di Sara Formisano

 

Caini al ridotto del Mercadante di Napoli è la terza parte di una trilogia dedicata alla famiglia, un nucleo chiuso ed esclusivo, fondato non solo sull’irrevocabilità del legame di sangue, ma anche intorno a un patto. Tutto ciò che è estraneo viene considerato ostile, portatore di una diversità che se non si omologa non viene riconosciuta e, che di conseguenza, va eliminata.

In un’inquietante atmosfera rituale illuminata solo dalle candele troviamo i personaggi impegnati in una cantilena che sembra una preghiera ma che preannuncia un nefasto evento.
Nella scena seguente siamo in discoteca e una ragazza incontra un ragazzo, i due si innamorano e dopo ritroviamo la ragazza a casa devastata dall’ennesima notte di follie che viene svegliata dai fratelli, due ambigui e viscidi personaggi che non dimostrano stima per lei e anzi sembrano invidiarla per la voglia di vita che lei, almeno in apparenza, sembra avere.
La madre arriva a casa con la spesa e ora che il nucleo familiare è al completo la ragazza annuncia a tutti di essersi innamorata, gli altri chiedono di conoscere il fortunato fidanzato ma lei sembra reticente.
L’incontro avverrà diverse settimane dopo. Ecco che si rende evidente lo schema, il nucleo familiare da una parte e l’estraneo dall’altra. Ma qualcosa di più inquietante si nasconde dietro questa apparente umile famiglia, la figura paterna è la grande assente eppure stranamente presente nelle allusioni fatte durante le conversazioni.

L’ingresso di una figura esterna ha una portata rivoluzionaria per le abitudini del gruppo familiare. L’innamorato è un artista, si occupa di videoarte per la precisione e fin dal primo momento si dice interessato alla verità. Lui è onesto, puro, pulito non ha nulla da nascondere e da temere, gli altri possono dire lo stesso?

E’ subito evidente come tutta la storia sia una grande metafora dell’effetto che l’arte ha sulle nostre convinzioni e di come ci spinga al dubbio, a porci delle domande. L’arte smuove le coscienze e spinge alla riflessione e mi viene da pensare che da certe persone non sia apprezzata perché le costringe a pensare. I caini, in effetti, sono questo, quel tipo umano infimo e meschino che non accetta di cambiare, di migliorarsi ed evolversi e sono anche quelle persone che oggi castrano l’arte impedendole l’esistenza. Lo abbiamo visto nel corso della pandemia quanto poco sia stata sostenuta.

L’artista viene qui rappresentato solo e non protetto ma piuttosto insidiato, vessato, ingannato e fagocitato da quella parte brutta dell’umano che se ne appropria risucchiandone l’essenza. Perché se è tanto vero che l’arte viene denigrata e derisa da molti come un mezzo di sostentamento incomprensibile e superfluo è altrettanto vero che tutti se ne servono e la consumano.

I Pesci, la compagnia che ha vinto il premio Leo De Berardinis 2020 ha prodotto uno spettacolo intenso, significativo e significante dove ogni elemento della messa in scena è stato curato con attenzione a cominciare dalla scrittura di Mario De Masi, anche regista dello spettacolo. In scena Alice Conti, Alessandro Gioia, Giulia Pica, Fiorenzo Madonna e Antonio Stoccuto.

Anna Verde e Marino Amodio hanno curato rispettivamente costumi e scene e rispetto ai primi ho molto apprezzato la scelta di omologare nell’abbigliamento i caini, compresa la ragazza che porta con sé un barlume di diversità ma che non riesce a discostarsi del tutto dalla famiglia.

Tutta la messa in scena si muove in un crescendo di tensione e inquietanti presagi di morte che lasciano viva l’attenzione dello spettatore in una morsa che comincia all’inizio dello spettacolo e termina solo alla fine con una scena che sa di horror con un climax che sfocia in una forma di cannibalismo.  

 

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