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“Si sveglia e sbadiglia, il gatto; poi l’amore”, un haiku per essere liberi. 

Intervista ai due registi Federico Francioni e Samuele Sestieri 

Giovedì 27 agosto 2026, presso il Cinema Quattro Fontane di Roma, si è tenuta l’anteprima stampa del film Si sveglia e sbadiglia, il gatto; poi l’amore, firmato da Federico Francioni e Samuele Sestieri e presentato alle Giornate degli Autori, nell’ambito dell’83ª edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

L’opera, prodotta da Mario Cattaneo, vede come protagonista la talentuosa Carlotta Velda Mei e racconta tre mesi della vita di Chiara, un’attrice ormai vicina ai quarant’anni. In una Roma soffocata dal caldo, faticosa, poco accogliente e invasa dai turisti, Chiara continua a inseguire il proprio sogno, cercando di superare gli ostacoli quotidiani e facendo i conti con una solitudine sempre più straniante.

Chiara diventa così il simbolo del nostro tempo: una donna precaria e inquieta, spesso incompresa, che fatica persino a lasciarsi andare alla gioia delle cose belle. Il suo fragile equilibrio interiore la conduce in una dimensione sospesa, attraversata da visioni continue e disorientanti, in cui realtà e percezione sembrano spesso confondersi.

Si sveglia e sbadiglia, il gatto; poi l’amore è un film libero e sincero, lontano dalle logiche produttive del cinema contemporaneo. Con ironia e leggerezza, l’opera esprime un dissenso deciso nei confronti del sistema cinematografico odierno e, più in generale, della mancanza di coraggio che sembra caratterizzare parte del panorama attuale.

Con i registi Federico Francioni e Samuele Sestieri abbiamo indagato le origini e l’anima di questo nuovo progetto. 

Due uomini che raccontano l’intimità e le fragilità di una donna. Quanto è stato difficile immedesimarsi e scendere nelle profondità della vita dell’animo femminile?

Samuele Sestieri (SS): L’idea iniziale di questo film era quella di raccontare le nostre vite e il nostro quotidiano, per quanto in maniera sublimata. Non ci siamo posti il problema del genere perché il personaggio di Chiara, la protagonista interpretata da Carlotta Velda Mei, in fondo sono io, è Federico, è Carlotta stessa, e sono tante persone, tanti coetanei che ci circondano. Siamo accomunati da questa situazione di perenne instabilità lavorativa, relazionale, esistenziale: Chiara vive tutto questo, proprio come noi. In questo senso Chiara siamo noi. Se la protagonista è una donna è perché il film è stato scritto a partire da Carlotta, direi praticamente accanto a Carlotta, e quindi siamo partiti dalle sue esperienze e dalla sua sensibilità. Il precariato qui non ha genere, è una condizione fondativa.

Federico Francioni (FF): Sì, alla base c’era un senso di condivisione più ampio, non necessariamente legato a raccontare l’universo femminile. Siamo partiti da un’urgenza talmente forte che il problema non ce lo siamo posto. Poi chiaramente scrivendo la parte per Carlotta ci siamo addentrati sempre di più nelle nostre e nelle sue sensazioni ed esperienze, sapendo che lei era il tramite per immortalare quello che sentiamo di essere oggi.  

Il film riesce a cogliere con grande sensibilità alcune sfumature molto intime dell’universo femminile, restituendole con una profondità che sorprende ancora di più considerando che dietro la macchina da presa ci sono due uomini.

SS: Credo dipenda dal lavoro che abbiamo fatto in primis con Carlotta: c’è stato un grande margine di manovra che le ha permesso di appropriarsi del personaggio, di farlo suo. A noi piace dare una base, un’idea, una traiettoria e poi vediamo cosa succede. Carlotta in questo è stata straordinaria a stupirci, ad andare oltre il tracciato, a entrare nelle profondità di Chiara.  A renderla vera.

