Alla Sala White dello Spazio Diamante, Panatta e Fallucchi trasformano monologhi in materia viva, tra risate amare e storie che chiedono ancora ascolto
È tornato in scena, dal 13 al 15 marzo, Civico 33 – Monologhi di Donne, tratto dall’omonimo testo di Emanuela Panatta, pubblicato nel 2016 per Edizioni Il Torchio. Un ritorno che non ha il sapore della ripetizione, quanto piuttosto quello di una necessità: rimettere al centro storie che, a distanza di quasi un decennio, non hanno perso nulla della loro urgenza. Nella Sala White di Spazio Diamante, lo spettacolo ha nuovamente incontrato il pubblico romano, confermando il consenso già raccolto nelle precedenti messe in scena.

Civico 33 – Alessandra Fallucchi
La struttura è quella di un atto unico che alterna monologhi e dialoghi, ma la definizione rischia di essere riduttiva: si tratta piuttosto di un flusso continuo, un organismo scenico in cui le parole si rincorrono, si sovrappongono, si trasformano. In scena, accanto alla stessa Panatta, Alessandra Fallucchi, interprete di grande sensibilità e rigore.
Insieme firmano adattamento e regia, dando vita a un meccanismo teatrale essenziale eppure densissimo. Le musiche di Gabriele Calanca accompagnano con discrezione gli stati emotivi, mentre l’impianto scenografico di Carlo De Marino costruisce un ambiente evocativo: due sedie al centro, due appendiabiti colmi di indumenti e oggetti che sembrano custodire esistenze intere, tracce di vite vissute e ancora da raccontare.
Il ritmo è serrato, incalzante. Non c’è spazio per pause superflue, non c’è compiacimento: la parola corre veloce, sostenuta da una recitazione che oscilla con naturalezza tra il drammatico e il tragicomico. Il pubblico, che ha gremito la sala, si è trovato più volte a ridere – ma di un riso che punge, che rivela, che smaschera. “Ridere per non piangere” diventa qui una chiave di lettura precisa, una strategia narrativa che permette di affrontare temi complessi senza mai appesantirli, ma nemmeno banalizzarli.
Le donne che abitano questo immaginario “civico 33” – un numero che nella Smorfia Napoletana richiama simbolicamente “l’età di Cristo”, dunque il sacrificio e la consapevolezza – sono molteplici e riconoscibili. C’è la donna tradita, quella intrappolata in relazioni tossiche, quella che si confronta con una dipendenza affettiva o sessuale, quella che cerca risposte rivolgendosi a una cartomante, quella che a un certo punto decide di rompere il proprio ruolo domestico e riscrivere la propria esistenza. Figure diverse, ma unite da una stessa tensione: quella verso una forma di libertà che appare sempre vicina eppure continuamente rimandata.
Panatta e Fallucchi abitano questi personaggi con una versatilità sorprendente. I cambi avvengono a vista, senza soluzione di continuità: basta un cappello, una collana, un gesto per trasformare completamente identità e prospettiva. In un passaggio particolarmente significativo, le due attrici si presentano vestite in modo identico, muovendosi in sincronia, come se fossero due manifestazioni di una stessa voce. È qui che lo spettacolo trova uno dei suoi nuclei più forti: l’idea che dietro ogni storia individuale si nasconda una coralità, un’esperienza condivisa che supera il singolo caso per diventare racconto collettivo.
La scrittura, pur risalendo al 2016, colpisce proprio per la sua attualità. I temi affrontati, relazioni disfunzionali, stereotipi di genere, solitudine, desiderio di emancipazione, non solo non appaiono superati, ma risuonano oggi con una forza forse ancora maggiore. In questo senso, il successo che lo spettacolo continua a riscuotere non è soltanto il segno di una buona riuscita teatrale, ma anche il sintomo di una realtà che fatica a cambiare.
Sul piano attoriale, entrambe le interpreti offrono prove solide e coinvolgenti. Panatta lascia emergere con decisione la propria vena ironica, particolarmente efficace nei momenti più apertamente comici, come nel dialogo tra terapeuta e paziente, dove il ritmo si fa quasi vorticoso. Fallucchi, dal canto suo, colpisce per profondità e misura nel monologo della donna che decide di abbandonare i ruoli imposti: si libera degli orpelli di madre, casalinga e moglie, riempie una valigia di tutti gli oggetti del suo mondo, forse per liberarsene, sveste la “parannanzi” della donna di casa e si regala la vita che avrebbe sempre voluto vivere.

Civico 33 – Emanuela Panatta
Se si vuole individuare un possibile margine di miglioramento, lo si può rintracciare nella durata di alcuni dialogi e monologhi. In una struttura così tesa e dinamica, una maggiore sintesi in determinati passaggi recitativi avrebbe probabilmente amplificato l’impatto complessivo, rendendo alcune scene ancora più incisive, quasi come colpi secchi capaci di arrivare allo spettatore con maggiore immediatezza. Non si tratta di un limite strutturale, quanto piuttosto di una scelta che, se calibrata diversamente, potrebbe accrescere ulteriormente la potenza dello spettacolo. Al termine della rappresentazione, il pubblico ha risposto con applausi lunghi e calorosi, segno evidente di un coinvolgimento autentico. Civico 33 – Monologhi di Donne si conferma così un lavoro capace di parlare al presente con lucidità e sensibilità, mantenendo un ritmo vivo e una tensione costante.
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Civico 33 – Monologhi di Donne – tratto dall’omonimo libro di Emanuela Panatta, Con Emanuela Panatta, Alessandra Fallucchi, aiuto regia Chiara Anzelmo, costumi e scene Carlo De Marino, musiche Gabriele Calanca, adattamento teatrale e regia Emanuela Panatta, Alessandra Fallucchi, produzione Monolocale Produzioni Aps , Editrice Il Torchio, 2016, Spazio diamante dal 13 al 15 marzo 2026
Foto ©Grazia Menna





