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Clownerie con leggerezza crudele: una distopia grottesca sul desiderio

Anorgasmia e ribellione, tra nevrosi e libertà.

Una perfetta dramedy quella andata in scena al teatro India di Roma (3-15 febbraio 2026), Orgasmo. Prosa dispiaciuta sulla fine del sesso (testo e regia di Niccolò Fettarappa), finalista al premio Pier Vittorio Tondelli.

Ha infatti la leggerezza e la ritmica della stand up, ma un sottofondo di amarezza tragica, tra distopia nevrosi e alienazione, che tuttavia vira ad un assurdo light, dove le gag esplodono in un patetico grottesco e paradossale. Una satira amara che oscilla tra vertiginosi tormentoni comico isterici (talora un po’ sopra le righe) ed equivalenze gestuali in comico controcanto patetico grottesco. Non manca tuttavia il lieto fine, forse lievemente predicatorio, quando per la ribellione dell’apparentemente più sfigato, si apre un capovolgimento verso la libertà. Con un capovolgimento della metafora kafkiana l’eroe dell’ultima ora ci dimostra che basta aprire la porta. Anzi, per non far mancare un tocco fantasy, il portale (magico?). 

Allora, dal lato scena penetra –  tra i fumi di un misterioso aldilà (e nel fumo amplificata) – un’onda travolgente, accecante di luce, che trascina all’altrove della libertà. E’ noto. In Il processo, di Kafka, al povero villico che attende tutta la vita davanti alla porta delle legge, il guardiano, prima di chiuderla, dice che era solo per lui, a lui dedicata. Certo. Con Freud potremmo dire che siamo noi a chiuderci nella nostra nevrosi. E con Sartre, o più banalmente con un qualsiasi terapeuta, che sta a noi agire la libertà della scelta, e fare del destino la nostra libertà.

Ma di cosa si tratta? 

Il tema è quello del calo del desiderio nel mondo moderno, con uno svaporare progressivo della relazione con l’altro in generale, spesso solo virtuale e sui social, se non addirittura evitata, per i più vari motivi. 

Una deriva che ha il suo culmine negli asessuali, un orientamento che assume come accettabile la totale mancanza di attrazione sessuale (cosa ben diversa da celibato e castità, come forme di autorepressione).

Una disgrazia? Dovrebbe esserlo. 

Ma qui invece diventa l’obiettivo del potere. Non un potere dittatoriale. Il semplice potere burocratico capitalistico fondato sull’efficienza. In questo caso incarnato dalla Von der Leyen, e dall’agenda europea per il 2030 (per l’ecosostenibilità e la giustizia sociale). La previsione, ma anche l’obiettivo da promuovere, entro il 2030, è la scomparsa dell’orgasmo, visto come un disturbo della filiera produttiva.

In 1984, di Orwell, e in altre distopie, è l’amore ad essere inviso al potere, perché rende l’uomo libero.

Ma già Wilhelm Reich (l’ala marxista del freudismo), con i suoi La funzione dell’orgasmo  (1927) e Psicologia di massa del fascismo (1933) sottolineava la funzione centrale e liberatoria della sessualità, e quanto la sua repressione, funzionale al potere, generasse una società fascista, fondata su una sessualità sado maso, pornografica, senza reale relazione tra persone (si veda come perfetto manifesto cinematografico di questo discorso reichiano e marxista il film del 1982, dei Pink Floyd, The wall, dove la frustrazione sessuale e relazionale produce appunto nazismo). 

Ed è quello che è successo nel mondo moderno, dove anche la rivoluzione sessuale degli anni ’50-’70 è stata piegata dal tardo capitalismo mediatico consumistico in puro consumo, e appunto ultimamente in sexting e porno online.

Come si articola in pratica il discorso in scena? Attraverso l’incrociarsi di due coppie: da un lato marito e moglie, coppia in forte crisi; dall’altra un giornalista ed uno zoologo, teoricamente inviati per redimere i renitenti all’anorgasmia, ma che in pratica, con un continuo comico scambio di ruoli, anche si allenano a vicenda, in quanto per niente esenti dalle debolezze dei loro presunti assistiti.

La scena è minimale. Pareti in finta pietra, a mimare prigionia, ed al centro un lettone blu (colore freddo), che più avanti si scompone in due letti singoli, lievemente inclinati, e nella testiera, elementi che poi spostati in varie posizioni segmentano simbolicamente l’azione. Così la testiera diventa la bara di uno di loro, ed i lettini loculi-botola da cui emergono tormentati, oltre che confini-gabbia di una tormentata scena della memoria, quando lo zoologo ricorda la frustrazione di un amore infantile fallito, con lei che balla col disabile della classe. E all’inizio il lettone è il teatro dei conflitti di coppia, con una lei rabbiosa e nevrotica (splendidamente energetica ed animalesca in questo Rebecca Sisti). 

Le comiche si alternano così a ritmo frenetico. D’Addario è splendido nel fare posturalmente il clown triste, mentre tenta di commuovere la moglie al sesso, e lei surreale quando, liberatasi di lui, e eccitata a insistere dallo zoologo, si aggira a quattro zampe, delirando freneticamente borbottate interazioni internet mail PEC, da venditrice online. Posseduta senza ritorno dall’alienazione, e l’ultima, quando il marito tira tutti al portale della libertà, a lasciarsi trascinare, disperatamente resistendo fino all’ultimo all’uscita dalla nevrosi.

Esilaranti soprattutto sono tuttavia nel crescendo di reciproca sadomasochia sfigata i due inviati.

Fettarappa (lo zoologo), all’inizio statua della perplessità, spinto dall’altro a trovare la propria aura (a forma di pera!), diventa poi un goffissimo e surreale masochista in dark room, ed in seguito persecutorio e feroce quando aggredisce il giornalista su suoi presunti amori (che non dovrebbe avere). Gli è addosso, sopra il lettino, urlandogli “Hai qualcuno!?” 

E Guerrieri (il giornalista) è esilarante nel suo patetico racconto di un immaginario amore online di pochi minuti, e più avanti, pisciando al muro, quando dichiara mesto infantile e perplesso di non trovare più il proprio pipino.

E in tutto ciò, abili tutti nelle pause attonite, in stop motion, con tempistiche da stand up.

E così lo spettacolo fila liscio. Leggero e intelligente.

E il pubblico risponde caloroso.

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Orgasmo. Prosa dispiaciuta sulla fine del sesso – testo e regia di Niccolò Fettarappa – con Gianni D’Addario (Gianni), Niccolò Fettarappa (Zoologo dottor Fettarappa), Lorenzo Guerrieri (Giornalista), Rebecca Sisti (Rebecca) – aiuto regia Lorenzo Guerrieri – assistente alla regia Roberta Gabriele – disegno luci Tiziano Ruggia – costumi Elena Dal Pozzo – sound design Massimo Nardinocchi – scene costruite nel Laboratorio di Scenotecnica di ERT – Foto di scena Matilde Piazzi – produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Agidi, Sardegna Teatro – testo finalista al premio Pier Vittorio Tondelli / Riccione Teatro 2023 – Teatro India, 3-15 febbraio 2026

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