Manuela Zero racconta la sua gavetta, il rapporto con i social e il valore di una formazione costruita prima della visibilità.
Al Todi Festival Manuela Zero porta in scena Brotti, uno spettacolo che racconta fragilità, dolore e umanità senza giudicare. L’abbiamo incontrata per farci raccontare il suo percorso, la sua esperienza artistica e la nascita di un progetto che dal teatro è arrivato anche sul web.
Come nasce il tuo percorso e quando capisci che vuoi raccontare attraverso il teatro?
Sono nata appena fuori Sorrento e sono cresciuta alla Marina Grande. Mio padre era pescatore, mia madre lavorava in albergo: due persone che mi hanno dato tantissima ispirazione. Io nasco come danzatrice e mio padre ebbe la grande apertura mentale di assecondare il mio desiderio e mandarmi prima alla Scala di Milano e poi al Teatro San Carlo di Napoli, dove fui ammessa. Al San Carlo ho avuto una formazione classica, ma anche la possibilità di studiare musica e recitazione. Sono stati otto anni di studio molto intenso. Parallelamente, fin da quando avevo sei anni, scrivevo, inventavo storie e personaggi. Dopo la danza sono arrivati la televisione e una gavetta molto varia, dal Bagaglino a Domenica In. Ma a un certo punto ho capito che avevo bisogno di dire, di fare, di parlare, di esprimermi. Ho vissuto sulla mia pelle anche il problema dell’espressione delle donne: se sei una donna anche un po’ carina, spesso sembra che debba essere soltanto carina. Io questa cosa l’ho subita. A un certo punto ho rifiutato tutto e mi sono presa un tempo per me.
È in quel periodo che nasce Brotti. Come hai costruito questo mondo?
Durante il Covid ho incontrato Davide Santi, regista, autore e polistrumentista. Abbiamo iniziato a costruire insieme un mondo che potesse raccontare la mia visione delle cose. Siamo partiti dalla musica e poi dai personaggi. Volevamo parlare dell’imperfezione, ma non del disagio: volevamo raccontare come si può superare il dolore trovando un nuovo posto nel mondo. L’idea nasce da un episodio semplice. In metropolitana vidi un signore con una gamba rotta che cercava di sedersi. Quando finalmente ci riuscì, rise. Raccontai la scena a Davide e gli dissi «un signore brutto e rotto». Lui pronunciò «brotto». Da lì è nato Brotti: brutti e rotti, imperfetti. Ma Brotti non è soltanto uno spettacolo: è un mondo che parla di compassione. In fondo siamo tutti brotti. I personaggi hanno fragilità, contraddizioni e dolore, ma io non li giudico mai. Abbiamo lavorato quasi un anno per costruirli e creare una macchina che gira attraverso la musica. All’inizio lo facevamo nelle case, davanti a dieci persone. Poi Silvano Spada ha creduto nel progetto e lo ha portato a Roma, dove ha avuto un grande successo. Per me è importante sottolineare anche il lavoro della squadra: io, Davide Santi e Daniele Lizzambri. Brotti è nato da una collaborazione artistica, produttiva e umana. Senza di loro non avrei resistito a certe difficoltà.
Il tuo percorso è quasi l’opposto di quello di molti giovani che oggi arrivano subito sui social senza una formazione. Tu, invece, hai studiato, hai lavorato, sei arrivata al teatro e solo dopo hai portato Brotti sul web. Che cosa diresti loro?
Il social deve essere una finestra importantissima, ma deve arrivare quando hai già in mano una professione. Altrimenti diventa un’illusione che può creare vuoto e depressione. Bisogna studiare, lavorare, capire cosa si vuole veramente dire e costruire un progetto.
Brotti nasce per il teatro e soltanto dopo arriva sui social. Il primo video su TikTok, un monologo di quattro minuti, ha raggiunto un milione di visualizzazioni. Poi il progetto è diventato virale anche su Instagram e Facebook. Ma la cosa più importante è che quelle persone sono venute a teatro. Per me questo è il vero risultato: abbiamo trovato un modo per raccontare il teatro sui social senza rimanere soltanto lì. Quando hai qualcosa di vero tra le mani e poi lo porti sui social, quelle persone non ti scappano. Diventano un pubblico reale. Per portare le persone dai social alla realtà devi essere credibile, professionale e coerente.
Il percorso di Manuela Zero racconta dunque una scelta precisa: partire dalla formazione e dall’esperienza per arrivare a costruire un linguaggio personale, capace di parlare alle persone dentro e fuori dal teatro. Brotti diventa così non solo uno spettacolo, ma uno spazio in cui riconoscere le proprie fragilità e trasformarle in possibilità. Ringraziamo Manuela Zero per aver condiviso con noi la sua storia, il suo lavoro e il mondo di Brotti.
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Brotti.!.. e non ridere che sei come loro di Manuela Zero e Davide Santi – regia di Davide Santi – Chitarra Martino Panna – Violino Cecilia Drago – Violoncello Lucia Libassi – Produzione: Daniele Lizambri – Todi Festival – Teatro Nido dell’Aquila 4 settembre 2026 ore 19:00





