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Beato, bianco, iridescente, come la notte

Un sognatore tra le strade di Pietroburgo, un affondo straziante sul senso del tempo, della realtà, delle sue proiezioni sull’immaginario.

All’inizio sono solo ombre, parvenze imprecise, stagliate contro l’oscurità, ma ecco che lo spazio si rischiara, si distingue ora la sagoma di un uomo (Paolo Cresta), di un sognatore senza nome.

Debutta in prima nazionale al Teatro Tolonia di Roma dal 21 maggio al 7 giugno Le notti bianche tratto dal romanzo sentimentale di Fédor Dostoeveskij e qui interpretato dalla regia di Lucia Rocco.

Della realtà di Pietroburgo, dei suoi movimenti impercettibili, della cangianza delle sue luci, il sognatore capta tutti i particolari, il suo sguardo avvolge le cose, le attraversa, le compenetra fino ad avere l’impressione di conoscerle, di comprenderle intimamente.

Ma abbracciare il sogno, lasciarsi irradiare da un reale in potenza, da un’esistenza riflessa e mai tradotta in accadimento, reca in sé il rischio della solitudine, l’immane incognita del silenzio.

Resta la lacuna aperta del non avvenuto, il disagio ineffabile di qualcosa che diverge, che manca, che arriva talvolta ad incrinare il piano di bellezza proprio di quelle irradiazioni fantasmatiche: la realtà stessa, nella sua necessaria effettività.

Il suo pensiero è fluviale, scosceso, si avventura incessante entro cunicoli di cui dapprima ci sembrava di ignorare la possibile traiettoria,sussiste in lui una curiosità intrepida, l’innata capacità di formulare, espandere l’orizzonte di esistenza dell’universo visibile. Eppure, tale consapevolezza così faticosamente raggiunta non fa che catalizzare la percezione dell’irriducibile divario che sussiste tra il suo e l’altrui sguardo.

La fascinazione – di certo irrefrenabile- per il mondo immaginativo trasla il suo pensiero nello spazio dell’infinita possibilità, della molteplice declinazione: ciò si rivela però come azione determinante per il disvelamento di un imprescindibile senso di abbandono.

Ho l’impressione che ogni casa mi corra incontro, mi guardi con tutte le sue finestre (…) – se il sognatore credeva di conoscere intimamente creature e architetture pietroburghesi, se dietro a ogni sguardo gli sembrava di scorgere un carattere, e dietro ogni finestra leggeva una storia, di fatto il dialogo rimane in-avvenuto, perché svolto unicamente su di un piano univoco, immaginativo.

Ciò che resta è un senso di estraneità, un’angoscia crescente, la sensazione straziante di conoscere senza essere conosciuto.

Qualcosa di colpo accade, distogliendo il personaggio dai suoi pensieri: una donna, si muove come fosse la danzatrice di un antico carillon (Francesca Piccolo); un uomo in abito scuro (Andrea Codognato), sembra aggredirla approfittando della notte. Per la prima volta qualcosa accade, e il solitario pensatore interviene, si lancia in soccorso della donna, ancora sconosciuta.

L’incontro incrina ogni possibile piano immaginativo, la sua realtà, la sua vividezza, appaiono agli occhi del sognatore la materializzazione del sogno, la condensazione mai realizzata del pensiero.

Si realizza allora un rovesciamento del tempo: colmo di stupore l’uomo si racconta, ascolta per la prima volta un racconto indirizzato a lui, al suo animo; stravolge bruscamente il suo pensiero: un varco, repentino e immenso, si spalanca su tutto ciò che credeva di sapere.

La scena muta ora, le forme che saturavano il fondale si fanno vermiglie, richiamano un drappeggio rosso-dorato, una nuova concretezza s’impadronisce dello spazio.

L’incontro nasce dalla ferita, dal pianto della donna, dallo smarrimento di un uomo che d’improvviso riconosce di non aver mai vissuto, da due umanità crudelmente trapiantate al cospetto del ridicolo, del tragicomico tessuto che ha permeato il loro tempo.

Tutto appare fugace ed immenso in quelle notti, al punto che lo scontro con la vita, la crudeltà del tangibile, la sorte avversa dell’amore, appaiono un dono rispetto alla placidità del nulla. Tutto, ogni parola pronunciata, concessa all’intimità dell’altro appare intrisa di sgomento.

«Il sognatore è un essere di genere neutro, si stabilisce perlopiù in luoghi inaccessibili», confida il protagonista, ma di fronte all’accadimento, alla midollare, estasiata tenerezza di quelle notti, tutto ha trovato un senso, l’effimera luminescenza di un minuto intero di beatitudine.

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Le notti bianche di Fédor Dostoeveskij – Adattamento e regia Lucia Rocco – con Paolo Cresta, Francesca Piccolo, Andrea Codognato – Assistente alla regia: Andrea Codognato – scene e costumi Francesca Tunno – Disegno luci: Massimo Munalli – Video: Alessandro Papa – Si ringraziano Ran Bagno per le suggestioni sonore, Lea Giammattei per le suggestioni armoniche e Gennaro Ascione per le suggestioni linguistiche – produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale – Teatro Torlonia dal 21 maggio al 7 giugno

foto di ©Manuela Giusto

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