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Il caso Cobain: anatomia di un suicidio imperfetto

E’ uscito nelle librerie il volume firmato da Epìsch Porzioni

Un’insospettabile dimora borghese, quella al numero 171 di Lake Washington Boulevard, a Seattle: niente che lasciasse supporre che i suoi residenti fossero inquieti esponenti del rock. Fuori, una sequenza di abeti secolari, costantemente imbevuta da quell’eterna pioggia sottile che, nello Stato di Washington, contrassegna costantemente le giornate.

Kurt Cobain

La mattina di venerdì 8 aprile 1994, nella stanza sopra il garage, un operaio scorse il corpo di Kurt Cobain. Giaceva di schiena, con sul petto la canna di un fucile Remington calibro 20: una scena che sembrava lasciare pochi dubbi sulla natura della morte. Accanto al corpo fu rinvenuta una scatola di sigari contenente siringhe, cotone e sostanze scure; poco distante, infilzato nel terriccio di un vaso, c’era anche un foglio indirizzato alla moglie, alla figlia e a Boddah, l’amico immaginario dell’infanzia. Gli elementi apparvero subito convergere verso un’unica ipotesi: il suicidio, conclusione che venne poi registrata negli atti di polizia.

E allora che cosa di nuovo (o di sorprendente) c’è ancora da dire sulla vicenda? Nel saggio Il caso Cobain di Epìsch Porzioni — voce raffinata e conduttore del programma Rock Is Dead su Radio Popolare Network — anche a dispetto di ogni evidenza, si rifiuta la scorciatoia del martirio romantico per addentrarsi nei coni d’ombra di un’istruttoria condotta dalla polizia di Seattle con imperdonabile superficialità.

Tutto è così chiaro ed evidente, sembra dirci, che non è possibile sorvolare su anomalie e dettagli che non tornano: impronte digitali che non compaiono dove dovrebbero, perizie balistiche imprecise, e soprattutto quella grafia nella lettera d’addio le cui ultime righe sembrano scritte da una mano aliena, quasi fossero state aggiunte per chiudere a forza un cerchio che non voleva chiudersi.

Questa l’astuta e avvincente presa d’esordio del saggio: ma si tratta di una storia che per avvalorare l’atteggiare dei dubbi sul finale, ha bisogno di essere raccontata per intero. E infatti il saggio non tarda a riavvolgere il nastro della vita di Cobain, a partire dalla nativa Aberdeen, mite e incolore città dello Stato di Washington affacciata sul Pacifico.

Lì incontriamo un bambino spaventato di nove anni, turbato dal divorzio dei genitori, a cui i medici avevano somministrato dosi massicce di Ritalin per sedare un’iperattività (ADHD) che – all’evidenza – era soltanto fame d’amore. Un bambino che, rifiutato e palleggiato tra parenti, si era costruito un amico immaginario, Boddah (proprio quel personaggio che torna nel biglietto d’addio), a cui addossare le colpe del mondo.

Fortuna che una zia amante della musica gli regalò, a quattordici anni, una chitarra per distrarre la sua malinconia. Siamo già al principio degli anni Ottanta e l’infatuazione per la musica del momento, il punk rock dionisiaco, sembrava avergli fornito la medicina giusta per le sue sofferenze giovanili.

Ma le malattie dell’anima lasciano, come si sa, un segno nel corpo: il ragazzo manifesta ricorrenti crisi d’ulcera allo stomaco, sbrigativamente rimediate con impieghi sempre più massicci di oppio. Insomma avvio allo sballo e musica coerente, tutto sembra pronto per intraprendere la strada che sembra segnata: quella di astro nascente del rock. Non tarderà, infatti, il boato devastante di Nevermind. Basterà una stagione e un album solo e l’icona inquieta di uno scantinato che sillabava musica su una chitarra si ritrovò trasformata nel profeta di una generazione, capace di superare nelle vendite perfino il Re del pop, Michael Jackson. Una fama mostruosa, devastante, arrivata a strettissimo giro e che Kurt forse non aveva neanche desiderato e che finì per divorarlo.

Ma la sua è una vicenda fortemente duale: la si comprende solo se il campo di osservazione include anche lei: il saggio dedica capitoli memorabili alla figura di Courtney Love, tratteggiata con le tinte scure delle eroine tragiche e controverse. Anche per lei un’infanzia nomade e sradicata, tra riformatorio e club equivoci di Liverpool, fino ai marciapiedi di Tokyo. Un matrimonio lampo con il punker James Moreland e poi la fondazione delle Hole.

I due si sposeranno alle Hawaii nel febbraio del 1992, ma i festeggiamenti dureranno pochissimo: per due come loro, la collisione non può tardare e la dimensione destruente infiltra rapidamente ogni aspetto della loro vita, fallito anche il toccasana della nascita di una figlia. Opportunamente il saggio ricostruisce il periodo sotto il titolo “Kaos Elettrico“: le inevitabili balbuzie genitoriali di entrambi, che – sospettati del consumo di eroina – persero anche per un po’ la custodia della figlia Frances Bean, le tensioni nella band sui diritti d’autore, e un sottobosco di baby-sitter problematici e probabili pusher, dentro una casa trasformata in una fortezza di paranoia e overdose.

Ciò che Epìsch Porzioni costruisce non è una teoria del complotto (anche se sapientemente sparge qua e là allusioni e sospetti), ma una mappa dell’incuria. Le tesi dell’omicidio o dell’istigazione, rilanciate nel corso degli anni da detective e criminologi, trovano nel libro una sponda rigorosa: come poteva un uomo, con quella concentrazione letale di eroina in corpo, avere ancora la lucidità e la forza fisica di maneggiare un lungo fucile da caccia e premere il grilletto?

Però non si va oltre la dimensione della probabilità: nelle pagine del saggio non vi sono assoluzioni né condanne definitive. Solo il racconto puntuale e avvincente di una tragedia americana: quel che alla fine rimane è l’immagine di un ragazzo di ventisette anni che ha tentato nel rimbombo della sua musica e nel torpore della tossicodipendenza un po’ di pace da un dolore che durava da quando ne aveva nove.

Kurt Cobain e Courtney Love

E resta il dubbio – come non di rado avviene in certe storie di inquietudini di artisti americani – che quella serra sopra il garage di Seattle non sia stata il teatro di una resa solitaria, ma l’ultima scena di un delitto perfetto.

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Il caso Cobain – Indagine su un suicidio sospetto – di Epìsch Porzioni – Il Castello Edizioni – 2026

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