di Sara Formisano

 

Lo scorso 22 febbraio il Teatro di Napoli, Teatro Stabile Mercadante, ha reso noti i vincitori del Premio Leo De Berardinis per artisti e compagnie della Campania under 35. Dopo la conversazione con  Alessandro Paschitto su ()pera didascalica  mi sono recata presso l’Ex Asilo Filangieri, meglio noto semplicemente come l’Asilo dove ho incontrato Mario De Masi, Alessandro Gioia e Fiorenzo Madonna. Loro sono I Pesci, fra i tre vincitori del Premio indetto dallo Stabile di Napoli con lo spettacolo Caini.

Caini è il terzo e ultimo capitolo di una trilogia iniziata con Pisci ‘e paranza e Supernova.
Anche questa volta l’incontro con il teatro avviene in uno tra i luoghi più suggestivi di Napoli, un altro fra i molti cuori pulsanti della città, il centro storico fra via dei Tribunali e San Biagio dei Librai dove c’è l’ex Asilo Filangieri, l’Asilo come lo si chiama comunemente, uno spazio del Comune affidato in gestione alle associazioni, in cui è possibile gratuitamente fare le prove degli spettacoli, organizzare incontri, feste, proiezioni e ogni sorta di attività sociale e ludica. È un altro dei molti gioiellini napoletani in cui se ami la cultura hai incrociato la tua strada con la sua almeno una volta. Ci ritroviamo nel refettorio dell’Asilo, in questa grande sala con una piattaforma per provare e in alto dei finestroni da cui arriva la luce del pomeriggio. Dopo il consueto e conciliante caffè per conoscersi, inizia la nostra conversazione sul progetto, sul teatro e sulla vita.

 

Partiamo dal principio, ogni storia che si rispetti vuole un incontro, il vostro come compagnia è stato suggellato da Pisci ‘e paranza

Fiorenzo Madonna: nel 2014 abbiamo debuttato con Pisci ‘e paranza spettacolo che ha partecipato al premio Scenario ed è stato in effetti il primo lavoro che abbiamo fatto insieme, come gruppo. La nostra compagnia è stata per tanto tempo un gruppo non costituito diventato poi, nel 2019, un’associazione culturale. Noi tre siamo i soci fondatori dell’associazione. L’idea di Pisci ‘e paranza viene da Mario che decise di formare un gruppo di attori con cui lavorare su progetti basati sul metodo della scrittura scenica (ndr. lavori che non partono da un testo scritto ma il cui testo è desunto da quanto accade in scena). Scenario fu la svolta perché ricevemmo una menzione speciale e da lì abbiamo potuto produrre lo spettacolo.
Il gruppo di lavoro di questo progetto era composto soprattutto da attori, vi facevano parte Andrea Avagliano, Ilaria Cecere, Rossella Miscino, Serena Lauro, Luca Sangiovanni ed io. La regia era di Mario e abbiamo prodotto lo spettacolo in collaborazione con L’Asilo.

Lo spettacolo andò molto bene e da lì decidemmo di proseguire, ma il secondo spettacolo, Supernova, è arrivato molto dopo, abbiamo iniziato a lavorarci nel 2017 partendo da una prima idea, poi nel corso del tempo il cast è cambiato più volte, io sono rimasto la presenza fissa. Supernova è un progetto in collaborazione con A.Artisti Associati Gorizia – ARTEFICI Residenze Creative FVG, Scuola Elementare del Teatro – Conservatorio Popolare per le Arti della Scena, e L’Asilo. Anche in questo caso la regia è di Mario.

 

Rispetto al metodo di lavoro che applicate, quello della drammaturgia di scena, come procedete?

