Gaia Aprea riporta in scena il romanzo di Lawrence, dando voce a una donna che rivendica il diritto di scegliere, desiderare e appartenere a se stessa.
Al Todi Festival, Gaia Aprea porta in scena L’amante di Lady Chatterley, di cui firma anche adattamento e regia. A quasi un secolo dalla pubblicazione del romanzo di D.H. Lawrence, la protagonista torna a interrogare il presente attraverso i temi della libertà, del corpo e dell’autodeterminazione. Ne abbiamo parlato con Aprea, a partire dal suo incontro con un testo che, ancora oggi, conserva una sorprendente capacità di provocare.
In L’amante di Lady Chatterley lei è interprete, adattatrice e regista. Come è nato il progetto e come hanno dialogato questi tre ruoli nella costruzione dello spettacolo?
In realtà l’idea di mettere in scena L’amante di Lady Chatterley mi è stata proposta da Silvano Spada. È un progetto che nasce più di un anno e mezzo fa, su sua indicazione, e che ho accolto con entusiasmo. Mi è sembrata un’idea fantastica quella di portare in scena Lady Chatterley, anche perché con Spada ho un rapporto affettivo particolare: debuttai proprio al Todi Festival quando avevo vent’anni, 34 anni fa. Fu lui a mettermi per la prima volta su un palcoscenico da professionista. Tornare oggi a Todi, con la sua direzione, mi fa quindi molto piacere e mi suscita anche una certa commozione. Io il romanzo lo avevo letto da giovane e, forse per inesperienza, avevo colto soprattutto ciò che generalmente si coglie a una prima lettura: la relazione tra Connie e il guardiacaccia, il tradimento, il rapporto con il marito. Quando l’ho riletto da adulta, però, mi sono resa conto che il nocciolo della vicenda era un altro. Credo che il motivo per cui il romanzo abbia suscitato così tante polemiche, sia stato bandito e abbia avuto una vita editoriale così travagliata — con quattro diverse edizioni prima di arrivare alla forma definitiva — non risieda tanto nel racconto di una donna che tradisce il marito e decide di seguire la propria passione con un uomo di un’altra classe sociale. A sconvolgere l’opinione pubblica è stato soprattutto il fatto che questa donna rivendicasse il diritto di vivere la propria sessualità in completa libertà. Questo, a mio avviso, è il tema fondamentale del romanzo e rimane ancora oggi un tema tutt’altro che assimilato dalla società.
Il romanzo di Lawrence è stato a lungo letto attraverso la lente dello scandalo. Nel portarlo oggi in scena, cosa ha sentito il bisogno di mettere in discussione di questa lettura e cosa, invece, ha acquistato per lei un significato nuovo?
Ci sono nel romanzo descrizioni della relazione sessuale tra Lady Chatterley e il guardiacaccia raccontate in una forma assolutamente libera. Dire, per la prima volta, che il piacere sessuale non è un appannaggio esclusivamente maschile, ma appartiene anche alla donna, nei primi decenni del Novecento fu una vera bomba. Ancora oggi, però, credo che il corpo della donna sia in gran parte visto come oggetto di desiderio, ma non come luogo di piacere per la donna stessa. Ci siamo liberate di tante costrizioni, ma questo passaggio non è ancora arrivato al suo compimento. È un concetto che considero ancora inesplorato: il corpo della donna non soltanto come qualcosa che deve essere bello, che può essere più o meno formoso, ma come un corpo portatore di sensazioni per la donna che lo abita. Per l’uomo è stato dato per scontato che il proprio corpo potesse essere anche uno strumento di piacere; per la donna, molto meno. Credo che il nucleo fondamentale del romanzo sia proprio questo. Anche la rappresentazione della libertà sessuale maschile e femminile è profondamente impari: un uomo che ha molte relazioni viene spesso considerato semplicemente goliardico, mentre una donna che fa la stessa scelta viene giudicata. Ma perché lei non dovrebbe poter vivere il proprio piacere fisico? Lawrence mette in discussione proprio questa disparità.
Nel romanzo c’è anche un passaggio particolarmente significativo affidato a Mellors, che sembra allargare il discorso dalla libertà individuale a una riflessione più ampia sulla società. Quanto è importante questo aspetto nella sua messinscena?
