Al Basilica lo sguardo crudele di una generazione
Dopo il debutto del 2023, e i successi del 2024, torna a Roma (Teatro Basilica) l’esilarante La sparanoia, dell’ormai rodato duo Fettarappa/Guerrieri, che rinuncia tuttavia all’originario caustico sottotitolo delle origini (senza feriti gravi purtroppo), per lasciarlo dire allo spettacolo. Uno spettacolo già nel titolo denso di giochi di parole e doppi sensi. Si potrebbe dire che quel tormento del quotidiano che nel gergo pseudo psicanalitico degli anni settanta era il farsi un sacco di paranoie (tra rivoluzione sessuale e rivoluzione politica) qui diventa sparanoia, paranoia denegata e devitalizzata, che anziche sparare, canalizzando la rabbia nella protesta, spara noia, una noia da paralisi sfigata, tra succhetti capi delicati e loculi d’abitazione da centimetro quadro.

Spara Juri spara, spera Juri spera, cantavano nel 1994 i CCCP (Fedeli alla linea). Teoricamente irridevano all’abbattimento da parte sovietica (Juri Andropov) di un supposto aereo spia. In realtà sembrava quasi un inno brigatista, dove sperare e sparare coincidevano. Perché certo gli anni ’90 già erano disperazione post politica, ma anche ancora fermento. Ora tutto sembra saponificato e derealizzato. Spari alla noia e la noia ti spara. Eppure, anche se tutto sembra ridotto a farsa, e apparentemente non ci sono i feriti gravi degli anni di piombo (dove il purtroppo è rimpianto di una politica che osa), lo spettacolo è una ferita continua al senso dell’esistenza. Così i giovani pseudorivoluzionari della sinistra timida si sognano rivoluzionari alla Fidel, e finiscono a fare le farfalline in un flash mob, o a mimare il terrorismo sparando ad acqua sul pubblico.
Una rivoluzione ridotta al carnevale, alle bombe d’acqua a fine anno scolastico. E vengono catechizzati tanto dalle forze dell’ordine, quanto dai padri, che li misconoscono fraintendono reprimono infantilizzano. Così, tra le tante comiche a ritmo frenetico (tra fumettismo e stand up commedy), vediamo il carabiniere (un sulfureo e burattinesco Lorenzo Guerrieri) che, dopo averlo infantilizzato prendendolo in braccio, poi sculaccia a culo nudo con la paletta da vigile, a terra, Niccolò (Fettarappa), in una delle sue tante incarnazioni da giovane della sinistra sfigata finta timida.
Lo sculaccia, e poi gli ficca la paletta tra le gambe, con conseguente orgasmino da inculato.
Dall’altra, un padre improvvisato psicologo, intervistato, vomita veleno e luoghi comuni arcaici, perché un’altra cosa che nella comica lo spettacolo denuncia è che, sì, la sinistra è timida finta spappolata, ed i giovani fanno la rivoluzione tra merendine e succhetti. Ma non per questo sono diminuiti grettezza e violenza del potere, che tra moralismi manganelli e fumogeni, resta repressivo e dilagante, forse soltanto un po’ più becero.
Così il padre
“Sono merda !! Basta coi giovani !! Perché queste zecche si fanno i rasta, le trecce / si fanno i cortei !! ( gridato roco comico belluino) Fai il Che Guevara a casa tua, che a casa mia si sparecchia la tavola .. Uno si fa un mazzo così !! Tu non vieni a casa mia a fare il pirla, a farti lo spinello .. perché a casa mia si va a letto alle dieci e un quarto .. a casa mia ci si fa un mazzo così
Insomma i nostri, criticando e autocriticandosi, corrono a ritmo frenetico da una gag all’altra, in una giostra grottesca dove l’urlatino si alterna a stop motion surreali, e giochi di parole si alternano a ripetizioni ossessive, deliranti e derealizzanti, che ricordano lo stile ipercinetico e decostruttivo di Antonio Rezza. E come lui utilizzano pochi oggetti di scena, semplici e polifunzionali, metamorfici, anche se non così surreali e creativi come quelli creati da Flavia Mastrella. Al centro uno stendino, che diventa scrivania del TG, tavolo di sezione di partito, ma anche comico strumento di tortura, con le alette sbattute ripetutamente sulle dita dell’intervistato, o che diventano griglia gabbia da cui sorgono e si inabissano a turno i volti dei due.
