Alla Festa del Cinema di Roma il docufilm di Giorgio Testi sul live all’Unipol Forum.
Debutta alla Festa del Cinema di Roma, nel cartellone delle Special Screenings, MACE – An Out of Body Experience, docufilm firmato da Giorgio Testi, regista con alle spalle collaborazioni con Rolling Stones, Gorillaz e Amy Winehouse. La sceneggiatura è di Fabio Migliorati, la produzione di BlackBall, con Giulia Negretto ed Enrico de Gennaro come produttori, insieme ad A1 Concerti e in associazione con M74. Il film, proposto in versione director’s cut, è in sala alla Festa del Cinema di Roma il 22 ottobre, con anteprima al Teatro Olimpico ACEA. A prestare voce e presenza sono Altea, Astro, Centomilacarie, Colapesce, Ernia, Frah Quintale, Gemitaiz, Izi, Jack the Smoker, Joan Thiele, Marco Mengoni, Salmo e Venerus, ospiti dello show che Mace, tra i producer più influenti della scena italiana, ha portato il 30 aprile 2026 sul palco dell’Unipol Forum di Assago, in una serata sold out. Il racconto abbandona la cronaca del concerto e lo ricostruisce in forma non lineare: sul palco, concepito come un giardino onirico, il producer si muove con la sua band, mentre palco, backstage, prove e platea si intrecciano in un unico flusso, scandito dalle interviste ai protagonisti. La fotografia è di Simone Ciocca, il montaggio di Alessandro Garelli, Matteo Maggi e Luca Previtali, il suono di Lorenzo D’Anniballe.

«Un direttore d’orchestra»: è con questa immagine che Joan Thiele descrive Mace, capace di unire e coordinare una musica che nasce dalla creazione collettiva. Il film conferma l’intuizione e ne mostra il paradosso: il producer ha una visione nitida di sé e del proprio progetto, eppure sembra voler restare dietro un’impresa corale, quasi nascondersi nel suo stesso lavoro. La messa in scena asseconda questa ritrosia. Contrariamente a quanto accade di solito, a catalizzare lo sguardo non è la figura del cantante, ma quella dei musicisti, messi in risalto da costumi e scenografia. Ne scaturisce un’esperienza che richiama il sogno, il ricordo di una storia mai vissuta, una sorta di allucinazione controllata in cui lo spettatore entra senza opporre resistenza. È in questo scarto che il titolo trova il suo senso: la musica diventa il mezzo per smarrire l’individualità e aderire a qualcosa di più grande, mentre l’elaborazione del suono in tempo reale ne snatura la materia, fino a farla suonare ultraterrena.
Il film affida la definizione dell’universo di Mace quasi completamente alle voci degli artisti che lo hanno attraversato. Ernia individua in Lumière, preghiera di un ateo immersa in un mondo psichedelico, il brano che più si avvicina all’idea del producer: un immaginario sospeso tra spiritualità laica e visione allucinata. Da questa dimensione quasi rituale discende una poetica dell’imprevisto, che Salmo condensa rivendicando il valore di una performance sempre un po’ fuori controllo, perché altrimenti non è arte. Il documentario la traduce in scena, restituendo un live in cui l’energia dell’istante prevale sulla perfezione dell’esecuzione. Alla stessa logica risponde la scelta di Mace di non annunciare gli ospiti, così da lasciare il pubblico spiazzato: un effetto sorpresa che lo spettatore in sala ricostruisce, pur condividendone solo in parte l’intensità. In un impianto così visionario trova posto anche un gesto intimo che Mace introduce nella sue opera: in ogni brano compare il miagolio di Magda, la gatta del producer, alla quale è dedicata una visual durante il concerto. Forse proprio la compattezza di questo discorso corale mostra però il limite del film. Verso metà il documentario inizia a farsi ripetitivo: per circa mezz’ora i protagonisti tornano sugli stessi concetti, e il ritmo ne risente, appesantendo una narrazione che nella prima parte scorreva con maggiore slancio.

MACE – An Out of Body Experience non si presenta come un’opera rivoluzionaria. La musica intesa come rito collettivo appartiene a molte esperienze, dalle band alle orchestre sinfoniche, e lo stesso Mace riconosce che la condizione di trance è già racchiusa nel potere della musica in sé. Un’operazione come la sua può favorirla, ma non ne detiene l’esclusiva: la si può raggiungere anche con Wagner, e a ben vedere l’esperienza è talmente soggettiva che qualunque ascolto può trasportare fuori dal proprio corpo. Ciò non toglie che il progetto meriti attenzione nel panorama musicale italiano, al di là dei gusti personali. Il documentario permette infatti a chi non è riuscito a procurarsi un biglietto di rivivere il concerto del 30 aprile e di apprezzare l’allestimento del palco, con una componente visiva che, a mio avviso, figura tra le più suggestive mai viste. Il film è dunque un prodotto interessante, che merita la visione, ma non aggiunge nulla di inedito sulla definizione del potere della musica.
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MACE – An Out of Body Experience – regia di Giorgio Testi – scritto da Fabio Migliorati – fotografia di Simone Ciocca – montaggio di Alessandro Garelli, Matteo Maggi e Luca Previtali – suono di Lorenzo D’Anniballe – con la partecipazione di Altea, Astro, Centomilacarie, Colapesce, Ernia, Frah Quintale, Gemitaiz, Izi, Jack the Smoker, Joan Thiele, Marco Mengoni, Salmo e Venerus – prodotto da Giulia Negretto ed Enrico de Gennaro, per BlackBall, con A1 Concerti, in associazione con M74 – Festa del Cinema di Roma, sezione Special Screenings – 22 ottobre, Teatro Olimpico ACEA, Roma
Foto – © Ufficio Stampa





