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“Art”: il bianco che scatena il caos

Cosa succede quando un’amicizia viene messa alla prova da un acquisto compulsivo? Questa è la premessa del capolavoro di Yasmina Reza che un Michele Riondino in stato di grazia dirige e interpreta.

Andata in scena per la prima volta nel 1994, Art pone al centro della vicenda una tela di circa un metro e sessanta per un metro e venti, interamente monocromatica (o meglio ancora, “bianca con sottili venature bianche”), realizzata dall’artista Antrios negli anni Settanta. Essa è il costoso acquisto di Serge (Michele Sinisi), medico benestante. Una scelta aspramente critica da Marc (Michele Riondino), uomo dai gusti tradizionali, che non può credere che il suo amico abbia speso una cifra folle per quella “merda bianca”. In mezzo alle loro diatribe c’è il pusillanime Yvan (Daniele Parisi), che cerca disperatamente di fare da paciere finendo per diventare il bersaglio di entrambi.

Da sx: Michele Sinisi, Daniele Parisi e Michele Riondino

Art è un testo necessario, ipnotico, nato per far riflettere. Verboso (anche i prolungati silenzi sono pieni di parole) e fisico, porta lo spettatore a specchiarsi con le sue incertezze e contraddizioni. Scritta nel 1994 dalla pluripremiata drammaturga francese Yasmina Reza, la commedia è diventata presto un capolavoro intramontabile per la sua capacità di trasformare una tela bianca in uno specchio deformante. Il testo non ride dell’arte contemporanea, ma del narcisismo dei protagonisti. L’autrice suggerisce che le nostre opinioni estetiche non sono altro che difese immunitarie per proteggere il nostro ego: nel momento in cui un amico smette di pensarla come noi, smette di essere lo specchio in cui amiamo rifletterci, diventando un estraneo o, peggio, un nemico.

Il ritmo della messa in scena, accompagnato da brevi incursioni percussionistiche che sottolineano l’entrata in scena del quadro, non lascia spazi vuoti; la stessa scenografia, asettica e dal sapore kubrickiano, pone i protagonisti – e di riflesso gli spettatori – in uno stato di perenne pressione. Il bianco che caratterizza l’impianto scenografico priva i tre amici di punti di riferimento familiari, costringendoli a focalizzarsi esclusivamente sui loro rapporti e sulle loro parole. Non ci sono distrazioni: ci sono solo loro e il loro conflitto.

Interessante come la quarta parete venga costantemente abbattuta: mentre il palcoscenico costituisce l’arena di scontro dei tre protagonisti, il proscenio è il luogo delle loro confessioni, delle verità, del contatto diretto con la propria interiorità e con il proprio passato; ma soprattutto è il momento di incontro con il pubblico, testimone inerme della distruzione del rapporto amicale.

Di particolare rilievo il fattore cromatico. Se il bianco, accecante, domina la scena, i colori dei costumi definiscono le caratteristiche emotive dei tre personaggi; le cromie decise indossate da Serge (in un elegante completo bianco e blu) e Marc (più informale, con colori caldi che accentuano il suo spirito “eccitabile”) risultano coerenti con la strenua difesa del proprio punto di vista. La slavata tenuta professionale del cartolaio Yvan riflette, invece, la totale incapacità di autodeterminazione dell’uomo.

Art è un testo frutto di una scrittura chirurgica, che viviseziona le tensioni maschili secondo un ritmo alternato, in cui i rapporti di potere ora si saldano, ora si disgregano in un continuo innescarsi e disinnescarsi. Questa instabilità è frutto dell’atteggiamento accomodante di Yvan, il componente debole, sul cui inaffidabile atteggiamento reggono i precari equilibri della triade.

Il punto di rottura viene raggiunto dall’aggressione fisica che vede protagonisti Marc e Serge, le cui pose plastiche richiamano alla mente il celebre “assalto” cerebrale del Conte Ugolino all’arcivescovo Ruggieri nel XXXIII Canto dell’Inferno dantesco. Al pari del Conte, Marc aggredisce Serge alla testa – sede dell’intelletto – perchè si sente profondamente tradito dall’amico sul piano personale. Lo svelamento della vere opinioni che Serge ha rispetto a Marc e alla sua compagna innescano nell’amico una reazione brutale, contenuta a stento da Yvan, che, seppur goffamente, assolve nuovamente al suo compito di mediazione. Le maschere sono cadute, la verità è stata detta.

Come ha recentemente dichiarato Riondino: «I personaggi si fanno portavoce di modi di intendere la realtà che possono valere per tutto, dalla politica alla religione. La tela è il buco in cui cade l’umanità perché attraverso quel bianco si mette in discussione tutto: l’autenticità della propria amicizia, del proprio vissuto. E così una semplice opera pittorica diventa una voragine in cui vorticosamente si precipita».

Lo spettacolo è ben diretto e ottimamente interpretato. Nessuno dei tre attori sovrasta l’altro in bravura; l’alchimia tra Riondino, Sinisi e Parisi è evidente, segno di una profonda stima sia sul piano professionale che umano. Resta ora da domandarsi fino a quando questo testo – di cui volutamente non si svela il finale – sarà capace di parlare a una società sempre più distratta e sempre meno desiderosa di mettere a nudo le proprie fragilità.

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ART di Yasmina Reza – Regia di Michele Riondino – Traduzione di Federica e Lorenza Di Lella – Con: Michele Riondino, Daniele Parisi, Michele Sinisi – Scene: Vito G. Zito – Costumi: Silvia Segoloni – Disegno luci :Cristian Zucaro – Aiuto regia: Maria Federica Bianchi – Produzione: Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per Infinito e Argot Produzioni in coproduzione con Teatro Stabile d’Abruzzo e Fondazione Sipario Toscana Onlus – La Città del Teatro – durata: 1h 10′ – Teatro Nuovo di Napoli dal 12 al 15 febbraio 2026

Fotografie @Maurizio Greco

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