Ai lati tralici metallici a luci rosse, che mimano la presenza incombente del potere. E per un po’ un mini tatami in gomma per bambini su cui inscenare la gag, in planimetria, della casa minuscola (versione comica delle odierne generazioni senza alloggio). Una performance riuscitissima, quando ci stanno in piedi entrambi, mimando la strettezza, e Nicolò, per difendere la pietosa menzogna della presenza di una inesistente anticamera, dice che non si vede perché è sotto la sua scarpa.
Del resto dietro l’agitazione comico isterica tutto è patimento di ristrettezza.
Ristrettezza autoinflitta con timida rinuncia
Il compagno Nicolò sta nello sgabuzzino per fare la lotta di classe per gioco, per finta, per scherzo .. per 5 minuti … La patrimoniale? Noooo .. Una tassa piccola .. piplina .. senza disturbare gli adulti. Quindi, riassumendo, il compagno Nicolò, con gli amichetti della sinistra timida, si chiudono nello sgabuzzino e fanno la rivoluzione per gioco, per 5 min, avendo bevuto priiiima i succhetti. E poi tassa pipina senza disturbare gli adulti. E senza i fumogeni ! e con i succhetti. E poi ti chiedi dov’è finita la sinistra
Ma anche ristrettezza imposta dal potere
Vediamo infatti il carabiniere che festeggia il compleanno del bamboccione imprigionandolo con nastri da lavori in corso, tessuti a ragnatela tra i pilastri.
E allora sì, quello di Nicolò è un monologo di amara rinuncia, ma in una prigione creata dalla cecità dello sguardo sociale, per cui è bamboccione, e dal potere, che bamboccione e rinunciatario lo vuole.
Faccio 30 anni. Gli amici li vedo sì e no una volta mai .. Per il resto cucino stiro lavo .. A volte, se mi va bene crepo. Rave feste assemblee cortei piazze. Sono vietate sagre, feste di paese, scivolo, acchiapparello .. e qualsiasi raduno pericoloso per l’ordine pubblico … E’ meglio stare a casa ! Nello sgabuzzino, sequestrati .. paranoia .. Nella caserma di radica .. protetti da .. tornelli, manganelli e fiammeggiate .. questure prefetture droni marescialli manganelli guinzagli ….. serrature a doppia mandata. Grazie presidente per questa splendida pace videosorvegliata .. Grazie. Presidente io sono convinto che l’unica soluzione politica alla crisi della sinistra sia andare a piangere dalla mamma.
Non so cosa sia il paese reale .. ma spero di non incontrarlo mai, presidente. Cominciano a piacermi le cose comode .. il divano letto .. il guanciale. Sono stato in ospedale ..
TAC. Mi hanno diagnosticato una destra cerebrale. Non lo alzo più (doppio senso sessuale, cioè impotenza?). Il pugno al massimo ve lo do in faccia. Qualcuno di noi è sceso in piazza, rotto le vetrine .. ma pagheremo tutto, comprese le aiuole. Diventeremo adulti innocui, grigi. E stupendo vivere dietro la linea gialla, dire sì ai colonnelli. Vivere di paranoie.
È stupendo stupendo stupendo stupendo stupendo … obbedire !!
E la ripetizione – che in altri momenti si fa nonsense comico, ilarità a trottola – qui diventa ossessione ed amarezza, tragico tentativo di autoconvincimento, mantra di tragica rinuncia.

E la satira, da strumento comico di critica, si fa mestizia e smarrimento, come quando in 1984, di Orwell, il ribelle, dopo la tortura, accetta di farsi propagandista del regime distopico (ombra dello stalinismo), e per questo di morire.
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La sparanoia – regia Niccolo Fettarappa – progetto ideato e scritto da Niccolo Fettarappa – con Niccolo Fettarappa e Lorenzo Guerrieri – contributo intellettuale Christian Raimo e Lorenzo Guerrieri – assistente alla regia Giulia Bartolini – Si ringrazia Carrozzerie N.o.t – co-produzione Sardegna Teatro – Agidi – – Con il sostegno di Armunia Teatro , Spazio Zut, Circuito Claps , Officine della Cultura – Compagnia esecutrice Teatro di Sardegna e Agidi – Roma, Teatro Basilica, 23-25 aprile 2026





