di Erica Bagatella

 

Dal 25 al 28 novembre 2021 è andato in scena al Teatro Belli Coriolanus Vanishes di David Leddy, regia di Enzo Aronica con Federica Valloni.

Un palco, una scrivania, un intimo monologo, un’attrice, decine di personaggi. Ci troviamo nella testa di Chris, protagonista, uomo, padre, marito e amante. Dal momento in cui si spengono le luci entriamo nel suo flusso di coscienza e proviamo a non affogare, inondati dalle informazioni che Chris trasuda mentre passa da un ricordo all’altro. Ci fornisce episodi, immagini, frammenti della sua storia e nel farlo non è mai lo stesso uomo due volte. Proprio come un liquido, Chris non ha una forma propria ma si adatta in base al luogo e alle persone che lo circondano. Per sua moglie, è un uomo danneggiato e sconsiderato, ma comunque degno del suo amore incondizionato. Per suo figlio adottivo, è solo chiacchere, promette felicità, amore, certezze ma rischia in continuazione di lasciarlo solo. Per il suo amante, è vulnerabile, fragile e rischia di essere schiacciato dal peso della vita. Mentre per i suoi colleghi della vendita internazionale di armi, è il volto accettabile del compromesso etico.

Per come la vede Chris, lui è tutte queste cose e nessuna. Il suo inquieto passaggio da un ruolo all’altro è espressione della sua incapacità di stare al mondo. Per quanto le cose vadano bene, si sente sempre incompleto, costretto a fuggire alla ricerca di altro. La morte e la violenza intorno a lui, dai lutti familiari alle atrocità terroristiche, sembrano essere manifestazioni della sua stessa instabilità psicologica.

Federica Valloni è un’interprete magistrale per la personalità fluida e sfuggevole di Chris. La scelta di un’attrice donna in questo ruolo non stona, anzi, non fa altro che accentuare la tensione tra il femminile e il maschile, entrambi intrinsechi in Chris. Federica si muove a volte sinuosamente, come un serpente, altre volte a scatti, come un gatto. Proprio come le paure più grandi e irrazionali si insinua viscidamente in noi facendoci empatizzare con un disgraziato che non si è mai sentito di appartenere alla vita. Una tensione costante alla ricerca della felicità che non ha fatto altro che portare morte e dolore.

Coriolanus Vanishes non vanta solo un’ottima interpretazione ma anche un gioco di luci che risulta parte fondamentale della scenografia. Infatti, le luci aggiungono movimento alla scena delimitando spazi reali e non. Ogni ricordo ha il proprio spazio fisico, e ogni personaggio ha la propria faccia. In questo caso le luci risultano essenziali anche per definire i diversi personaggi e stati d’animo di Chris, in quanto tagliano la faccia di Federica conferendole sempre nuove forme ed espressioni. Proprio come Chris, Federica non è mai uguale a sé stessa e la poliedricità della sua performance viene rinforzata dalla regia che non ha lasciato nulla al caso, nemmeno la musica che accompagna l’intero spettacolo come una colonna sonora in un thriller. Sempre adeguata e mai invadente.

Esplorando come gli oscuri ricordi d’infanzia possono assediare le nostre relazioni adulte, Coriolanus Vanishes combina l’ambiguità morale del commercio globale di armi con le sfide caotiche dell’adozione di un bambino abusato. La volontà di essere amati e l’impossibilità di amare. Gli effetti devastanti che ha su noi stessi e sugli altri un passato di abusi, e come la ricerca della felicità non sia sempre alla portata di tutti. Un io frammentato che non sa cosa vuole e, per questo, soffre.

“A volte i tuoi amici sono peggio dei tuoi nemici, e a volte tu sei il peggiore di tutti.” Questa frase viene ripetuta ossessivamente da Chris e che ci fa interrogare sulla nostra vita, le nostre scelte e le nostre relazioni. Coriolanus Vanishesè una complessa discesa attraverso la passione, la vergogna, la devastazione e le molteplici facce della follia. Questo dramma psicologico colpisce nel profondo e come un terremoto ci scuote dalle nostre certezze facendoci mettere in dubbio la solidità del nostro io.

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