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“Gli Innamorati”: un Goldoni fuori tempo tra intenzione e risultato

Una commedia dei tipi fissi, appare vagamente modernizzato al Teatro Quirino, ma forse avrebbe dovuto spingersi oltre

La struttura de Gli Innamorati, una delle più note commedie di Carlo Goldoni, è immediatamente riconoscibile a chi abbia contatti con il genere. Abbiamo una coppia di giovani, lui (Fulgenzio) e lei (Erminia), appartenenti alla classe nobiliare pur con differenze economiche. I due sono uniti da una potente passione amorosa, ma i loro caratteri difficili rendono loro impossibile dichiarare esplicitamente ciò che provano. 

Abbiamo una compagna della protagonista femminile – sua sorella Flamminia, vedova di supporto, e figure maschili secondarie che potrebbero separare i due amanti. C’è uno zio più anziano, nobile spiantato e determinato ad accedere al mondo della nobiltà, e ci sono due servitori che alternano i loro doveri quotidiani a un interesse ficcanaso nella storia d’amore tra i due giovanotti. Ora basta inserirli in uno spazio dove possano incontrarsi e lasciare che le loro personalità si scontrino e si sabotino a vicenda fino a un necessario lieto fine

Rappresentare un classico a teatro, soprattutto se una commedia, richiede un doppio impegno oltre alla semplice rappresentazione. Bisogna non solo imparare un copione, creare un’immagine scenica e creare chimica tra gli attori, ma anche trovare un sistema per presentare linguaggi e scenari ben noti a un pubblico sempre più curioso. 

Purtroppo, la rappresentazione di Roberto Valerio ambisce solamente a metà. 

Il dialogo de Gli Innamorati è quello autentico goldoniano, raffinato e rapido e immerso nella sua epoca. In questo palco anche personaggi che si conoscono bene si danno del “voi”, e il ruolo di cicisbeo (accompagnatore in pubblico di donne che non sono la propria moglie, parte di un codice oggi non più in uso) di Fulgenzio verso la cognata rimane l’incidente scatenante della gelosia di Erminia, nonché delle trama tutta. Ma con dialogo e trama intatti, la regia tenta di modernizzare il contorno. Niente farsetti e sottogonne, ma giacche e papillon e abiti dal taglio moderno, e anche la villa dove si tiene la scena è contemporanea. 

L’ambientazione de Gli Innamorati che si vede aperto il sipario desta subito impressione: due gigantesche statue di uccelli dai colori sgargianti, alte quanto le attrici che calcano il palco. Si percepisce immediatamente una delicata strizzata d’occhio all’arte moderna, in particolare alle sculture di Jeff Koons. E non a caso più tardi, nel dialogo del pomposo zio Fabrizio, scopriamo che si tratta della sua pregiata collezione artistica – o meglio di ciò che lui ritiene essere tale, ma è agli occhi del pubblico e delle nipoti, nient’altro che paccottiglia.

Il Fabrizio goldoniano era pure un collezionista d’arte ignorante, quindi non si tratta in sé di un’interpretazione errata, ma la vistosità camp delle opere si ferma a quell’aspetto, senza armonizzarsi con un mondo decisamente non così eccessivo, né creare un contrasto forte con il copione settecentesco. I costumi sono moderni, ma quotidiani, ed eccezion fatta per una canzone nelle cuffie di una arrabbiata Erminia – Look At Me, del compianto XXXTentacion – non vi sono altri riferimenti al nostro mondo vissuto, a fatti di cronaca o figure. 

Senza un’impalcatura stilistica notevole, tutto quello che resta agli Innamorati è una trama semplice e breve, personaggi vivaci, ma mai del tutto liberi dai loro “tipi”, e una leggerezza di fondo con lieto fine atteso che non lascia pathos nello spettatore. Le altre trovate umoristiche, come l’ingordigia a tavola del servitore Tognino, risultano similmente banali, e non aiutano a rinfrescare un materiale già da sé riconoscibile. 

Un Goldoni modernizzato, sopratutto se satira di classe e sull’amore, è un esperimento ricco di potenziale. Ma proprio per questo accessibile, e non difficile da riconoscere soprattutto per chi ha già esperienza con il mondo teatrale. Nel suo copione, Gli Innamorati invita, prima che a ridere di Eugenia e Fulgenzio, a rivedere le proprie debolezze nelle loro vicende. E nonostante un cast solido e un’idea efficace, questi Innamorati restano troppo distanti, sia da noi che da Goldoni, per “vederli” davvero. 

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Gli Innamorati – di Carlo Goldoni – Regia di Roberto Valerio – Con: Claudio Casadio, Loredana Giordano, Valentina Carli, Leone Tarchiani, Maria Lauria, Lorenzo Carpinelli, Damiano Spitaleri, Alberto Gandolfo – Scene e costumi di Guido Fiorato – Musiche di Paola Coletta – Assistente alla regia Anna Varaldo – Teatro Quirino, dal 24 febbraio al 1 marzo

Foto di scena di ©Filippo Venturi

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