Montanari nei panni di Riccardo IIIm di un attore incoronato dalla sua stessa sete di successo
Le luci si abbassano e il sipario si alza in una delle cornici più eleganti di Roma. La Sala Umberto, gioiello architettonico in stile liberty progettato dall’architetto Busiri Vici e incastonato nel cuore del centro storico della Capitale, apre le porte dal 7 al 18 ottobre 2026 al primo, attesissimo spettacolo della nuova stagione artistica.

A inaugurare il cartellone è un’opera audace, una scelta brillante e sorprendentemente centrata: un autentico cortocircuito teatrale capace di attraversare i secoli. Sul palcoscenico sale Francesco Montanari, unico e magnetico catalizzatore di Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III, straordinario testo scritto e diretto dal pluripremiato drammaturgo e regista uruguaiano Gabriel Calderón.
Fin dalle prime battute l’atmosfera si fa vibrante e lo spettacolo assume i contorni di un manifesto d’amore per l’arte teatrale, in cui il passato elisabettiano si fonde con le inquietudini, le ossessioni e le nevrosi della contemporaneità.
Già nel nome stesso del Bardo si nasconde la vocazione profonda di questa messinscena. L’antico cognome Shakespeare significa letteralmente scuotitore o agitatore di spade, un’etimologia bellicosa che a teatro si traduce nell’abilità suprema di scuotere gli animi e agitare le certezze del pubblico. Al centro di questo scontro c’è una delle opere più atipiche della storia. A differenza degli altri drammi storici elisabettiani, il testo non si concentra affatto sulla gestione del regno o sulle complesse sorti della corona, ma scava ossessivamente nell’abisso psicologico del singolo personaggio. Ci troviamo di fronte a un protagonista dichiarato, liberamente ispirato a Riccardo III di William Shakespeare, che si rivela avido, deforme nell’animo ed escluso dal mondo, pronto a trasformare la propria intima frustrazione in una spietata e sanguinaria ascesa.
Il regista e autore Gabriel Calderón, nato a Montevideo nel 1982 e già direttore della prestigiosa Comedia Nacional, prende questa millenaria indagine sulla cattiveria umana e la adatta con intelligenza alle fragilità del nostro tempo. Il suo stile, celebre per la capacità di mescolare una satira dissacrante e una frammentazione contemporanea, decostruisce il mito del re medievale e lo sposta nella spietata giungla del dietro le quinte. La parabola del sovrano si rispecchia perfettamente nel passaggio del cinghiale, che non è soltanto il simbolo nello stemma araldico dei Gloucester, ma l’animale che Shakespeare seleziona come vero e proprio gemello zoologico del protagonista. Questo emblema racchiude in sé una tragica e profonda ironia storica nella quale l’animale evoca la furia più cieca e spietata, mentre il motto reale che lo accompagnava recitava ipocritamente “La lealtà mi vincola”, svelando fin dal principio il gioco del tradimento. Nella visione di Calderón questo cinghiale richiama una natura primitiva, istintiva e ciecamente aggressiva, priva di limiti morali nella propria affermazione. La storia dello zoppo diventa così la storia contemporanea e la metafora per un attore rimasto troppo a lungo nell’ombra che, ottenuto finalmente il ruolo della vita, si fa letteralmente divorare dallo stesso male selvaggio che animava il sovrano di York, cannibalizzando in senso lato la sua stessa compagnia pur di dare sfogo alla propria ossessione. La complessa ed eccellente macchina organizzativa dello spettacolo si muove sotto il coordinamento e la distribuzione di Aldo Miguel Grompone.
La forza di questa magnifica produzione targata Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa e Carnezzeria, in collaborazione con IILA – Organizzazione Internazionale Italo-Latino Americana, si fonda interamente sul potere del metateatro, ovvero il teatro nel teatro. Questo artificio consiste nello svelamento del meccanismo scenico e l’opera smette di fingersi realtà autonoma e dichiara apertamente la propria natura di finzione, parlando direttamente di se stessa, dei propri trucchi e delle sue stesse miserie. La struttura sul palco, magnificamente ideata dallo scenografo Paolo Di Benedetto, rappresenta proprio questa dimensione di palco sul palco. Una serie di sipari si apre progressivamente uno dopo l’altro, estendendosi fino ad andare in fondo alla scena per svelare la totale nudità della macchina teatrale. Mentre questi frammenti di spazio si aprono e lo stesso si dilata, l’attore si snuda fisicamente e psicologicamente davanti agli occhi del pubblico, spogliandosi degli abiti d’epoca iniziali per restare esposto nella sua contemporaneità. I raffinati costumi di Gianluca Sbicca e le luci taglienti e geometriche di Manuel Frenda assecondano questa spoliazione progressiva. È tutto profondamente connesso e ogni movimento scenico si incastra con la straordinaria traduzione italiana di Teresa Vila, che riesce a restituire la ruvida violenza verbale della drammaturgia originale trasformando la parola scritta in pura azione fisica.
