La formazione con i componenti storici del gruppo sarà in concerto per l’Europa a partire dal prossimo 10 settembre, prima data a Roma al Parco Schuster
Gli Inti-Illimani sono, per chi è nato dentro il perimetro dell’era digitale, un’equazione tutta teorica. Un oggetto di pura narrazione.
Se hai meno di trent’anni, degli Inti-Illimani probabilmente non hai un ricordo acustico, ma un’eredità orale. Il loro nome ti è arrivato attraverso i racconti dei genitori, di amici più grandi o di colleghi che lo pronunciano con un tono sospeso tra la reverenza e la nostalgia. Un po’ come accade quando si parla della “grande politica” o delle utopie del Novecento: affiora sempre il rimpianto per un tempo in cui chi racconta era giovane, appassionato e ostinatamente convinto che il mondo potesse ancora cambiare. Magari anche con una chitarra e un charango.

Gli Inti-Illimani nel 1973 in Italia
Di questo gruppo la generazione successiva conosce solo la dimensione diegetica. Si parla di loro nei racconti, ma la musica vera e propria non si incontra mai (televisioni e radio commerciali si guardano bene dal far passare i loro flauti di pan tra una hit estiva e l’altra).
Succede così uno strano fenomeno di strabismo culturale capace di determinare una irrimediabile ingiustizia di fondo. Certi miti, anche antecedenti, continuano ad avere una vita concreta, tangibile, quasi invadente: Edoardo Vianello o Gianni Morandi – roba che sulla carta appartiene alla preistoria della canzone italiana – spuntano fuori continuamente nei tappeti sonori dei film, negli aperitivi in spiaggia, nei remix da discoteca. Hanno attraversato il tempo rimanendo corpi vivi, a tratti persino molesti, ma presenti. Gli Inti-Illimani no. Loro, da un certo momento in poi, sono semplicemente scomparsi dai radar. Inghiottiti nel cono d’ombra della memoria dei più grandi, diventati un simbolo anziché una musica da ascoltare.
Eppure la loro vicenda umana è un romanzo del Novecento. L’11 settembre del 1973 il gruppo si trovava in Italia per una tournée europea, ignaro che in quelle stesse ore i carri armati di Pinochet stessero prendendo d’assalto il palazzo presidenziale della Moneda e che il presidente Allende stesse pronunciando il suo ultimo discorso alla radio. Bloccati in Europa dall’oggi al domani, impossibilitati a rientrare in patria a causa delle liste nere del regime dittatoriale, si ritrovarono esuli a Roma. Quello che doveva essere un breve soggiorno di pochi mesi si trasformò in un esilio lungo quindici anni. L’Italia li accolse, e la loro musica si saldò in modo indissolubile con la stagione dell’impegno politico e della solidarietà internazionale in tutto l’Occidente.
Oggi, a cinquant’anni da quegli eventi, gli Inti-Illimani Histórico (formazione fondata nel 2004 dai membri storici Horacio Duran, Horacio Salinas e José Seves, fuoriusciti dagli Inti-Illimani, con i quali è sorta anche una nota diatriba su chi avesse diritto a mantenere il nome e il marchio del gruppo) tornano con un lungo tour europeo, che prenderà il via il 10 settembre a Roma al Parco Schuster.
Un appuntamento che diventa qualcosa di diverso dal solito concerto. È l’occasione, rara e quasi provocatoria, per colmare quel vuoto. Per passare dal mito raccontato alla prova dell’ascolto. Perché al di là del folklore, la vicenda degli Inti-Illimani incrocia uno dei momenti più intensi e drammatici di condivisione globale del secolo scorso: un esilio politico diventato resistenza culturale, un’idea di comunità che ha fatto vibrare un intero pezzo di storia.

Gli Inti-Illimani Histórico è la formazione fondata nel 2004 dai membri storici Horacio Duran, Horacio Salinas e José Seves, fuoriusciti dagli Inti-Illimani
Ascoltarli dal vivo, oggi, significa mettere alla prova quel racconto nostalgico: capire se, dietro il mito tramandato da chi li ha vissuti allora, esista ancora una musica capace di parlare al presente o se gli Inti-Illimani appartengano ormai soltanto al tempo perduto dei nostri padri.





