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Faustina: Oltre lo Sfregio – Il coraggio di esistere attraverso la parola

 L’arte salvifica della scrittura come emancipazione dal silenzio.

Carlo Maratti fu pittore tardo barocco di gran successo, operativo su Roma, cresciuto sul recupero delle forme classiche da Tiziano a Correggio e molto coccolato dai pontefici della sua epoca. Ebbe fortuna e denaro, fino a diventare collezionista di gran classe, accumulando opere d’arte e ingenti risorse che costituirono il dovizioso lascito per la figlia Faustina. Pittrice anche lei, ma versatile nella sua espressività artistica, finì con il diventare compositrice di sonetti, e ad essere ammessa nella neonata Accademia dell’Arcadia col nome di Aglauro Cidonia.

La pièce intitolata al suo nome, all’esordio romano di ieri presso il Teatro Spazio 45 a Testaccio, pur descrivendo come atto “sacro” e quasi archetipico il suo ingresso nel mondo della poesia e delle lettere- un mondo dove non c’era il lusso delle corti, ma un’aria di libertà e dignità- ripercorre soprattutto la sua vicenda personale e umana. Sul filo della “resilienza” -termine oggi un po’ abusato ma giusto in certi casi- si dipana la storia vera di Faustina, concupita per la sua bellezza da un nobile di Albano (un rampollo degli Sforza Cesarini), il quale, non rassegnandosi ai rifiuti opposti alla sua corte dalla donna, decide di rapirla, procurandole una lesione al volto da ferro tagliente.

Il rapimento sembra rimanere nella sfera del tentativo, ma le cronache raccontano che il nobile patì le conseguenze della sua sciagurata impresa con anni di carcere e un esilio successivo, mentre la donna fu costretta a confrontarsi quotidianamente con quello sfregio (soprattutto dell’anima): da superare non vi era solo ora il timore di uno sguardo maschile, di un nuovo tentativo di violenza- e ogni donna sa cosa significa- ma anche le chiacchiere del popolo progressivamente montate fino a divulgare che quel vecchio rapimento sarebbe stato niente più che una copertura a nascondere una gravidanza difficile da dire. Faustina diventa poetessa, impara ad usare la parola “come altare dove deporre la propria pena e trasformarla in canto”, conosce l’amore e si sposa. Nel momento in cui però sembra aver ritrovato la serenità, si presenta un giovane, tale Francesco di Albano, a reclamarla come sua madre naturale, rivendicandone la discendenza fino in tribunale. 

È qui, nell’attesa del verdetto che la storia è ambientata. 

È l’occasione sorgiva del racconto: la protagonista, incarnata dalla bravissima Melania Fiore – che arricchisce di chiaroscuri interpretativi il testo assai denso e poetico di Alessandro Pertosa facendo leva sulle sue robuste possibilità espressive già personalmente apprezzate in altre occasioni- consuma la sua inquietudine in un tempo sospeso e gravido di riflessioni filosofiche ed esistenziali di shakesperiana memoria: cos’è l’attesa? Cos’è un nome? La nostalgia ha un volto? E il dolore?  

Nel racconto che ne segue e nel crescendo finale di questa simbolica “arringa” che si articola anche sulle suggestive musiche del regista Andrea Anconetani vediamo quello che ci pare il senso ultimo di questo spettacolo: la parola scritta può avere un potere salvifico, che si erge a scudo della dignità femminile. Faustina non scriveva per diletto. Scriveva per esistere. In un’epoca che voleva donne silenziose e sottomesse, questa “poeta” ha trasformato l’inchiostro in un grido di libertà e dignità.

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Faustina . Vita di Faustina Maratti – Scritto da Alessandro Pertosa – Regia e musiche originali: Andrea Anconetani – Con Melania Fiore – Teatro Spazio 45 di Roma 7 marzo 2026

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