Questo affascinante meccanismo prende corpo grazie alla straordinaria prova d’attore di Francesco Montanari. L’interprete romano mette in scena una vera e propria metamorfosi di cui è totale motore sul palco, regalando una performance che emoziona tantissimo perché rende tutto spaventosamente reale, spogliandosi di ogni barriera protettiva e dialogando a tu per tu con la platea. Fa un effetto straordinario vedere in scena un artista che nasce e si forma proprio tra le tavole del palcoscenico ma che viene oggi consacrato dal grande schermo per aver dato il volto al feroce “Libanese” nella serie cult Romanzo Criminale o per la sua versatilità in pellicole come Oggi sposi. Montanari sceglie consapevolmente di mettere in luce un’amara verità del nostro presente, ovvero il fatto che nell’industria dello spettacolo se fai cinema sei considerato qualcuno mentre se fai teatro sembri non esistere. Attraverso questo monologo l’attore scaglia una lancia potente e coraggiosa a favore della sua originaria casa artistica, abbandonando i filtri protettivi della macchina da presa per consegnarsi interamente alla verità cruda del palcoscenico che lascia senza fiato.
Si soffre e si suda insieme a lui a pochi metri di distanza, scoprendo che la fame selvaggia di potere e la paura del fallimento sono virus vicini alla quotidianità di ognuno di noi. Il coinvolgimento diretto che l’attore instaura con il pubblico emoziona profondamente e cattura l’attenzione fin dal primo istante. Nel parlargli direttamente, nell’interpellarlo con sguardi di fuoco e battute taglienti, gli spettatori si sentono totalmente tirati in ballo, chiamati a testimoniare e quasi a diventare complici silenziosi del delirio d’ ambizione che si consuma sul palco. Questa connessione magnetica annulla la distanza della finzione abbatte la quarta parete e trasforma la platea in un elemento attivo dell’opera, dove non ci si può più nascondere nella comodità della poltrona.
La rappresentazione diventa in questo modo una riflessione profonda sull’essenza stessa del fare teatro, ricordandoci come questa forma d’arte possieda una natura tenace, capace di attraversare le epoche, resistere alle crisi e continuamente rigenerarsi. Ai tempi di Shakespeare, il teatro conviveva con condizioni materiali precarie e con un senso costante di instabilità, eppure continuava a imporsi come necessità collettiva, alimentato da una fame di storie e di cultura difficile da arginare. Il confronto con la contemporaneità affiora allora spontaneo e assume una sfumatura amaramente provocatoria: in un presente dominato dalla tecnologia e dalla ricerca della perfezione tecnica, Calderón sembra ricordarci che il teatro, nella sua forma più autentica, può ancora esistere nella nudità essenziale di un corpo, di una voce e di una parola pronunciata davanti a qualcuno disposto ad ascoltarla.

L’allestimento opera un netto rifiuto verso ogni moderna fragilità tecnica e fa leva unicamente sulla carne, sulla parola e sull’importanza vitale della cultura e della lettura stessa. Nel finale della rappresentazione, la maschera del sovrano avido si fonde definitivamente con quella dell’attore in un appello disperato e potente che scuote le coscienze degli spettatori. «Leggiamo, leggiamo», urla con foga tragicomica e disperata il Riccardo III di un intenso Francesco Montanari, trasformando il monologo in un invito accorato a riscoprire i libri, a proteggere la conoscenza e a non cedere all’indifferenza intellettuale del nostro tempo.
__________________
Storia di un cinghiale QUELLO CHE UOMINI QUALCOSA SU RICCARDO III – Liberamente ispirato a Riccardo III di William Shakespeare – Traduzione: Teresa Vila – Scritto e diretto da Gabriel Calderón – Con: Francesco Montanari – Scene: Paolo Di Benedetto – Costumi: Gianluca Sbicca – Luci: Manuel Frenda – Coordinamento e distribuzione: Aldo Miguel Grompone – Sala Umberto di Roma dal 7 al 18 ottobre 2026