FF: Venendo dal documentario, quando incontro una persona che veramente è portatrice di quella verità che sto cercando, mi metto vicino a lei e osservo, faccio domande, provo a creare situazioni. In questo caso, invece, è stato bellissimo vedere come il personaggio che avevamo scritto nasceva giorno dopo giorno nelle scene che giravamo. Ho scoperto per la prima volta il potere dell’interpretazione, oltre che della presenza che posso trovare in un lavoro più documentario, perché Carlotta in qualche modo ha vestito il personaggio, rendendo tutto molto più potente e sorprendente.

Il titolo del film riprende un celebre haiku di Kobayashi Issa. Cosa vi ha colpito di questi versi e in che modo dialogano con il film?

SS: Forse il titolo è nato in opposizione alle prime immagini che mi mostrava Federico. Faccio un passo indietro:Federico ha proposto l’idea del film: lui da anni lavora come videomaker e, come atto quasi di esorcismo, mi aveva proposto un film di montaggio che partiva dalle immagini stock che lui lavora ogni giorno. Da qui siamo partiti per poi sviluppare l’idea della storia di Chiara. E, fin da subito, avevamo bisogno di qualcosa di più autentico di quelle immagini stock. E allora devo avere pensato al titolo: sono anni che amo questo haiku e mi piaceva l’idea che il nostro film si chiamasse così. Sono parole primaverili, mi danno l’idea di rinascita, di ossigeno. Inoltre questo è un film assolutamente primaverile nelle modalità con cui l’abbiamo fatto e anche per quello che racconta. L’haiku, in seguito, è entrato letteralmente nel film come un desiderio, un auspicio. 

FF: Samuele sognava un film che portasse questo titolo e io l’ho trovato bellissimo. È suggestivo, aperto, punta al “risveglio”, alla rinascita, a qualcosa di positivo in un mondo così scuro come quello che raccontiamo. E poi non si sarebbe potuto immaginare titolo migliore per contenere tutte le situazioni e le immagini che si stratificano nel film. Quando Samuele parla di desideri penso che in fase di scrittura siamo veramente riusciti a inserire tutto quello che ci passava per la testa, anche in modo molto ludico – chiaramente sempre seguendo un filo preciso – e soprattutto essendo in due siamo riusciti a fare tantissime cose che da soli non avremmo mai avuto il coraggio di fare!

Nel film raccontate un presente segnato dall’instabilità e dalla precarietà. Quale aspetto vi premeva maggiormente mettere a fuoco?

FF: Come dicevamo prima io ero partito da questa idea delle immagini stock che si univa al racconto di qualcosa di sterile, qualcosa che non riesce a generare vita, qualcosa che non riesce più a vivere. Era molto vago dentro di me e poi nel film ha preso forma diventando una gravidanza. Questo è un altro aspetto che accomuna la nostra generazione: questa specie di grande sterilità, non solo di generare vita, anche solo di generare pensiero, cultura, comunità, condivisione. Viviamo in una terra arida dove è difficile costruire progetti, dignità, diritti, ma anche felicità, momenti di gioia. 

Non è un film che racconta la precarietà lavorativa ma che descrive l’impossibilità di vivere la pienezza di un presente. Questo aspetto è molto nostro, lo sentiamo tragicamente: proviamo una grande solitudine ed è per questo che ci siamo alleati, un film così non lo puoi fare da solo. 

SS: Credo che l’aspetto più tormentato sia questa ansia del futuro e l’assenza totale di un presente. Chiara vive in un perenne stato di attesa e anche quando le capita qualcosa di bello non riesce a goderne, non riesce a lasciarsi andare, è completamente sola e l’unica persona con cui si confida sembra un fantasma: Dall’altra parte del vetro dello studio di registrazione c’è solamente la voce di qualcuno che lei non vede mai. Questo ha una sua inquietudine, una sua tristezza disarmante. Da un lato lei soffre dell’impossibilità di essere “uno” in un mondo che ti richiede così tante maschere; dall’altro si sente condannata ad essere sola, a parlare con sé stessa o con un intelligenza artificiale, a non poter condividere mai niente con nessuno. E poi Chiara non può neanche permettersi di andare in depressione: le hanno rubato persino il tempo libero. Il presente è un tempo sempre finalizzato al lavoro. 

