Iscriviti alla NewsLetter
Cerca

“Hamlet in purple”: abitato dalle voci, corteggia la morte

Un Amleto visionario tra lutto, voce e possessione scenica

Valentino Mannias, giovane attore autore regista pluripremiato continua a stupire per intensità ed intelligenza scenici, e, dopo cinque anni di lavoro al progetto, ci apparecchia nel suo Hamlet in purple una fantasmagorica e magica versione della celeberrima tragedia, mischiando teatro dei pupi e teatro di voce, nel senso talora della trasfigurazione dilatata e microfonata, come in Carmelo Bene e Roberto Latini, ma soprattutto nel senso della possessione, essendo lui non più attore di un personaggio, ma corpo attraversato dalle voci di tutti e che lui tutte incarna, come un Amleto posseduto dalla voce dei morti. Perché è un Amleto in viola, in lutto. Lutto per le morti e lutto d’identità. Un lutto in lotta ad essere, pallido nel volto biaccato. 

Solo Orazio è incarnato da un altro attore, Luca Spanu, autore anche del sound design, nonché attore autore della musica in scena, dove suona la glass harp (cristallofono), prevalentemente, e poi il liuto rinascimentale e il violoncello. Orazio perché nella tragedia è l’unico sopravvissuto. Orazio perché è il testimone esterno, puro, di tutti i tormenti dell’amico, e di tutti i fatti tragici. L’unico confidente, e non a caso quindi l’attore della musica come sentimento inabissamento catarsi. Il cristallofono, associato nel ‘700 alla follia, suono inquietante di un altrove. Il liuto, strumento di corte, di seduzione e potere. Il violoncello, con le sue melopee luttuose, colore dell’anima.

Essere o non essere. Morire. Dormire. 

E nel sonno della morte … Incubi ?

Questo è lo spettacolo. Un carnevale onirico, che oscilla tra il funerale e l’incubo. E Amleto vive in sé tutte le voci, tra tormento e ironia, perché la sua è una lotta interiore, un continuo morire all’azione. Il crimine del sangue – lo zio e la madre – sono il suo lato oscuro (la tentazione edipica e il potere). L’amore di Ofelia il suo lato impossibile. La sua è una lotta con parti di sé. Persino la cortigianeria di Polonio può essere una disgustosa tentazione contro l’amaro calice della realtà. 

Un sogno.

Tutto comincia in un buio invaso da fumi, con voci da un chissà dove. Le voci delle guardie che parlano dello spettro. Poi un raggio di luce isolato nel buio evidenzia, quasi galleggiante nel vuoto, su una colonna, un teatrino, dove come in TV apparirà, nei momenti culminanti, la faccia sbiancata dell’attore, giganteggiando nel teatrino come un fantasma surreale, fuori dimensione, alla De Chirico. Intanto, a destra, nella penombra, Spanu ricava dal bordo di calici di cristallo suoni luttuosi, e poi, attaccati a una tavoletta, ne inclina nel nulla tre, forse simbolo e premonizione del veleno delle tre morti del finale: Amleto, la regina e Claudio.

Infine, a piena luce, l’attore esce, e in piedi, al microfono, con una recitazione in crescendo carmelobenico ed effetti a eco, volutamente e grottescamente mussoliniana (anche nelle pose a mento alzato), fa il discorso di Claudio al popolo: guerra alle porte, lutto per il re morto, ma anche gioia per le nuove nozze (lui e la regina). Poi si siede e pacato, a due voci, recita il dialogo tra Amleto e lo zio-re (Claudio), che lo rimprovera per gli eccessi del suo lutto. E a contrasto tragico funereo ora cala il buio, e mentre volto e mani si protendono dal teatrino TV verso lo spettro paterno, avviene la rivelazione da parte di questo del crimine dello zio, con una straniata e lugubre voce off (in inglese), che ricorda il commendatore del Don Giovanni mozartiano.

Improvvisamente di nuovo luce. Ora si aggira parlando veloce, frenetico, tra sé, mentre echeggia un ringhio sottovoce … ricordami .. (il monito dello spettro svanito).

Poi, eccolo che claudicante è ora invaso da altra ferita, e fa in sé le due voci del padre di lei e di Ofelia, che gli narra delle stranezze d’amore di Amleto.

Sta per cambiare qualcosa. Inizierà la lotta, e le voci si esternalizzano. 

Ora è Amleto a condurre il gioco, con gli strumenti del teatro di figura. Così due burattini sulle sue mani, mossi con gestualità buffonesca, incarnano Rosenkrantz e Guildestern. E poi nel teatrino sempre dei burattini, in un sabba crescente di delitto e potere (accompagnati dal tripudio in crescendo del cristallofono), inscenano lo spettacolo che smaschera lo zio (mentre tra noi sulle scalinate Mannias fa le voci di Amleto, dello zio e della regina).

Anche Ofelia diventa un esterno, anche se non dominato. Non un burattino, ma un suo ritratto, che pone su una sedia e a cui parla, insultandola e respingendola.

Come una spettatrice muta, non dominata ma dominante, la cui morte incombe su di lui. L’amore ucciso dal potere. Il potere, che comunque inquina Amleto dall’interno. Restano interne infatti le voci e la presenza del re e della regina.

Non solo parla per sé e per loro, a due voci, ma seduto mima la madre che lo carezza e consola.

Tutto si fonde nella morte. Tutte le identità. Perché la vendetta è odio, è figlia del potere.

Così mentre parla di Polonio e del suo cadavere mangiato dai vermi, tiene appesa la marionetta di Claudio, che poi, come fosse il cadavere di Polonio, depone su un baule bara. E dietro, una croce di legno (quella che teneva i fili) e il ritratto di Ofelia. Polonio Cristo del potere?

Ma la marionetta era Claudio, e dopo varie altre azioni sceniche Amleto, mentre suonano le campane, parla alla salma come se fosse la propria, come se fosse lui il morto.

Dunque la salma è Polonio, è Claudio, è Amleto.

E’ il cadavere del potere, ma è anche una pietà corale, e così ci distribuiscono dei fiori, nel nome di Ofelia e dell’amore, e invitano il pubblico a deporli sulla salma. 

Pubblico dunque, noi, di un lutto, ed esortati alla speranza di una non ben precisata resurrezione. Qualcuno dice del teatro stesso.

Comunque sia, al risveglio dallo stupore scenico, nel torpore del sogno, gli applausi crescono.

_________________

Hamlet in purple, dall’Hamlet di William Shakespeare – Traduzione, regia, drammaturgia: Valentino Mannias – Musiche originali e sound design: Luca Spanu – Angelo Mai 19-21 marzo 2026

Danza
Noemi Vaneffi

Van Gogh che balla flamenco?

Un’indagine scenica sulla possibilità di restituire, attraverso la compresenza dei linguaggi, la frammentazione dell’esperienza interiore. Nell’accogliente cornice del Teatro di

Leggi Tutto »
error: Contenuto protetto per copyright [Content is protected !!]