di Giorgia Leuratti

 

Un viaggio immaginifico, dove il fotogramma è il frammento necessario a restituire la completezza della realtà filmica. Trasversale si afferma il ruolo dell’immagine nella traiettoria di una mostra distribuita in due stanze: se nella prima il percorso fotografico mette in evidenza da un lato l’aspetto onirico,da un lato quello più ruspante delle opere di Federico Fellini; nella seconda vi è la volontà di ripercorrere le tappe decisive della filmografia di Mario Monicelli, del suo sguardo ridente e amaro sulla realtà italiana del dopoguerra.

Abitano lo spazio della Casa del Cinema di Roma “Fellini tra tavola e cucina, ricordando L’Artusi” a cura di Antonio Maraldi e “Mario Monicelli” realizzata dal Centro Sperimentale di Cinematografia: se la prima esposizione offre una panoramica di immagini che catturano la convivenza tra sogno felliniano e veracità conviviale nella totalità delle sue declinazioni; la seconda sembra offrirci degli scorci più o meno misconosciuti sul fare artistico del regista toscano, sull’espressività strabordante dei suoi personaggi, sull’incisività delle sue ambientazioni dentro e fuori il set.

Intimo quanto solenne il brindisi tra Federico Fellini e Anita Ekberg che si rivolgono uno sguardo complice nello scatto di Pierluigi Praturlon. Considerato tra i maggiori interpreti della Roma del secondo dopoguerra, il fotografo ci restituisce – tra le altre- le vivide immagini di “Roma” (1972) dove il leitmotiv del piacere conviviale è espresso dalle abbondanti pietanze in primo piano e dalla squillante figura di un uomo intento a suonare di fronte a una tavola imbandita.

Se è Ampelio Ciolfi l’autore dell’intenso ritratto di Alberto Sordi sul set de “I vitelloni” (1953), sono gli scatti di Mimmo Cattarinich a consegnarci parte delle atmosfere diffuse di “E la nave va” (1983).

Il volto burbero di Antony Quinn e quello ammiccante di Giulietta Masina sul set di “La strada”, poi le donne di “Notti di Cabiria” i cui volti catturati in accostamento con il cibo manifestano in questa vicinanza l’esasperazione della loro sensualità.

Dallo spazio “Age&Scarpelli” alle sale “Amidei” e “Zavattini”, da Fellini a Monicelli: inizia nel piano superiore il tragitto di istantanee provenienti dal lavoro del dissacrante cineasta dove emergono, tra le altre, il ritratto di Franca Valeri seduta alla scrivania sul set di “Un eroe dei nostri tempi” (1955), e quello di Aldo Fabrizi in “Guardie e Ladri” (1951).

Laddove colpisce lo sguardo tra May Britt e Pierre Cressoy in “Gli infedeli” (1953), altrettanto incisivo è quello di Memmo Carotenuto fotografato nelle scene di “Padri e figli” (1957), quello memorabile di Totò in vestaglia a righe nel ruolo di Dante Cruciani in “I soliti ignoti” (1958).

Tra i fotogrammi di “Il medico e lo stregone” (1957), eloquente è quello che ritrae gli attori in una pausa ricreativa, fra quelli di “La grande guerra” (1959), l’istantanea che cattura l’abbraccio tra Vittorio Gassmann e Silvana Mangano.

Due percorsi paralleli coabitano la Casa del Cinema di Roma, differenti espressioni dell’immaginario cinematografico dei decenni successivi al conflitto mondiale volto a imprimere le scene salienti quanto i trasversali personaggi che hanno attraversato il tempo fisso delle istantanee.

 

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