Fiorenzo Madonna: Il metodo su cui abbiamo costruito quasi tutti i nostri lavori da Pisci ‘e paranza a Supernova a La Foresta è appunto quello della drammaturgia di scena, ossia la costruzione del testo avviene in prova, attraverso una ricerca fatta dagli attori e dal regista a partire da uno spunto o da un’idea…

Alessandro Gioia: …partiamo sempre da un soggetto e nel caso di questi tre lavori in particolare c’è sempre stato il soggetto alla base di tutto. Quest’ultimo viene portato in prova e la drammaturgia si sviluppa principalmente attraverso un lavoro di improvvisazione degli attori in scena. Quindi non è solo una questione di battute in senso stretto ma ha a che fare con tutto l’impianto drammaturgico. Si arriva quindi a una forma di autorialità collettiva, anche se poi la pagina scritta in sé e per sé la mette in piedi Mario come frutto di quanto accaduto in scena.

 

Riassumendo, dunque, non siete mai partiti dal testo per lavorare…?

Fiorenzo: C’è un lavoro che fa parte della preistoria de I Pesci, se così vogliamo dire, che abbiamo fatto con Mario insieme ad altri due attori, Rocco Giordano e Andrea Avagliano e che vedeva l’adattamento in napoletano del Calapranzi di Harold Pinter. La proposta ci arrivò da Salvatore Cantalupo che curò anche la regia e in quell’occasione appunto abbiamo iniziato i lavori in maniera “tradizionale”. Poi abbiamo lavorato ultimamente sui testi di Dostoevskij, Le notti bianche e Memorie del sottosuolo, quest’ultimo progetto vincitore del bando (H)earth di Teatri Associati Napoli.
Per esempio Caini, è stato un lavoro diverso dal nostro metodo solito dal momento che c’era un bando, il De Berardinis appunto, che imponeva la presentazione di un testo teatrale prima di qualsiasi cosa. In questo caso non siamo partiti dalle prove.

Mario: …infatti mi hanno costretto a casa a scrivere e stando in lockdown non potevo fare altrimenti (ride ripensando ai giorni di clausura e scrittura matta e disperata).

Fiorenzo: …Caini era lì in programma ma era un ancora germoglio, di scritto avevamo una mezza pagina di progetto ma non bastava per il bando…

Alessandro: …e da parte nostra c’era una chiara volontà di parteciparvi, dal momento che questa era anche la nostra ultima occasione dato che il bando era per gli under 35 del Teatro Stabile…

Fiorenzo: …e noi siamo una compagnia al limite dell’età massima poiché abbiamo passato tutti da poco i 35 anni e prima del bando rientravamo ancora nella categoria. L’abbiamo vissuta quindi come un’ultima chance. Era ottobre e poco dopo siamo andati in lockdown ed eravamo a Milano…

Alessandro: …in quel periodo doveva debuttare Supernova al Bellini di Napoli

Mario: …quindi ti lasciamo immaginare lo stato di depressione che stavamo vivendo…

Alessandro: …però credo che questa combinazione di situazioni negative in realtà ci abbia dato la forza per reagire. Per la seconda volta non ci siamo lasciati andare alla disperazione, ci siamo seduti davanti a Zoom e per 15 giorni, tutti i giorni, abbiamo fatto riunioni anche di otto ore in una giornata con Mario che scriveva il testo di notte…

Mario:(ridendo) con ricatti sia morali che fisici…

Fiorenzo: …l’abbiamo abbastanza costretto a fare questa cosa…

Alessandro: …tra l’altro aveva anche il computer fuori uso e chiamava me per battere a macchina quanto lui aveva scritto a mano.

 

Con i pochi mezzi e le limitazioni quindi è stata una doppia vittoria la selezione del Premio De Berardinis, un’esperienza degna di un racconto di Dickens…

Alessandro: …sì e come nei migliori racconti è arrivato il colpo di scena, eravamo a un passo dalla scadenza e ancora non eravamo pronti quando arrivò la notizia della proroga. Quando è arrivata…

Mario: …mi sono ubriacato per due giorni!

Alessandro: …quindi ci sono state una serie di situazioni favorevoli, nonostante le difficoltà. Se c’è una cosa di cui ci possiamo “vantare” è la determinazione, perché questa cosa l’abbiamo voluta e l’abbiamo difesa con le unghie e con i denti.