Sullo sfondo del film c’è una Roma ostile, soffocata dal caldo, capace di rendere chi la abita quasi invisibile. Il vostro è uno sguardo disincantato sulla città: c’è ancora spazio, secondo voi, per immaginarla diversa?

FF: Io sono cresciuto in Molise e ti parlo dalla mia prospettiva provinciale: dopo il liceo sono arrivato a Roma con grandi speranze, e sono state abbastanza disattese nel tempo. Poi ho avuto la fortuna di vivere qualche anno fuori, a Parigi, e quando sono tornato le mancanze mi sembravano ancora più evidenti – ma certamente non è solo la città, è l’Italia in generale. Per rimanere nel cinema, negli ultimi anni abbiamo visto tantissimi spazi indipendenti che hanno chiuso, realtà culturali che sono sparite. C’è una dissipazione costante di energie positive, qualcosa che in un modo o nell’altro si trascina sempre verso il basso e verso un più comodo e facile conformismo. Ecco, da un punto di vista culturale, Roma in questi ultimi anni mi è sembra deludente, un po’ piccola, poco coraggiosa. Mi aspetterei a volte un moto di orgoglio da parte di chi la vive.

SS: A me piace vivere a Roma, ci sono nato e trovo estremamente rigenerante il suo caos. Da un punto di vista cinematografico, narrativo, trovo che Roma sia veramente un grande contenitore di storie, credo che sia una città ricca di speranza, distrutta e poi è ricostruita così tante volte. In fondo il film parla di un tentativo di risveglio e in questo senso Roma è protagonista quanto Chiara. Il tema del risveglio nel film è molto importante, tutti i personaggi, non solo Chiara, vorrebbero avere la possibilità di ricominciare a costruire qualcosa di bello, qualcosa di autentico. 

I sogni di Chiara, la protagonista interpretata da Carlotta Velda Mei, sono una parte fondamentale in questo film, spesso sono traduzioni dei suoi sogni altre volte sono espressioni delle sue paure. Che rapporto avete con la vostra parte onirica e quanto è importante tenerne conto come specchio di ciò che abbiamo dentro? 

SS: Per me i film sono molto simili ai sogni: i film che amo ne seguono le stesse traiettorie, gli stessi misteri…Mi piace anche strutturalmente all’interno di un film che le cose possano passare in maniera meno logica, più inconscia, perdendo l’orientamento. Il sogno è un orizzonte che ti permette continuamente di perderti, è una grande fuga. Le visioni di Chiara sono ciò che le consente di prendere consapevolezza del suo posto nel mondo e di prendere finalmente una posizione.

FF: È la prima volta che mi confronto con un lavoro di finzione, però anche quando lavoravo con la realtà ho sempre pensato che non è solo importante il reale, ma soprattutto il vero. Dentro la realtà ci sono i desideri, c’è il lato nascosto di noi che partecipa in modo molto potente alla verità di una situazione o di una persona. Anche nei miei lavori precedenti arriva sempre questo elemento che non so identificare: è un elemento onirico o un intervento mio per esprimere delle cose che forse lo spettatore non vedrebbe ad occhio nudo. Può essere anche un modo per creare una distanza proprio da quella realtà che si osserva e capirla meglio. È un momento in cui si fanno coesistere l’invisibile e il visibile, e accade anche in questo film. 

Nel film compare Il diario di Eva di Mark Twain. Perché avete scelto proprio questo testo e quale significato assume nel percorso di Chiara?

