Gente di facili costumi al Teatro Belli: la recensione

 di Giorgia Leuratti

 

Una corsa trafelata, a destra poi a sinistra nella stanza: un contesto caotico fa da sfondo agli affannosi movimenti di una donna che, vestita in abiti succinti, si aggira alla ricerca di qualcosa.

Se la musica latino-americana invade persistente la scena, ad essa si sovrappone, squillante, la voce della protagonista al telefono, poi il trillo ripetuto di un campanello: a far capolino dalla porta semiaperta è il volto accigliato del vicino, sagoma silenziosa che senza indugi si appresta ad entrare.

In diretta streaming al Teatro Belli di Roma “Gente di facili costumi”, roboante quanto ironica commedia di Nino Manfredi e Nino Marino affidata alla regia di Carlo Emilio Lerici.

“Mi faccia un favore, cerchi di controllare il suo spirito popolaresco”- un’apparizione insolita quella dell’uomo in pigiama che discorre flemmatico, poi sempre più fluviale, su stadi del sonno ed episodi criminosi, per poi riferirsi alla “rumorosa esistenza notturna” della vicina come causa prima e urgente della visita.

Straripante quanto repentina, la costruzione dei personaggi è affidata a un dialogo senza interruzioni capace di accostare all’immediata comicità dei suoi contenuti un’ironia più stratificata che oscilla tra il nauseante rifiuto del luogo comune e l’inevitabile riferimento alle sue sovrastrutture.

Sferzante, allegra, autentica la diatriba tra i due personaggi permette la loro identificazione con due oppositivi universi di riferimento, con il loro imprescindibile rimando a due diversi approcci nella modalità di intendere il mondo, destinati però a contaminarsi l’uno con l’altro.

A porsi da linea trasversale, l’idea di marchetta sembra costituirsi come iniziale punto di contatto nell’apparente inconciliabilità fra due mondi, alimentandosi in modo progressivo di ulteriori connotazioni semantiche: se per la donna ciò trova un collegamento diretto con l’attività di meretrice, per l’anziano intellettuale sembra richiamare a un più articolato sistema di compromessi legati a un mondo spettacolare incapace di comprendere le sue modalità linguistiche ed espressive.

Pur costruita su tempi lunghi, forse non favoriti dall’utilizzo di un’unica scena, l’opera restituisce il concetto di dualismo del quale si fa portavoce, l’espressa opposizione tra ricercatezza astratta e autenticità illetterata.

“A volte la troppa istruzione fa perdere il contatto con il gusto della gente”- capaci di incarnare la stratificata sebbene prototipica personalità dei personaggi, la spumeggiante interpretazione di Francesca Bianchi si accorda a quella più placida di Antonio Salines, costruendo nell’altisonanza delle voci un infaticabile dibattito che, pur nel suo lato esasperato, non esclude la possibilità di un finale meno aspro.