di Giorgia Leuratti

 

Un unico atto, un’unica voce, una stanza sovraffollata e placida con le sembianze di una camera da delitto: non si tratta di monologo, ma di dialogo simulato: una donna, il suo amante invisibile coinvolti nel gocciolare straziante di una storia d’amore, del suo fatale interrompersi.

Non immaginava forse Jean Cocteau al debutto della sua opera “Una voce umana” (1930) che la sua pièce sarebbe divenuta fucina inesauribile di echi, che avrebbe rappresentato la matrice prima per un moltiplicarsi di variazioni sul tema, che un personaggio da lui delineato come vittima mediocre, avrebbe stimolato l’empatia simbiotica in miriadi di sguardi: se la versione più recente è rappresentata dal cortometraggio (2014) di Edoardo Ponti con Sofia Loren , prima e più famosa versione cinematografica fu quella ad opera di Roberto Rossellini, che la scelse come capitolo d’esordio per il film “L’Amore” (1948) con Anna Magnani.

Nella ricorrenza di leitmotiv, inseriti in entrambe le riscritture con riferimento all’originale, chiara appare la messa in evidenza di particolari diversificati che le conducono a configurarsi secondo ambientazioni, evocazioni e dinamiche in parte differenti: laddove l’interpretazione della Magnani, ripresa nell’inquadratura iniziale a sciacquarsi il volto corroso dalle lacrime, si caratterizza per un contegno e una naturalezza che nella sola espressività del viso, rendono manifesto il dolore che lo attraversa; più accentuata è invece l’interpretazione della Loren che nell’elemento linguistico, il ricorso al napoletano, trova il suo elemento caratterizzante.

E’ la persistenza di elementi simbolici, figurati già nell’opera-matrice di Cocteau, a suggerire una sostanziale differenza nella modalità di interazione personaggio- oggetto: l’oggetto-telefono appare in entrambi i casi come strumento di un urgenza che nel filo trova il cordone necessario ad una vitale comunicazione; più allusivo risulta invece l’oggetto- specchio, superficie riflettente che rimane per la Loren rivelatore della verità del personaggio; investe per la Magnani il fondale della vita stessa.

Reduce della drammatica storia d’amore con il regista Roberto Rossellini, Nannarella non sembra recitare un personaggio, gli occhi scuri sfiniti dal pianto, il ghigno sofferente delle labbra rimandano ad un trascorso capace di sovrapporsi alla finzione scenica fino confluire in essa.

Recanti in loro il peso di un portato emblematico universale, le due donne veicolano però immaginari differenti: entrambe imbrigliate in un limbo di non accettazione, sono l’una esplosione verbale tanto esacerbata quanto passionale; l’altra portatrice di una sofferenza che si consuma dal di dentro, di un’implosione tacita e forse ancor più struggente.

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