È fondamentale. Mellors, in uno dei suoi monologhi più importanti, sostiene che l’umanità dovrebbe imparare a vivere la sessualità con sincerità, liberandosi dalle sovrastrutture che il mondo del sesso porta con sé. Se l’umanità imparasse a vivere l’amore in maniera sincera e libera, sia per gli uomini sia per le donne, molti dei problemi della società potrebbero essere superati. È un’affermazione che può sembrare quasi ingenua, ma bisogna ricordare il momento storico in cui Lawrence scrive. Il romanzo nasce alla fine della Prima guerra mondiale, in un momento di possibile rinascita che sarebbe stato presto travolto da un nuovo conflitto. Per questo il suo messaggio assume un significato ancora più forte. Mi viene quasi da pensare a uno slogan che sarebbe arrivato cinquant’anni dopo: «Fate l’amore, non fate la guerra». In Lawrence c’è già l’idea che l’umanità debba riappropriarsi del proprio corpo e della propria capacità di vivere. A un certo punto Mellors si chiede che cosa gli uomini abbiano fatto ai propri corpi attraverso il lavoro: si sono ingrigiti, sono diventati estranei a se stessi. E propone di spogliarsi, di tornare al proprio corpo, di vivere l’amore così come si è stati creati. E poi c’è una frase di Lady Chatterley che trovo molto bella: dopo un incontro con Mellors, dice di aver sentito di aver raggiunto «il fondo roccioso della mia anima». È una definizione che per me significa essersi finalmente appropriati di se stessi.
Nel romanzo emerge anche una critica al mondo del lavoro e al nascente capitalismo. È un elemento che ha voluto mantenere nella messinscena?
Assolutamente. C’è una critica al capitalismo, ma è interessante perché viene formulata dall’interno di quel mondo, non da qualcuno che ne è estraneo. Lady Chatterley non appartiene alla classe operaia: è una borghese intellettuale che ha sposato un ricco aristocratico. Eppure, vivendo all’interno di quel sistema, si rende conto che qualcosa non funziona. C’è un passaggio in cui afferma di essersi resa conto che tutto era fondato sul nulla e che l’unico fondamento di quel nulla era il denaro. Accanto a questo c’è il tema della nascente classe operaia, della cittadina carbonifera di Tavershall e di un sistema in cui le persone lavorano per poter acquistare beni che vengono loro presentati come necessari. Si crea così una catena non virtuosa: si lavora per comprare ciò che viene indicato come indispensabile per vivere e, di conseguenza, si finisce per dover lavorare ancora di più. Mi sembra una riflessione sorprendentemente contemporanea. Ma il romanzo non ha la presunzione di collocarsi al di fuori di questo sistema. Nessuno ne è davvero fuori. È facile condannare, molto più difficile cambiare concretamente il proprio modo di vivere. E bisogna anche considerare la complessità della vicenda personale di Lady Chatterley: l’uomo che lascia è una vittima di guerra, un invalido. Abbandonare quel mondo e costruirsi una nuova vita richiede quindi una presa di coscienza molto forte e anche molto coraggio.
Ha scelto di concentrare la messinscena sulla figura di Lady Chatterley. Cosa cambia nel passaggio dal romanzo alla scena e cosa permette di raccontare la sua voce in prima persona?
Innanzitutto il romanzo è scritto in terza persona, mentre io parlo in prima persona. Dovendo trasformare un romanzo di 385 pagine in un monologo, ho dovuto necessariamente sposare la soggettiva di Lady Chatterley. Nel romanzo ci sono molte strade che si aprono, molti personaggi e approfondimenti, soprattutto per quanto riguarda Clifford, il marito, e Mellors. Io ho dovuto spostare definitivamente il punto di vista su di lei. Questo è il cambiamento maggiore. Per il resto, ho cercato di rimanere il più fedele possibile al testo. I dialoghi sono presi dal romanzo e anche le descrizioni rimangono fedeli all’originale. Ho fatto un lavoro di «taglia e cuci», sfoltendo ciò che un monologo della durata di un’ora e dieci minuti non poteva contenere. È stato un lavoro anche doloroso, perché avrei voluto portare in scena tutto. L’obiettivo era adattare il contenuto al medium teatrale rimanendo, al contempo, il più possibile fedele agli intenti dell’autore. Credo che il risultato sia soddisfacente perché la vicenda conserva i suoi passaggi fondamentali, senza dimenticare alcuni elementi apparentemente marginali ma importanti per comprendere il clima nel quale si svolge la storia. Uno di questi è certamente il rapporto con la natura. Lady Chatterley arriva nella tenuta di famiglia di Clifford, circondata da un bosco che appartiene all’antica foresta di Robin Hood. È una campagna al tempo stesso salvifica e mortale, perché vuole rimanere ferma, non aprirsi al futuro, non sbocciare. A un certo punto Lady Chatterley deve fuggire anche da quella immobilità. Per me è una metafora che può riguardare anche molte aree interne di oggi. Poi c’è tutto il discorso preindustriale, rappresentato dalla cittadina carbonifera di Tavershall e dalla nascente classe operaia. Sono elementi che ho voluto mantenere perché contribuiscono a restituire la complessità del romanzo.