 

In un certo senso anche in questa occasione c’è stato un lavoro di squadra che non ha visto l’autore da solo nella creazione…

Mario: …la grande soddisfazione noi l’abbiamo avuta innanzitutto con il primo spettacolo, eravamo quelli fuori dalla rete, non ci saremmo mai immaginati di arrivare alla menzione speciale di Scenario e da lì ricevere altri premi con I Pesci.  Il nostro ragionamento di compagnia è molto vicino alla vita degli attori e delle storie che vengono raccontate. Nessuno di noi si è formato in un’Accademia, abbiamo creato un sistema a parte, se così si può dire, fuori dal solito circuito. Ogni volta che abbiamo fatto un passo avanti non ci saremmo mai immaginati di avvicinarci al sistema teatrale, alla rete dei pesci grossi e tutto ciò che abbiamo ottenuto ce lo siamo guadagnato con le ore di sala.
L’esigenza che abbiamo sempre avuto era quella di creare dei personaggi cuciti sugli attori stessi e che in qualche modo avessero molto a che fare con le personalità in gioco. Infatti abbiamo molta difficoltà con le sostituzioni quando capita.
Nella Foresta, per esempio Fiorenzo interpreta un tossicodipendente e pur non essendo tale ha saputo trovare una chiave di interpretazione del personaggio attingendo molto da se stesso.
Nel secondo spettacolo, Supernova, si è attivata un’energia emozionante e strana proprio per il risultato del lavoro che gli attori hanno fatto sui personaggi ed è un peccato, infatti, che a causa del Covid sia saltato due volte. Ci raccontiamo le storie tempo prima di produrle e lo facciamo davanti a una birra, Supernova e Caini erano racconti che saltavano fuori per esempio mentre stavamo preparando Pisci ‘e paranza

Fiorenzo: …c’è anche il fatto che si parte da suggestioni forti ma anche molto poco definite, quando siamo ancora nella prima parte del lavoro è bello quel momento in cui si decidono le cose fondamentali dei personaggi. Mi ricordo quando stavamo preparando Supernova, dopo un bel po’ di giorni di prove abbiamo capito che questa era la storia di tre fratelli. Inizialmente erano tre amici, la cosa particolare che è rimasta è che nel palazzo dove abitano uno dei tre era all’ultimo piano, il secondo al piano ammezzato e il terzo al piano terra. È di fatto una stratificazione sociale. Ed era appunto interessate che vi fosse questa differenza di status sociale tra fratelli…

Alessandro: … ed è curioso come l’energia del processo, pur cambiando il tipo di personaggi, rimane sempre la stessa. Ciò che l’idea del progetto ha assunto viene dal substrato di energia che ha portato a quella stessa idea e tu puoi cambiare il nome del personaggio ma quell’energia resta la stessa…

Fiorenzo: …in questa fase di ogni lavoro poi c’è molto spazio per gli attori che possono mettere nel calderone delle cose che gli interessano, che li smuovono dal punto di vista personale e degli agganci emotivi propri non solo della vita privata ma anche in relazione al proprio percorso artistico.
Questa esperienza mi dà la possibilità di sperimentare qualcosa di completamente diverso che serve a me sia dal punto di vista personale che artistico.

Mario: …In Supernova ci sono più livelli è una metafora della società attraverso i piani diversi abitati dai personaggi ma allo stesso tempo la loro fratellanza va a livellare questi piani. Le differenze erano appianate da un lutto che diventava il motore della storia. Nei Pesci la Stazione centrale era il nucleo di trasmissione dove arrivano tutti i binari, il cuore della città, un luogo che si perde di notte e arrivano gli animali notturni.
Questa stazione metaforicamente è il centro della vita, dove i tre personaggi vivono per strada.
Ci si pone domande sulla proprietà privata, su cosa sia definibile come tale con i cafoni che venivano dalla provincia e ponevano uno squilibrio al mondo ordinario di coloro che vi abitavano. Alla fine c’è un sacrificio, il personaggio più fragile muore.
Abbiamo fatto le prove di notte in stazione facendo le filate al corso Meridionale e poi nella stazione stessa e “i pesci di paranza” sono gli ultimi ed è per questo che abbiamo scelto questo nome per la compagnia. Perché come dicevamo siamo fuori dalla rete.

