Loredana Piedimonte porta a Teatrosophia un monologo potente che racconta l’amore al tempo delle migrazioni e della solitudine urbana
7 maggio 2026 è la sera di Opera Pia. Il palcoscenico di Teatrosophia accoglie gli spettatori con una scena essenziale: un solo sgabello al centro, quello che nel linguaggio circense viene chiamato “podio”, la piccola base circolare sulla quale gli animali vengono fatti salire per eseguire esercizi di equilibrio. Un dettaglio scenografico minimo solo in apparenza, perché proprio lì si nasconde il cuore simbolico della drammaturgia di Gianfranco Vergoni, diretta da Nicola Pistoia e interpretata con straordinaria intensità da Loredana Piedimonte nei panni di Pia.

Loredana Piedimonte
La Piedimonte sostiene l’intero spettacolo quasi in solitudine – se non fosse per una voce fuori scena, sul finale dello spettacolo – costruendo un personaggio vivo, fragile, ironico, disperato e pieno di umanità. La sua è una prova attoriale che colpisce per controllo tecnico e autenticità emotiva. Alterna registri drammatici a improvvise accelerazioni comiche – sostenute anche dall’uso dialettale campano – che trascinano il pubblico nell’ilarità, senza mai perdere la misura. Poi, subito dopo una risata, riesce a precipitare in una dimensione introspettiva, amara, scavando nelle paure e nei desideri della protagonista. È in questa continua oscillazione emotiva che emerge tutta la preparazione dell’attrice, diplomata al Laboratorio di Arti Sceniche diretto da Gigi Proietti, scuola che ha formato interpreti capaci di attraversare il teatro popolare e quello di ricerca con la stessa naturalezza.
Pia è una donna del Sud, napoletana, emigrata a Mantova per insegnare musica. Divorziata da un marito che l’ha tradita, continua però a convivere con la sua assenza-presenza, rappresentata dai vestiti di lui ancora sparsi in casa, tracce di una vita che non riesce davvero a lasciarsi alle spalle. È un’insegnante che ama profondamente l’opera lirica e che crede ancora nel valore educativo della musica, intesa non solo come disciplina artistica ma come strumento per imparare il rispetto, l’ascolto e la convivenza civile.
La quotidianità di Pia è fatta di battaglie comuni: il caro vita, la spesa al supermercato, le offerte rincorse tra gli scaffali, i prodotti venduti come salutari e invece ingannevoli. In questi passaggi la scrittura di Vergoni trova una comicità vivace e riconoscibile, mentre la Piedimonte restituisce sul palco una figura nella quale è impossibile non identificarsi. Pia diventa una, cento, mille donne contemporanee, sospese tra precarietà economica e bisogno disperato di affetto.
Poi arriva Inussa, giovane africano incontrato quasi per caso fuori da un supermercato. Pia ne resta colpita, travolta dalla sua bellezza e dalla sua fragilità. All’inizio si prende cura di lui con piccoli gesti: una giacca nuova mai indossata dall’ex marito, un piatto africano cucinato seguendo una ricetta trovata sul web. Ma quel rapporto cresce rapidamente fino a trasformarsi in amore. Un amore che per Pia rappresenta insieme salvezza e possibilità di rinascita, una via di fuga dal dolore della separazione e da una vita diventata improvvisamente troppo stretta.
Inussa risveglia nella donna anche il ricordo romantico di La mia Africa, film di cui conosce a memoria le battute e nel quale sogna di ritrovare la stessa intensità amorosa vissuta da Karen Blixen (Meryl Streep) e Denys Finch-Hatton (Robert Redfor). È un immaginario cinematografico che alimenta il bisogno di evasione di Pia e che rende ancora più struggente il suo desiderio di sentirsi finalmente amata.
L’amore per Inussa la travolge a tal punto da spingerla ad abbandonare ogni certezza: lascia la casa, il lavoro, quella vita piccolo-borghese che l’aveva imprigionata fino al loro incontro. Comincia così un’esistenza marginale, quasi randagia. I due vivono senza stabilità, sfiorano il pericolo, affrontano il pregiudizio e la violenza degli altri, ma restano insieme.
Ed è qui che il simbolo dello sgabello acquista tutto il suo significato.
La vita, sembra suggerire lo spettacolo, è un circo. Saliamo su quel podio addestrati alle convenzioni sociali, alle abitudini, ai ruoli imposti. Restiamo immobili dentro una routine che ci tiene in equilibrio ma ci impedisce di essere liberi. Solo quando scegliamo di prendere davvero in mano la nostra vita proviamo a scendere da quella pedana, tentando di diventare noi stessi i domatori del nostro destino. Ma la libertà, inevitabilmente, porta con sé anche la paura.
L’epilogo infatti nega qualsiasi happy ending. Quando Inussa confessa di voler vivere con Pia ma anche con la moglie e i figli rimasti in Africa, la donna si sente nuovamente tradita. È un secondo abbandono, forse ancora più crudele del primo. Ferita e incapace di sostenere il peso di quella libertà che aveva inseguito, Pia decide allora di denunciare l’uomo come immigrato irregolare, accusandolo di averla manipolata e trascinata in una vita da sbandata.
Pia torna simbolicamente sullo sgabello. Torna a essere una creatura addomesticata dalle regole e dalle convenzioni. Il sogno di un amore assoluto si spegne contro la realtà del tradimento e contro la paura di vivere fino in fondo la propria ribellione.
Nel finale emerge anche il senso del titolo. Davanti alla tomba dell’amica Marina, Pia confessa il proprio gesto e, immaginando la voce dell’amica che le dice “tu sei troppo buona, fai la carità a tutti”, risponde amaramente: “Eccomi qua. Opera pia, presente!”. Una battuta conclusiva che contiene tutta la tragicommedia del personaggio: la sua generosità, la sua ingenuità, il suo bisogno disperato di amare e di essere amata.

Loredana Piedimonte
Opera Pia è uno spettacolo che parla di solitudine, desiderio e paura della libertà. Ma soprattutto è la grande prova scenica di Loredana Piedimonte, attrice capace di dominare il palco con una presenza magnetica, attraversando comicità e dolore con naturalezza. Una prova intensa, sfaccettata e profondamente umana, che conferma il talento di un’interprete in grado di trasformare una storia individuale in uno specchio collettivo. E con che occhi, con che animo guarderemo ora il “vuccumprà” fuori dal nostro supermercato?
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Opera Pia – di Gianfranco Vergoni, con Loredana Piedimonte, regia Nicola Pistoia, disegno Luci David Barittoni, costumi Isabella Rizza, scene: Francesco Montanaro, Teatrosophia dal 7 al 10 maggio 2026
Foto ©Grazia Menna





