di Giorgia Leuratti

 

Un caschetto grigio, occhiali scuri, una sigaretta appoggiata alle labbra: il volto assorto di una donna riempie lo schermo, ad esso si rivolge, in esso si specchia per poi accingersi a un’intima quanto pubblica rivelazione.

È nel passaggio da scrittura teatrale ad art movie, da monologo silenzioso a esasperata divulgazione, che si origina “Doriana”,esperimento filmico di Mariano Lamberti in proiezione lo scorso 15 ottobre al Cinema Azzurro Scipioni di Roma.

Nato dal recupero del testo “Doriana Grigio Vana” di Roberta Calandra e dalla declinazione della sua struttura espressiva, l’opera fa appello a modalità che richiamano il modus vivendi della condizione pandemica in corso e che reinterpretano la condizione di isolamento personale attribuendole un portato collettivo.

“Vorrei dire la verità”- se nella successione repentina di quadri e contesti Doriana sembra svelarsi, predisporsi alla narrazione minuziosa e delirante di una storia, è lo strumento che elegge a farsi reale oggetto dell’opera: esponendo sé stessa agli ascoltatori senza volto di una diretta social, la donna mette in atto un tentativo di risoluzione, si distacca dalla sua frustrazione per poi raccontarla facendosi dimentica della realtà di isolamento che la ingabbia.

Si apre e si chiude l’obiettivo della telecamera interna, sullo schermo dello smartphone s’alza e si abbassa l’indice degli ascoltatori: estromessa da una realtà lavorativa che anteponeva la forma alla sostanza, la donna sembra guidata dall’urgenza di trovare nuovi involucri entro i quali rintanarsi, nuovi sguardi che possano restituirle il senso dell’esistere.

Sebbene la riproposizione dell’immagine della protagonista (la mimica ed eclettica Caterina Gramaglia) si ponga come collante e legame tra le diverse inquadrature, è l’eterogeneità delle ambientazioni, la loro rotazione, la loro deformazione attraverso la luce a rappresentare un ulteriore elemento narrativo: così come la contraffazione dell’esistenza caratterizzava prima la routine della donna, questa si ripropone nel suo modo di agire, nella ricerca di uno schermo come filtro che ripari da un’autenticità temibile, perturbante.

Ed ecco che la comparsa di un ritratto fotografico, l’incursione di un interlocutore ignoto, un innamoramento artificioso quanto avventato sembrano dirottare le sorti del racconto: nella diretta citazione di The Picture of Dorian Gray, l’abbrutimento della foto procede di pari passo con l’originarsi di un dolore che nella profonda scissione dell’io, nell’atto spasmodico di rifuggirlo, trova le sue paradossali ragioni.

Stagliate sull’immagine in bianco e nero di un viso ormai cadente, si muovono lente le sagome di gatti neri; nel passaggio dall’intrigo alla disperazione il racconto perde interesse per il pubblico guardante al di là dello schermo: è solo la notizia di una morte, il suo scoprirsi fake news, a permettere a Doriana di ritornare Doriana, di svestirsi della parrucca di artificio, e della necessità di trovare riscontro da occhi che non conosce.

Girato nella sua completezza con un I-Phone X, il film ci restituisce in forma audiovisiva le intenzioni di un’opera teatrale impossibilitata ad andare in scena nella sua forma originaria e che, nonostante la presenza di problematiche tecniche nel corso di visione, moltiplica i suoi riferimenti proiettandoli sulla condizione sociale attuale.

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