 

Quello che colpisce di voi e che si evince dagli spettacoli è che siete molto ancorati alla realtà e che il vostro lavoro in qualche modo parte dalla pancia. Non partite mai da qualcosa che sta troppo in alto, è sempre vita. Il vostro è un discorso molto umano.

Fiorenzo: …proprio la “questione intellettuale” è un qualcosa su cui riflettiamo molto, ci chiediamo sempre a chi si rivolgono i nostri spettacoli. A chi parliamo?
Penso siamo d’accordo sul fatto che il teatro non sia un luogo dove si espongono le idee…

Alessandro: … e dove neppure si fanno esercizi di stile…

Fiorenzo: …Abbiamo spesso provato a dare ai personaggi delle valenze un po’ più alte, lavorando sulla leggibilità dello spettacolo su più livelli. Noi non partiamo mai da un punto di vista da esporre perché ci interessa approfondire una tematica oppure ci interessa parlare di una storia e innescare dei corto circuiti fra di noi.

Alessandro: … poi è bello anche che il pubblico si faccia la sua idea senza che per questo glie la suggeriamo noi. Un grande fraintendimento del teatro e del rapporto con il pubblico è proprio questo, l’imposizione di un punto di vista. Spesso diventa pesante il teatro politico, quello che vuole insegnare qualcosa perché perde il contatto con la vita. Invece le storie sono la cosa più interessante e riguardano tutti.

Fiorenzo: …questa cosa ha a che vedere proprio con il modo di intendere la pratica, l’essere attori, l’essere drammaturghi, l’essere registi, che portiamo avanti. Ultimamente ci troviamo spesso a domandarci quale sia il compito dell’attore, quale quello dello scrittore, qual è l’idea?
Questa cosa ha molto a che fare con il nostro rapporto, io per esempio mi trovo bene a lavorare con Mario perché la sua è una regia che si impone molto poco. Lui si fida tantissimo di quello che dicono e fanno gli attori. Ciò apre un dialogo molto creativo e poco scontato. Quello che vedi in scena è il risultato di un dialogo. 

Mario: …il fatto alto c’è in teatro, si cerca sempre il bello e sublime ma secondo me dovremmo renderci conto della miseria più disperata e questa cosa ci serve come carburante. Perché certe volte la disperazione viene solo narrata ma viverla non ti dà neanche il tempo di riflettere. Per anni si è ricercato un teatro pulito che partiva dal testo, in cui ogni dettaglio era ricercato ed eseguito alla perfezione. Tutto veniva spiegato, si dava la forza alla parola e lo spettacolo veniva bene.
Noi cerchiamo l’errore per correggere il tiro, molte prove aperte servono appunto a questo.
Se vuoi fare le cose bene le riesci a fare, è un trucchetto, però noi preferiamo prenderci cura della parte disperata, che poi è reale e allo stesso tempo difficile da toccare perché una cosa bella e pulita è facile per tutti. Il fango è importante…

 

Vi è una discussione in atto nel mondo teatrale che vede “il teatro per il teatro”, un teatro che si è allontanato dalla gente. Chiedo a voi la vostra posizione al riguardo, perché in questo periodo è importante che vi sia la voce di noi under 35. Secondo voi il Covid ha acceso una luce su problemi preesistenti?

