia decadente (Baudelaire scrittore) e la decadenza della poesia, soffocata da squallidi imitatori che si atteggiano a intellettuali dannati per il puro vezzo estetico di fare i fighi, non riuscendo a interrompere il meccanismo nemmeno quando colano a picco (Baudelaire homeless). Il problema è che questa interpretazione potrebbe essere più esplicitata dal testo; se non è chiaramente costruita, resta solo ambiguità e confusione, rischiando di rafforzare la sensazione che ci sia una patina retorica. Si avverte la poesia come atmosfera più che materia narrativa, come accade in alcuni (parecchi) momenti in cui la lingua francese, troppo spesso non tradotta, interrompe il flusso e non riesce a diventare un’integrazione poetica nella storia.

Nonostante tutto, lo spettacolo ha una sua efficacia immediata: il carisma di De Feo, l’atmosfera lirica dei versi (quelli del poeta maledetto restano inimitabili e non hanno bisogno di parafrasi) e la drammaticità visiva delle immagini creano un’esperienza intensa e suggestiva, di facile presa emotiva. Ma chi cerca coerenza narrativa, introspezione morale o uno sguardo urbano realmente vissuto, rischia di rimanere insoddisfatto. Hanno ucciso Baudelaire resta così un’opera potente sul piano emotivo e poetico, ma fragile nella costruzione, che mostra tutto il suo potenziale senza riuscire a realizzarlo pienamente.

A conferma di quanto il materiale baudelairiano possa essere trasformato in arte contemporanea senza cadere nella retorica, basti citare il cinema: il recente e italianissimo Le città di pianura porta sullo schermo uno sguardo sulla società post-industriale filtrato da chi, sconfitto e ai margini, attraversa il male di vivere con una purezza poetica a cui l’alcol e le corse in macchina fanno da guscio trasparente, estetizzando un’etica consapevole e autenticamente bohemien. In questa prospettiva, De Feo sarebbe stato un degno compare di Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla — proprio lui, l’autore del brano E lei venne, libera riscrittura della poesia di Baudelaire Il vino dell’assassino. A proposito di musica, una nota a margine su quella dello spettacolo: per gran parte della piece risulta abbastanza anonima, tranne nella conclusione, quando esplode una spiazzante Crystalline di Björk. Peccato non sia arrivata prima, magari ad accompagnare la rottura degli schemi di una storia che, con altre scelte, avrebbe potuto arricchirsi di risvolti narrativi interessanti.

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Hanno ucciso Baudelaire (Strani fiori) di Marco Buzzi Maresca – Regia e drammaturgia: Gianni De Feo – Con: Gianni De Feo  – Elementi scenografici: Roberto Rinaldi –  Costumi: Janni Altamura  – Disegno luci: Gloria Mancuso – Foto e grafica: Manuela Giusto – Teatrosophia dal 12 al 15 marzo 2026

Foto ©Grazia Menna

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