Che tipo di donna ha incontrato nel lavoro sull’interpretazione di Lady Chatterley? È cambiato il suo sguardo sulla protagonista nel corso della costruzione dello spettacolo?
C’è innanzitutto un dato anagrafico: io non ho l’età di Lady Chatterley nel corso dell’opera. Il romanzo si chiude con una lettera di Mellors e, a quel punto, presumibilmente Lady Chatterley ha 28 anni. Io ho quindi affrontato il personaggio da una prospettiva diversa: la mia Lady Chatterley è una donna che ha già attraversato la propria vita e che racconta quella vicenda a posteriori. Esiste già un primo livello di separazione dal romanzo originario. Per il resto, ho cercato di essere il più fedele possibile alla mia idea di una donna colta, nobile, divenuta nobile, che ha però avuto una formazione anticonformista. Era figlia di una famiglia borghese, aveva viaggiato per l’Europa e parlava diverse lingue. Era una donna molto evoluta per il suo tempo. Ho cercato di rappresentare ciò che per me potrebbe essere una donna di questo tipo, tenendo conto che parliamo comunque di una donna di un’altra epoca, dotata di grande aplomb e delicatezza. Trovo particolarmente interessante che una donna così emancipata conservi una grande signorilità, una certa eleganza e una mancanza di volgarità. È una forma di femminilità alla quale mi piacerebbe si potesse continuare a guardare. Non voglio essere fraintesa: non significa rinunciare alla libertà. Al contrario. Mi interessa l’idea di una grande signorilità e di una grande femminilità che possano convivere con un’estrema libertà. È una libertà mentale che va molto più in profondità della semplice affermazione «adesso posso fare quello che voglio». È qualcosa di più complesso.
Lo spettacolo arriva al Todi Festival all’interno di un programma dedicato alla donna nella storia e nel presente. Che dialogo vorrebbe instaurare con il pubblico di Todi e con gli altri spettacoli?
Silvano Spada ha sempre avuto un’attenzione particolare nei confronti della donna, della femminilità e delle problematiche che ruotano intorno a questi temi. È qualcosa che gli appartiene profondamente. Spero che il mio monologo possa entrare in dialogo con gli altri spettacoli e creare un’assonanza, un riverbero nel pubblico. È ciò che dovrebbe accadere all’interno di un festival: un festival si chiama così proprio perché apre temi di riflessione che si possono ritrovare e sviluppare in sale e giorni diversi, attraverso spettacoli differenti, ma capaci di rimandare per assonanza allo stesso tema. Mi auguro quindi che possa accendersi una riflessione. Per quanto riguarda il mio monologo, c’è anche una battuta: chi viene a vederlo può farsi in un’ora e un quarto una lettura di quasi 380 pagine e andare a dormire più tranquillo, perché ha svolto il «compito» della giornata. È una battuta che mi fa sorridere, anche perché oggi si valuta molto la durata degli spettacoli. Abbiamo una capacità di attenzione sempre più limitata e un’ora e dieci minuti per un monologo sono quasi il massimo. Ma, al di là della durata, spero di riuscire a convogliare nello spettacolo la narrazione di una vicenda che è di per sé avvincente, con tutto il magma incandescente che la sottende. Mi auguro che questo magma riesca a farsi strada, in maniera più o meno consapevole, all’interno degli uomini e delle donne che verranno ad assistere allo spettacolo. In fondo, il messaggio è molto semplice: non bisogna smettere di parlare della libertà del corpo e della libertà delle donne. Niente è mai davvero dato per scontato. E quando parliamo di questi diritti non lo facciamo soltanto per migliorare la condizione delle donne, ma per far crescere la società nel suo complesso.





