Claudio Collovà e il suo teatro, un piacevole incontro per parlare del suo lavoro e del Segesta Teatro Festival

Palermo è certamente una tra le poche città che può regalarti importanti incontri anche durante pomeriggi assolati e mentre la città è in preda ai festeggiamenti per il suo Festino. Così il Direttore Artistico del Segesta Teatro Festival Claudio Collovà mi ha ospitato nel suo spazio Area Madera, che si trova accanto la chiesa dello Spasimo a Palermo, proprio il quattordici Luglio. Quello che mi preme raccontare, ai lettori di Quarta Parete, è il lavoro del Direttore artistico e del Regista Claudio Collovà, del suo lavoro in scena, del suo rapporto con gli spazi, dati e costruiti, con la musica, con gli attori e con il linguaggio.

Il Segesta Teatro Festival inaugurerà il 2 Agosto 2022,con Gaspare Balsamo, a Calatafimi, per il festival diffuso nelle cinque città afferenti al parco archeologico, e poi con il concerto di apertura Supersonus di Anna-Maria Hefele, il giorno dopo al teatro antico. 

Collovà dice ” Dirigere un festival significa innanzitutto metterti in ascolto del lavoro di altri artisti, guardarlo con occhi molto aperti e ti insegna ad ascoltarlo con molta attenzione. Guardo sempre con molta attenzione al lavoro di artisti con un percorso autentico, non occasionale, che mostra continuità nella ricerca anche negli anni. Spero sempre che ogni spettacolo ospite abbia successo, non solo per gli artisti e per il pubblico, ma anche per il festival come struttura, una macchina organizzativa dove lavorano tante persone, spesso duramente. Mi piace molto quando riconosco in certi artisti una coerenza di linguaggio, un linguaggio che apparentemente sembra non mutare, eppure sempre nuovo e inatteso. Forse questa ‘vicinanza’ può essere definita una affinità del sentimento. Amo recuperare materiali degli spettacoli precedenti che vengano rinnovati negli spettacoli successivi. Come attore facevo parte del gruppo molto selettivo di Antonio Neiwiller a Napoli, ho imparato molto da lui, il potere del silenzio per esempio, del laboratorio che fa crescere le cose con lentezza e partendo sempre da ciò che si ha già. Così molti artisti della generazione precedente alla mia, degli anni ’70 e ’80, lavoravano dipingendo quasi sempre lo stesso quadro con infinite variazioni. Questo mi interessava molto e mi interessa ancora, vivere attorno al centro vitale della tua ricerca senza salti, ma in un lento procedere, in una appartenenza che ti rende riconoscibile a te stesso. Parto da questo nella scelta degli artisti da invitare al festival. Ma naturalmente non solo da questo. Anche i miei programmi sono riconoscibili, in un certo senso. Lo sono stati alle Orestiadi per tante edizioni e lo saranno anche a Segesta in questo primo tentativo del mio incarico triennale.”

Sul lavoro sul silenzio, Collovà dice, “Io parto sempre dal silenzio, credo che corrisponda al vuoto necessario alla creazione. Come la tela bianca per il pittore, in cui si traccia il primo segno senza sapere esattamente dove ti porterà e se ti porterà in un luogo per te importante. Stare in contatto con il cielo e con la terra e nient’altro in mezzo, nient’altro che l’attesa che qualcosa si verifichi. Avere pazienza, sapere attendere. Non amo troppo le cosiddette ‘idee’. Quando ho un idea preferisco cancellarla, perché le idee portate in scena significano suggerire, suggerire qualcosa che in seguito viene rifatta. Attendo che le cose si verifichino, senza sapere perché si verifichino. Probabilmente si crea un momento di sospensione, dove tutto diventa molto diverso dalla volontà, l’unica volontà che devi avere è quella di non volere.” Questa riflessione trovo sia estremamente interessante e ci racconta molto del suo metodo, se così possiamo chiamarlo. ” I metodi stabiliscono un processo una volta e per tutte. Non credo di averlo, e il primo giorno di prove è per me sempre molto difficile. Non voglio definire nulla. A me interessano semplicemente due cose, incontrare gli attori come esseri umani in grado di ascoltare, e che mi permettano di fare lo stesso. In questa relazione umana e di lavoro si deve essere disponibili ad abbandonare ciò che si conosce andare verso qualcosa che non si sa ancora. In fondo sono sempre dei viaggi nuovi che noi facciamo, ed è proprio sul procedere di questa nave che si crea tutto quanto. L’approdo è l’ultima cosa che avviene, ed è il momento in cui arriva il pubblico, però tutto l’attraversamento è un attraversamento che può essere fatto solo se tu abbandoni ciò che già sai e ti metti in viaggio. Céline nel mio ultimo spettacolo non è certo silenzioso ed è un alleato importante, è lui, la sua scrittura, il suo mondo che mi porta a riempire il vuoto. Ma non voglio darti l’impressione che io stia nel vuoto inutile, questo periodo a volte è magico e prende forma, si accende, in un tempo molto breve.

