Con “Poveri Cristi” Celestini torna al Vascello e riapre la ferita degli ultimi
C’è un teatro che consola e un teatro che chiama in causa. Il lavoro di Ascanio Celestini appartiene senza esitazione alla seconda specie: quella che non si limita a raccontare, ma interroga, scava, mette a disagio. Da anni la sua ricerca attraversa palcoscenici, pagine scritte e piazze italiane con una coerenza rara, costruendo un archivio vivente di storie marginali, di biografie scartate, di umanità invisibili. Un percorso che non conosce scorciatoie e che continua ostinatamente a dare parola agli “emarginati di prossimità”, a coloro che vivono accanto a noi e che troppo spesso fingiamo di non vedere.

Con Poveri Cristi questa indagine trova una nuova e potente declinazione. Lo spettacolo è in scena al Teatro Vascello dal 13 febbraio, fino al 22, e ancora una volta il pubblico ha risposto con entusiasmo: partecipazione numerosa, attenzione palpabile, date già sold-out sin dalla prima giornata di programmazione. Un segnale chiaro di quanto la voce di Celestini sia attesa e riconosciuta come necessaria nel panorama teatrale contemporaneo.
La scena, come ormai ci ha abituato Celestini con Laica , Pueblo e Rumba, è ridotta all’essenziale quasi spoglia: due sedie, due lampade, una porta che diventa varco simbolico verso altrove. Accanto a Celestini, la fisarmonica di Gianluca Casadei non funge da semplice accompagnamento, ma partecipa attivamente alla narrazione. Ogni replica nasce da una scelta diversa di storie, come in una improvvisazione musicale in cui la scaletta si compone sul momento. Parola e musica si rincorrono, si sostengono, si sfidano, creando un dialogo ininterrotto che rende ogni serata unica e irripetibile.
Una porta malmessa, a separare i due interpreti in scena, una di quelle che si possono trovare in case malmesse, in case nei sottoscala; una porta che, una volta aperta sembra non condurre a nulla ma invece conduce non in un mondo reale, ma nel mondo dei racconti di Celestini, una porta che si apre su un mondo di “poveri cristi”, una porta che si apre su di un parcheggio del supermercato sul quale si affaccia un ufficio di facchinaggio, e sul parcheggio si affaccia un codominio che ospita una vecchia, ma anche una “donna impicciata” e nell’anfratto di questo spiazzo c’è un barbone, con tutta una storia alle spalle che lo ha condotto qui ed ora ad essere quello che la gente vede, senza sapere quello che è stato, nel suo paese, nella sua precedente vita.
Le vite evocate – non solo attraverso il racconto orale, la narrazione delle storie, ma anche con la gestualità, con queste mani ipnotiche che accompagnano i racconti e che conducono dentro le storie , dentro tutto il mondo di “poveri cristi” di Celestini – si materializzano davanti agli occhi, nella mente di chi ascolta anche con il cuore; queste vite appartengono a una periferia qualunque che somiglia a tante altre nel mondo. Uomini e donne che compaiono sui giornali solo quando diventano un problema, un fatto di cronaca, uno scandalo. Celestini compie un gesto opposto: li restituisce nella loro dimensione umana, sottraendoli alla caricatura e alla semplificazione. Non c’è pietismo nel suo sguardo, ma un riconoscimento profondo di una santità laica e quotidiana. Sono “poveri cristi” perché ogni giorno compiono il miracolo di restare al mondo pur senza possedere gli strumenti linguistici e sociali per narrarsi.
Il suo teatro non è mai neutrale. Ci obbliga a interrogarci sulle nostre contraddizioni. Siamo pronti a indignarci per le ingiustizie che accadono lontano, a condannare governi stranieri che negano accoglienza o respingono chi chiede asilo. Ma quando l’emarginazione abita il nostro quartiere, quando il volto dell’escluso è quello che incrociamo sotto casa, il nostro sdegno si attenua, lascia spazio alla rimozione. Celestini, con la forza mite della sua parola, ci costringe a riconoscere questa ipocrisia. La sua voce si erge a coscienza collettiva, non per impartire lezioni, ma per riaprire uno spazio di responsabilità.
Le storie si compongono per frammenti: chi ha attraversato deserti e mari inseguendo un futuro e si ritrova a sopravvivere ai margini; chi vive il carcere come sospensione del tempo; chi difende sogni minuscoli con strumenti fragili. In ognuna di queste esistenze vibra un desiderio elementare e radicale: essere riconosciuti come uguali, almeno davanti alla vita.

Celestini abbatte la distanza tra palco e platea rivolgendosi al singolo spettatore, a chi arriva in sala con le proprie fatiche quotidiane. La lingua che utilizza è diretta, spogliata delle incrostazioni del potere, radicata nell’esperienza concreta. È un teatro politico nel senso più alto: non propaganda, ma esercizio di memoria e restituzione. Perché pronunciare un nome, raccontare una storia, significa sottrarre qualcuno all’oblio. In un tempo che produce scarti con impressionante rapidità, Poveri Cristi ci invita a fermarci, ad ascoltare, a guardare diversamente quel parcheggio che attraversiamo ogni giorno. Forse è proprio lì, nella prossimità che preferiamo ignorare, che si gioca la misura della nostra umanità. E il successo di pubblico al Teatro Vascello dimostra che c’è ancora una comunità disposta a mettersi in ascolto, a lasciarsi interrogare, a riconoscere nel teatro non solo un luogo di spettacolo, ma uno spazio di coscienza condivisa.
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Poveri Cristi – di e con Ascanio Celestini, Gianluca Casadei alla fisarmonica, produzione Fabbrica, Teatro Carcano, Teatro Vascello, dal 13 all’22 febbraio 2026
Foto ©Grazia Menna