Alessandro: …è una domanda che si stratifica perché va a colpire tutti gli aspetti del fare teatro. Io vengo dal Dams e lì si fanno tante riflessioni critiche sul teatro, sul rapporto con lo spettatore, si fanno tavole rotonde su come lo spettatore partecipa alle fasi del progetto e così via. È un po’ come la storia dell’uovo e della gallina, di chi è la colpa? Dell’artista che si chiude in se stesso e fa qualcosa per sé, oppure c’è una scarsa educazione teatrale da parte del pubblico.
Io però voglio partire da un pensiero piccolo che formulo con una domanda: chi recita, perché lo fa?
Soprattutto a teatro, se vuoi fare l’“artista” lo fai per te stesso aspettandoti qualcosa di grande nella vita o perché hai una tua necessità? Secondo me qui si gioca una bella differenza tra chi vuole fare davvero teatro e chi ha altri obiettivi che sono legittimi, però dopo è naturale che quando un messaggio e chi lo pronuncia non sono rivolti al pubblico quest’ultimo non risponde come dovrebbe. La comunicazione si fa in due e in teatro ci sono due soggetti della comunicazione, gli attori e il pubblico. Nel frattempo il Covid ci ha insegnato un’altra cosa, che se gli attori non si pagano i contributi non prendono i ristori.

Fiorenzo: …il covid ha spostato tanto la percezione del nostro fare teatro inteso come lavoro. Non che non ci fossimo mai posti il problema prima ma ci ha messo di fronte a questioni importanti. Questo tra l’altro è un momento di evoluzione per noi, di passaggio al professionismo. Non è scontato che se stai 300 giorni all’anno a lavorare sui tuoi spettacoli tutto questo ti è riconosciuto come mestiere. L’ironia è che questi aiuti arrivano su un numero minimo di giornate che a confronto con l’intero anno di lavoro in teatro sono poca cosa. In pratica ci si riconosce il lavoro per una manciata di giorni, il che è assurdo nell’economia di un intero anno.

Mario: …la tua è una domanda molto delicata, che riguarda il pubblico e il rapporto con il teatro e va sulla questione delle esigenze di cui parlava prima Alessandro. Noi non abbiamo risposte, l’importante è che si cerchi di farlo il teatro. Il pubblico ha sempre ragione, non mente.
Noi tra l’altro viviamo l’ironia di essere andati spesso in scena fuori Napoli e nell’ultimo anno eravamo programmati al Bellini con Supernova eppure il Festival di Teatro della nostra città non ci ha ancora selezionati, forse proprio perché siamo fuori da un certo sistema. Se pensi che per fare teatro di ricerca in un certo modo, devi vincere dei bandi che finanzino il periodo di ricerca, che ti offrano uno spazio, comprendi che spesso è una questione di trend e moda del momento. Si produce ciò che attira di più. Oggi fare uno spettacolo che funziona e che possa girare presuppone certi standard dal performer famoso, alle scene di un certo tipo al suono ecc…

Fiorenzo: …io sarò contento quando i miei amici verranno a teatro per scelta e non perché si sentono in dovere di farlo in nome dell’amicizia. Prendi una persona nella media sui 35 che magari si è laureata e ha una certa cultura, a teatro non ci viene neppure se la paghi ma solo se deve farti il piacere in amicizia. Magari uno su venti va a teatro ma oggi le persone hanno un problema ad andare a Teatro…

 

Secondo voi perché non escono di casa per andare a teatro?

Fiorenzo: …perché una persona con un’istruzione medio alta, che non sa chi sono gli artisti in scena quella sera dovrebbe spendere 15 euro per vedere lo spettacolo quando può con la stessa cifra andare a mangiare una pizza?

Mario: …perché manca la vita

Alessandro: …qui torniamo al discorso dell’artista intellettuale che si parla addosso e non è interessante.

Fiorenzo: …non si può andare passivamente a teatro, il teatro presuppone che tu ti voglia mettere in ascolto di qualcosa. Stiamo parlando di 15 euro e un’ora, con queste due cose ti puoi anche bere tre birre fuori un bar, a teatro con gli stessi 15 euro e un’ora ci devi mettere qualcosa in più, ci devi mettere te stesso.

