di Sofia Chiappini

  

Alan Turing al Teatro Belli tra genio, innocenza ed eroismo, nella commovente interpretazione di Gianni De Feo.

 

“Alan Turing e la mela avvelenata” di Massimo Vincenzi, con Gianni De Feo, regia di Carlo Emilio Lerici è uno spettacolo capace di coinvolgere con intensità e pathos crescenti, conducendoci fin dentro il marasma caotico della genialità di Alan Turing.

Il celebre matematico ed eroe britannico venne arrestato il 31 marzo del 1952, con l’accusa di aver commesso il considetto reato di sodomia. La storia di questa legge grottesca e ripugnante, che nei secoli ha condannato a morte, reclusione o, come nel caso di Turing, a castrazione chimica, migliaia di innocenti, tra gente comune, intellettuali e scienziati, affonda le sue radici nello scontro teologico-politico tra potere papale e monarchia inglese. In particolare, in merito al diritto di quest’ultima di legiferare, in maniera assai invasiva, sul comportamento dei suoi sudditi, arrivando persino a rendere illegale il suicidio.

La depenalizzazione di questi supposti reati, concernenti le preferenze sessuali, fu introdotta solo nel 1967 grazie al “Sexual Offences Act”, ovvero più di quattro secoli dopo essere stata promulgata, con il nome di “Buggery Act”, da Enrico VIII. Solo dal 2005 le unioni civili sono state riconosciute dal governo britannico e legalizzato, nel 2014, il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Mentre la macchina della condanna divora senza appello l’innocente, il genio sprigiona sulla scena tutta la sua potenza creativa. Il testo di Massimo Vincenzi si articola, con straordinaria abilità, in dialoghi sconnessi, immaginari e non, allucinazioni e ricordi quanto mai lucidi, in cui il protagonista rivive, come in un percorso a zig-zag, la sua vita. Gianni De Feo ci dona, attraverso la sua interpretazione, un’esperienza travolgente, proiettandoci in una dimensione ulteriore: quella di un inconscio ricco di contraddizioni e di voci, in un dialogo intimo con il proprio passato.

Dalla messa in scena evinciamo una potente sinergia tra attore, regista e scrittura, in cui ogni elemento risulta curato fin nei minimi dettagli e vero protagonista della storia diventa il corpo. Un corpo deformato, ripugnante agli occhi di chi lo indossa, che tradisce la condanna, che sancisce la sconfitta. Il linguaggio teatrale si arricchisce di elementi ulteriori, grazie alle musiche di Francesco Verdinelli, votate al minimalismo, in cui lo spazio concesso alla semplice melodia si riduce, per lasciar posto a un sentimento di angosciosa solitudine.

La regia di Lerici non indugia mai in vuoti sentimentalismi, scandisce piuttosto il tempo dell’azione in maniera attenta e precisa, sfruttando i cambi repentini sulla scena, che, pur nella loro estrema semplicità, risultano assolutamente efficaci. Siamo condotti in una dimensione di straniamento, di astrazione dal reale, in cui nevrosi e commozioneconvivono, conferendo senso all’azione, fino ad arrivare, inesorabilmente, all’atto più estremo di liberazione: la morte. Essenziale, in questo senso, l’impiego di proiezioni video, che rimandano con chiarezza alla tragica fine di Turing, in cui, senza cadere preda di un tetro realismo, è svelato tutto il senso dell’opera.

“Alan Turing e la mela avvelenata” di Massimo Vincenti, con Gianni De Feo, voce fuori campo di Stefano Molinari, musiche di Francesco Verdinelli e regia di Carlo Emilio Lerici è andato in scena dal 22 al 30 maggio. Il Teatro Belli conferma con il suo slogan “(Ri)tornare” di voler resistere al pericoloso oblio a cui questa forma d’arte sembra a volte essere condannata, proponendo una breve stagione, che sarà in scena fino al 6 giugno.

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