SS: “Il Diario di Eva” è un libricino di quasi ottanta pagine, poco conosciuto di Mark Twain. L’avevo letto uno o due anni prima del film e mi aveva fatto sorridere pensavo che se lo avessi letto prima di realizzare “Lumina” sarebbe stato molto bello. Poi l’ho riletto e ne ho parlato con Federico. Twain racconta la visione originale di Eva con un’ironia e una leggerezza assolutamente non biblici. Questa diventa una chiave d’accesso divertentissima e irriverente per guardare il mondo contemporaneo. Nella Eva di Twain abbiamo subito trovato una connessione molto intima con il personaggio di Chiara. Il libro rappresenta un modo per scendere in un’altra giungla e rimpiangere un altro paradiso terrestre. E poi ci ha permesso di infondere qualcosa di fiabesco nel film, che strideva con le immagini vuote e trionfanti del contemporaneo.

FF: Io non conoscevo il libro di Twain. Nelle prime versioni avevo proposto a Samuele il fatto che esistesse uno speaker che potesse fare delle citazioni ma non avevo le idee chiare. Quando Samuele ha tirato fuori questo libro ho collegato subito le cose e abbiamo pensato all’idea dell’audiolibro. Mi sono reso conto della potenza di questa traiettoria quando abbiamo iniziato a montare il film e abbiamo iniziato a registrare le voci. Eva diventa in qualche modo l’unica possibilità di accedere veramente ai pensieri più profondi di Chiara, al suo immaginario, la sua intimità. Eva diventa quasi la “vera” Chiara, e questa chiave ha aiutato molto perché è un gioco di identità in cui il personaggio si svela ma non si svela mai veramente, cioè lo fa in modo complesso, attraverso un suo doppio, un alter ego specchiato. L’opera di Twain ci ha aiutato moltissimo a tenere in equilibrio il centro del film, che per me è proprio lo svelamento d’identità.

Scrittura e regia sono nate da un confronto continuo tra voi. Come ha influenzato il film questo lavoro a quattro mani?

SS: Né a me né Federico piace lavorare da soli, ci piace l’idea di condividere le idee. Dal momento in cui Federico ha cominciato a parlarmi dell’idea del film tutto è stato molto spontaneo, il film lo abbiamo visto insieme, nelle nostre teste, e si è creata una connessione molto potente. Per me non è mai stato difficile lavorare in due. Credo che questo progetto sia arrivato nel momento in cui entrambi avevamo bisogno di fare qualcosa di diverso da ciò che avevamo fatto in passato, e questa cosa era un film contemporaneo, esplosivo e anche piuttosto bulimico: si è trattato di un esorcismo convidiso. 

FF: Mi è capitato quasi sempre di lavorare in duo e l’ho trovato sempre molto stimolante – anzi, ho scoperto con gioia che anche solo in due si può fare un film senza problemi, curando tutti gli aspetti dalla produzione alla post. Per l’unico film dove ero da solo, sono andato a vivere con i miei personaggi quindi in realtà non mi sono mai sentito di essere solo io. Se c’è un progetto che ha una vitalità il centro di tutto è il film e tutti si mettono a servizio dello stesso. Per questo film avevo delle idee molto vaghe, ma pensavo che mi sarebbe piaciuto condividerle con qualcuno. Quando ho cominciato a parlarne con Samuele ho visto una scintilla e a quel punto non eravamo più due ma uno solo. Abbiamo unito le forze e siamo partiti. Lavorare in due amplifica le idee buone e annulla l’ego tossico. 

Avete immaginato un film «furente, lontano da ogni logica produttiva del cinema italiano contemporaneo». Oggi arriva alla Mostra del Cinema di Venezia, nelle Giornate degli Autori: che valore assume per voi questo riconoscimento?