Sul lavoro con gli attori, Collovà racconta che “Io non ho mai detto ad un attore di dire la battuta in un certo modo, ho sempremesso gli attori nella condizione di essere qualcuno, di esistere in scena e non di rappresentare qualcuno. Quello che io faccio sempre, rispetto allo spazio, è di partire dal vuoto, dall’assenza di tutto, dallo svuotamento di qualsiasi carica frettolosa per arrivare ad un risultato. Il risultato arriva ma molto lentamente e molto vicino al debutto, piano piano tutto si trasforma.I primi giorni preferisco che loro siano capaci anche di azzerarsi, di entrare molto lentamente passo dopo passo dentro il lavoro che stiamo facendo, senza alcuna fretta di raggiungere alcun risultato.”

Sul lavoro sulla musica e la partitura musicale, Collovà racconta “Per circa dieci anni ho lavorato con attori musicisti che suonava,no in scena. Erano figure con uno o più strumenti musicali nello spettacolo, ma molto di più in prova, nel lavoro di ricerca. E molto spesso, era la musica che creava, generava la scena. Questo lavoro è durato almeno dieci anni con Giacco Pojero e Nino Vetri, i musicisti che hanno composto e suonato le musica per almeno dieci dei miei spettacoli. Sono stati e saranno ancora veri compagni di viaggio. Il 29 luglio ritorniamo dopo tanti anni a suonare The Waste Land Suite, a Giardini Naxos per Ierofanie Festival”. Quello di cui parla Collovà è la prima edizione di Ierofanie Festival – L’anima della Sicilia, i luoghi del sacro, che è interconnesso al Festival di Segesta. “Poi è arrivato Giuseppe Rizzo, sound designer, anche lui sarà presente ai giardini Naxos il 29 Luglio. Quello che accomuna Giacco, Nino e Giuseppe è che i loro tentativi musicali nascono in prova. Il musicista è sempre stato in prova e noi siamo sempre stati abituati a lavorare avendolo in scena, con i suoi tentativi di suono. Ad un certo punto la musica si forma. Non ho mai pensato che la musica dovesse essere prodotta in un luogo e poi applicata alle scene. Al festival c’è tanta musica, perché è una tra le più antiche arti, prima del teatro. La musica ha il grande potere di creare comunità in ascolto e in quel luogo immagino diventi una adunanza di anime.  Mi fa piacere che al festival di Segesta, proprio in quel teatro lì, ci sia la musica e si apra con il concerto ‘Supersonus’ di Anna-Maria Hefele, con il suo ensemble che ha unito artisti di fama internazionale. È un concerto che consiglio a tutti.

In conclusione “Inoltre Segesta è un luogo che toglie il fiato. È un teatro che la forza di creare una comunità in ascolto con le sue pietre. Ecco, credo che un festival debba anche tentare di riformare la comunità, spesso troppo dispersa nel frastuono mentale della vita, nel poco silenzio dei nostri tempi. Stiamo facendo rinascere un festival su basi completamente diverse, questi sono i giorni più duri e pieni di sacrifici, ma siamo felici che tutto presto inizi.

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