Mario: …C’è una matrice che può piacere o non piacere. Se vado a vedere uno spettacolo che ha vinto un premio e che ha girato tanto e mi rendo conto che il pubblico dorme allora c’è un problema. Il teatro non è il museo o un’installazione di arte contemporanea. Il teatro prevede che tu faccia quella cosa sia davanti al colto che ha studiato l’Aminta e sa cos’è, sia davanti all’uomo di strada che lo prendi e lo porti dalla tua parte grazie all’empatia. Il teatro non si occupa di questo, ha la supponenza di poter educare il pubblico. Quando uno pensa di essere più intelligente degli altri e di doverli educare il pubblico se ne accorge. L’ignorante ha ragione, sa riconoscere la bellezza. Se porti l’ignorante a vedere la Guernica non te la sa spiegare ma si emoziona e ti dice che è bella.
Quindi non inventiamoci che sappiamo fare la Guernica. Noi per primi sappiamo di non esserne in grado, ci chiediamo spesso se facciamo le cose solo per noi, se siamo troppo autoreferenziali. È questo, secondo me, il grande limite del teatro.

 

Come avete cominciato a fare spettacolo? Dicevate che nessuno ha fatto l’accademia…

Alessandro: Io sono partito dal Dams di Bologna e una volta tornato a Napoli ho cominciato a fare l’attore. Ho iniziato in provincia a Pagani dove ho le mie origini, con Antonio Grimaldi che mi ha accolto e mi ha cresciuto, buttandomi in scena, nel vero senso. Poi nel 2018 ho conosciuto loro, abbiamo fatto Supernova e da lì non ci siamo fermati più.

Mario: …Io ho lavorato con Paola Tortora che mi ha formato e lei mi suggerì di andare in Sicilia e partecipare ai laboratori di Emma Dante. Con Emma Dante ho imparato l’alfabeto della recitazione, il lavoro sul corpo. Ho fatto il teatro di gioco che prevede che il testo venga dato in pasto agli attori che sono in scena senza scenografia (noi tra l’altro ci teniamo a non avere la scenografia nei nostri spettacoli). L’attore può appoggiarsi su un oggetto o nulla e deve essere vivo sulla parola e deve improvvisare, giocare sul testo.

Fiorenzo: … Io ho cominciato nel 2004 e la prima esperienza è stata in una compagnia di teatro danza guidata da Anna Redi, coreografa attrice e danzatrice che ora fa anche l’acting coach. È tutto partito dal movimento, dal corpo, dallo yoga alla danza. Poi ho seguito un corso di formazione della Regione Campania conoscendo maestri e realtà diverse, ho finito l’università, mi sono laureato in Filosofia e solo dopo la laurea ho deciso che avrei davvero fatto questo mestiere.
Penso che sia un percorso di conoscenza di sé che pur riguardando il corpo aveva già un germoglio di quel desiderio di recitare. Sono arrivato a parlare in scena dopo molto tempo.
Tutti abbiamo fatto un’esperienza di lavoro con il progetto Pelikan, guidato da Orlando Cinque. Era un lavoro di ricerca sull’attore che parte dai testi di Strindberg, Pelicano appunto. Abbiamo cercato tutti in diverse direzioni.

Tornando allo spettacolo che ha vinto il De Berardinis, Caini, nel progetto ci sono attori come Antonio Stopputo, Giulia Pica e Alice Conti con cui il gruppo collabora spesso. Con Alice Conti per esempio e con la sua compagnia, Ortika, hanno coprodotto La Foresta.

Ci salutiamo con la promessa di ritrovarci in sala, o magari davanti a una birra a raccontarci storie. L’appuntamento con Caini è previsto in autunno al Teatro Mercadante. Quanto a me, ancora una volta me ne vado arricchita e felice di aver conosciuto I Pesci nei volti, negli sguardi e nelle parole di Alessandro, Fiorenzo e Mario.

 

 

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