di Tiziana Bagatella

 

Che cosa contraddistingue l’attività di coloro che si esibiscono sul palcoscenico? Soprattutto due aspetti: essere privi di uno scopo estrinseco, cioè il loro agire non è finalizzato alla produzione di un oggetto durevole, avendo il proprio fine in sé stesso: un’attività il cui fine coincide interamente con l’esecuzione stessa. Alla chiusura del sipario, dopo la rappresentazione teatrale, non resta nulla, quella dell’attore è un’attività senza opera. Il secondo aspetto- che pone in parte rimedio al primo- a chi suona o recita è indispensabile la presenza altrui: la sua “labile” performance esiste solo se a testimoniarla c’è un “pubblico”.

Cuore: sostantivo maschile”, lo spettacolo  che Alvia Reale (che cura anche la regia), Daniela Giovanetti e la drammaturga Angela Di Maso hanno scelto di mettere in scena è la prova che, dopo la ferita incisa dalla pandemia, si può ancora sperare in un futuro della comunità teatrale, ma solo ripartendo da una verità “smascherata”. Ed è la compresenza fisica di spettatori e attori, la centralità del corpo, l’essere come un organismo vivente, che contribuisce alla presa di coscienza di sé, degli altri, del mondo.

Le due attrici durante il lock down hanno maturato insieme l’idea della ripartenza, portando in scena le loro stesse vite, con il dovuto straniamento però di chi ha già invitato a cena gli scheletri del proprio armadio. Usando gli strumenti di cui sono maestre (l’arte della recitazione, della danza, del canto) le due bravissime interpreti Daniela Giovanetti e Alvia Reale, prendono per mano il pubblico e lo conducono negli infernali gironi danteschi dove incontrano padri assenti, madri “umiliate ed offese”, registi narcisi ed egocentrici, meccanismi teatrali produttivi sordi ai bisogni di un’attrice alle prese con una gravidanza. In questo stilizzato calembour di personaggi le due interpreti non mancano di ironizzare su loro stesse e sul mondo del teatro in maniera caustica, come quando la Reale si trova a condividere la gioia di essere stata presa all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico con uno scarafaggio. O come quando la Giovanetti conferma di aver lavorato grazie al fatto di essere la moglie del regista.

Di tutt’altro tenore invece l’omaggio di Alvia Reale alla propria madre, a cui dà la voce negli ultimi istanti di vita, circondata dai suoi centrini, “piccole cose” del quotidiano, o come altrettanto toccante è il racconto che la Giovannetti, danzatrice di successo al fianco della Carrà, fa dell’incidente che le cambiò la vita immobilizzandola a letto per mesi. E notevoli risultano le loro interpretazione extra-umane del cane e del gatto che ironicamente ripetono le identiche lamentazioni dei loro padroni- zoon logon echon- animali dotati di linguaggio.

Lo spettacolo in scena fino al 17 ottobre nella splendida cornice del Teatro Basilica, che si avvale degli essenziali ed eleganti costumi di Sandra Cardini e della cura dello spazio scenico, delle immagini e delle luci di Francesco Calcagnini, è in fondo anche una ricerca etnografica che le due attrici compiono su sé stesse, con il giusto estraniamento dell’antropologo che si pone innanzi all’alterità: attraverso gli altri scopro qualcosa di me stesso, contengo il mio modo di essere e divento uno tra tanti e questo mi permette di capire quali sono i miei limiti.

O per dirla con il Dante del II canto del Paradiso,  “l’immagine del raggio che entra nell’acqua senza scompaginarla”, diventa il paradigma di una relazione con l’altro che implica una profonda interazione, ma che esclude possesso e violazione.

 

drammaturgia, Angela Di Maso

Alvia Reale, Daniela Giovannetti, attrici e coautrici del progetto

regia, Alvia Reale

spazio scenico, luci, immagini, Francesco Calcagnini

costumi, Sandra Cardini

assistente alla regia, Ilaria Iuozzo

assistente costumi, Thiago Marcondes

 

Condividi su: