di Claudio Riccardi

 

Una lavatrice di classe A++, una giovane ragazza dell’Est che spera di svoltare grazie al lavoro trovato in Italia, una casalinga soprannominata “Kapò” ma in realtà sottomessa e asservita al marito. Che, al contrario della moglie, è “Padre Padrone” di nome e di fatto.

Tre donne, o, per meglio dire, tre personalità femminili descrivono l’asse narrativo di Candy: memorie di una lavatrice. Spettacolo andato in scena a Roma, al Teatro Lo Spazio, dal 3 al 5 maggio.
Testo, sceneggiatura, regia, scenografia e costumi portano un unico nome, Iris Basilicata. Giovane, promettente, talentuosa. Vincitrice con questo progetto, nel 2020, del bando “Idee nello spazio”. Iris Basilicata è anzitutto attrice – diplomata in drammaturgia all’Accademia “Silvio D’Amico” –  e sul palco ha egregiamente retto la scena, proponendo al pubblico un carosello di personaggi per 60 intensi minuti.
Si è presentata sotto i riflettori in punta di piedi e con fare maldestro. Con l’intenzione, apparente ma resa con estremo realismo, di piegare in ritirata e abbandonare il teatro. Escamotage riuscito, presenti del tutto spaesati. Ironia e imbarazzo, lunghi silenzi.

Poi si iniziano a comporre i pezzi. L’interprete indossa un costume da sfilata di bellezza e la corona in testa. Già, perché “Candy” studia per diventare la migliore lavatrice d’Italia. La sua casa è uno sgabuzzino e dal suo osservatorio privilegiato, un oblò di vetro, registra meccanicamente tutto quanto avviene nella domus di Padre Padrone. Dove tutto funziona secondo i ritmi e le regole della campagna siciliana, quella più profonda dell’entroterra. L’uomo è governatore assoluto: ha il controllo del lavoro, della casa, dei rapporti con le donne. Che si tratti della moglie. O delle braccianti stagionali, sfruttate all’osso, schiavizzate per pochi euro al giorno, prive di diritti e costrette ad extra non solo lavorativi. Di sera e nelle occasioni di festa diventano concubine, abusate e ripetutamente da Padre Padrone e dagli altri fattori del paese. Il destino di Elena, 20enne giunta in Italia in cerca di un’occupazione per poter sostenere a distanza la madre malata, è comune a migliaia di altre donne dell’Europa orientale che un’inchiesta del settimanale “L’Espresso” intercettò nel 2014 nelle campagne intorno a Ragusa.

Si chiama capolarato ed è la piaga che da nord a sud affligge le aree agricole del Belpaese. Spesso nel silenzio e, forse, con la connivenza delle istituzioni.

Di qui il sottotitolo dello spettacolo “schifosamente tratto da storie vere e mai lavate”. Perché tutti intorno sanno – delle violenze e dello sfruttamento – ma nessuno agisce. A cominciare dalle signore sposate come Kapò, ligie al dovere e subalterne per vocazione. Candy osserva e non giudica, ha un cuore di cavi elettrici. Offre conforto con la sua centrifuga alle giornate di Elena, ma non può aiutarla ad emanciparsi da questa situazione.
E così il tempo lento e pesante trascorre, nelle assolate campagne di Trinacria. Senza scosse, senza possibilità di riscatto. Ma proprio qui che si innesta il messaggio di Iris Basilicata, che invece ha il merito di posare sulla faccenda una lucida lente di ingrandimento. A tratti grottesca, efficacissima. E tenuta in mano con un sorriso contagioso che trasuda un’espressività molto elegante. Da quella mano nella scena finale vengono soffiate bolle di sapone. Che distraggono, ma non eliminano la perfidia umana.

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