Paolo Strippoli racconta sul grande schermo il lato oscuro dell’amore materno.
«Respira a fondo, respira piano, se chiudi gli occhi il Male è lontano.
1, 2, 3, 10, 100 è già finito questo momento».
Sotto il sole cocente si avviluppano le verità torbide. Tra segreti, bugie e inconsistente realtà, gli esseri umani si accartocciano su loro stessi, fino a trasformarsi in obbrobriose ombre. Incastrati in formicai senza fine, il peso della vita porta a compiere scelte impensabili, talmente tanto da far dubitare di se stessi. In chi ci si trasforma quando ci si allontana dalle scelte “giuste”? Chi si diventa quando a malapena ci si riconosce allo specchio? Ci si percepisce estranei, mente e corpo su due binari che non si incroceranno più. Siamo noi stessi, fino a che semplicemente smettiamo di esistere, e arriva l’Altra. Ma l’Estranea siamo noi. Lo siamo quando ci spingiamo a fare ciò che ci pareva aberrante, lontano da chi riconosciamo di essere. È dentro ognuno di noi, quando pensiamo di proteggere chi amiamo. O solo quando proteggiamo noi stessi.

Una madre deve combattere con ogni fibra del suo essere per cercare di contrastare il folle istinto di protezione. Esso si rivela un tentativo disperato di arginare l’imprevedibilità del mondo, un controllo destinato a infrangersi contro ciò che non può essere previsto né dominato. Ma se l’imprevedibilità diventasse la madre stessa? Se il pericolo più grande fosse proprio quella figura che dovrebbe proteggere, amare, consolare? Se quella stessa persona, tanto amorevole, diventasse invece il mostro da cui fuggire, perché in realtà mai nata per essere davvero madre? A questo punto, il controllo, non diventa più uno scudo familiare, bensì un’arma vile e affilata.
Jasmine Trinca dà vita ad Anna, figura duale che nel suo piccolo angolo di mondo regna e si contorce sempre più tra le infime spirali della vita. Una mamma chioccia probabilmente, che ama troppo la sua famiglia, ma forse di più lo status quo nel quale galleggia. In una “Bari – bene” del 1999, i Colonna (composti da madre, padre autorevole – interpretato da Adriano Giannini – e figlio e figlia promettenti) godono di una vita agiata grazie alla sartoria di famiglia. In uno spazio quasi beato e puro, l’apparente equilibrio viene rotto, e nulla sarà più come prima. La villa di famiglia diventa una trappola, le corse in ospedale un’abitudine quasi fastidiosa. Ed una innocua cappella il non luogo di incontro tra il sacro e il profano.
Valeria Bruni Tedeschi si colloca sulla soglia tra il visibile e l’invisibile, tra una realtà apparentemente ordinaria e le forze oscure che ne incrinano i confini, rendendo impossibile distinguere nettamente ciò che appartiene al mondo tangibile da ciò che lo trascende. È il diavolo con cui stringere patti, ma non ha nulla del demone che dovrebbe essere: è carismatica, sexy, giocosa e drammatica. È su un palco che aspetta qualcuno che la applauda più forte di altri. È Anna stessa, quando si disconosce. E quindi per salvare la figlia, immola il figlio. Per salvare il figlio, sacrifica il marito. Anna è una figura aberrante, ma con la quale quasi si puo’ empatizzare. Come si puo’ non stringere un patto col diavolo se tua figlia sta male? Come si puo’ non percorrere le vie più oscure di questo mondo per poter vedere tuo figlio felice, realizzato? Nel tentativo di proteggere i figli, Anna cerca anche di salvare se stessa, senza riuscire a distinguere l’istinto materno dal proprio bisogno di sopravvivenza. È proprio questa inconsapevolezza a rendere il personaggio ambiguo: non una donna che sceglie deliberatamente il male, ma una che sembra incapace di riconoscere l’egoismo delle proprie scelte, perché convinta che l’amore per i figli possa giustificarle. E allora il patto con il diavolo assume una dimensione ancora più inquietante: forse non è una forza esterna a condannarla, ma la sua incapacità di assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
Un racconto che parla di scelte e di donne, con un trio d’impatto che si chiude con Romana Maggiora Vergano, la figlia litigiosa di C’è ancora domani di Paola Cortellesi. Anche qui veste i panni di una ragazza confusa e privata di un’infanzia normale, una Alice distrutta, fatta in mille pezzi e poi ricucita. Come la protagonista del Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll, anche Alice si ritrova a confrontarsi con una realtà in cui le coordinate del familiare si dissolvono e il confine tra ciò che è conosciuto e ciò che è incomprensibile si fa sempre più labile. Lo smarrimento diventa allora parte di un percorso di crescita, una discesa nell’ignoto attraverso cui tentare di ricomporre la propria identità, soprattutto quando il mondo in cui si è cresciuti non è mai stato un luogo sicuro.
Nel mettere in scena la disgregazione di una famiglia borghese, Strippoli sembra dialogare con l’horror contemporaneo di Ari Aster, dove, tra Hereditary e Midsommar, la famiglia si colloca come luogo del trauma. D’altro canto, il meccanismo faustiano delle scelte e dei sacrifici, richiama l’universo morale di Yorgos Lanthimos, in particolare quello de Il sacrificio del cervo sacro. Non è tanto il soprannaturale quindi che terrorizza, quanto nella possibilità che il male non provenga da una forza esterna, ma dalle decisioni degli stessi personaggi, che L’estranea trova la sua dimensione più perturbante.
Meno convincente risulta invece la gestione della tensione sul piano sonoro: i bruschi picchi di volume che accompagnano i momenti più concitati finiscono talvolta per enfatizzare eccessivamente ciò che le immagini vorrebbero suggerire. Una soluzione che rischia di apparire facile e ridondante, innescando nello spettatore una reazione opposta a quella presumibilmente desiderata. La musica sembra infatti tentare di colmare ciò che dovrebbe essere compiuto dalla narrazione, quando il film avrebbe tutti gli strumenti per costruire la tensione attraverso le immagini, i silenzi e l’attesa, senza dover ricorrere a un’enfasi sonora così insistita.
Al di là dei balzi sulla sedia, è un’opera che ha stupito ed è stata accolta positivamente da critica e pubblico, tanto da essere scelta come rappresentante per l’Italia agli Oscar 2027 nella categoria miglior film internazionale. Presentato in anteprima il 7 settembre 2026 all’83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e l’11 settembre al 51º Toronto International Film Festival, ha superato i 2 milioni di euro al botteghino italiano al 21 ottobre 2026. Questo successo di pubblico indica solo una cosa: la vitalità di un cinema italiano capace di confrontarsi con il genere, di sperimentare e di portare sullo schermo storie che vogliono essere viste e ascoltate.

Resta allora una domanda, la stessa che attraversa l’intero film: quanto siamo disposti a sacrificare in nome dell’amore, prima di diventare noi stessi il pericolo da cui vorremmo proteggere chi amiamo?
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L’Estranea – Regia di Paolo Strippoli – Sceneggiatura: Paolo Strippo e Salvatore De Chirico – Cast: Jasmine Trinca, Adriano Giannini, Romana Maggiora Vergano e Valeria Bruni Tedeschi – Musiche: Robin Coudert – Scenografia: Marcello Di Carlo – Costumi: Susanna Mastroianni – Trucco: Vincenza Lamparelli – Prodotto da Marina Marzotto e Mattia Oddone per Propaganda Italia con Rai Cinema e Dinamo Film, con la partecipazione di Kazak Productions, Tarantula Film, Shelter Prod, BeTV, Orange e Proximus – Nei cinema dall’8 ottobre 2026