SS: Mario Cattaneo, più che un produttore canonico è stato un angelo custode, ha reso possibile la realizzazione di questo film fidandosi di noi senza nessuna esitazione. Questo film produttivamente non assomiglia a niente, è nato da un’urgenza e lo abbiamo scritto e girato in maniera viscerale, istantanea, senza le solite attese infinite dell’iter produttivo del cinema italiano. Abbiamo avuto la possibilità di fare il nostro film come lo volevamo noi, senza aspettare, senza mediare, senza compromettere, con una troupe di amici che per un anno ha vissuto il film con anima e corpo. Semmai il vero problema oggi non è produrre un film ma farlo circolare in un mondo di giganti. Il fatto che il nostro lavoro sia piaciuto alle Giornate Degli Autori a Venezia ci fa sentire molto felici oltre che estremamente grati, perché la cosa che subito hanno capito è che abbiamo provato, a modo nostro, a dire qualcosa che ci sembrava vero. 

FF: Siamo abituati a fare i film con quello che c’è: a volte niente, altre a volte poco. In questo caso sapevamo che in qualche modo qualcosa avremo fatto. Mario Cattaneo ci ha dato la possibilità di essere veramente liberi e di non scendere a compromessi. Facendo economia e grazie alla professionalità di Niccolò Giorgi che ha curato l’organizzazione del film, siamo riusciti a tenere insieme questa macchina. Quello che mi sembra un vero problema oggi in Italia è un certo appiattimento nei temi, nei luoghi comuni, nella scelta delle storie e dei personaggi da raccontare… c’è quasi a volte una forma di autocensura anche in come si debba raccontare una storia, si tende a normalizzare tanto. Sicuramente tutto questo ha a che fare con le difficoltà del mercato, però penso che ci sia anche poco coraggio da parte di registi e produttori. Noi, non avendo alcuna stabilità – prima di tutto esistenziale, ma anche lavorativa – per fare questi film ci aggrappiamo un po’ alle nostre urgenze e desideri. Questo film lo abbiamo in fondo preso anche come un grande gioco da fare insieme. Se il sistema attuale del cinema italiano sembra in rovina, la scommessa è quella di poter diventare come dei fili elettrici, che portano energia nelle case, cercando alleati. A partire da Venezia, contiamo moltissimo sul pubblico, su chi cerca ancora qualcosa, sul passaparola. Sono loro i nostri veri connettori, ed è fondamentale raggiungerli.  

Quali sono, oggi, i principali limiti alla libertà creativa di un regista?

FF: Il senso del film si ricollega molto a questo tema, giriamo sempre un po’ intorno alla stessa domanda: come possiamo vivere autenticamente e pienamente il nostro presente? In parte sono i problemi di cui parlavo prima. Poi, più in generale, io direi che in Italia, non solo nel cinema, c’è un problema enorme con la gestione del potere. Le persone che potrebbero fare la differenza, che magari hanno un seguito, oppure la possibilità di finanziare, di indirizzare, anche in piccola parte, sembrano spesso troppo distratte, non adeguate a soddisfare le aspettative, troppo timide o addirittura sorde. Nella mia personale esperienza mi sembra di aver incrociato tante persone in ruoli decisivi che non si sono rivelate all’altezza. È come se gli spazi di libertà e di crescita si restringessero sempre di più. E questo non fa bene a nessuno. 

SS: C’è un conformismo selettivo dilagante: un film come il nostro non ce l’avrebbe finanziato nessuno. Sarebbe stato visto subito come un progetto suicida. Noi siamo sempre stati abituati a fare i nostri film dal basso quindi non avevamo nulla da perdere. Oggi bisognerebbe creare reti di persone che possano esprimersi liberamente, che facciano gruppo, che creino realtà, immaginari e nuove narrazioni, e smettano una volta per tutti di perdere tempo ed energie a lamentarsi. 

Si sveglia e sbadiglia, il gatto; poi l’amore sarà proiettato in Sala Laguna al Lido di Venezia il 6 settembre alle ore 21.00 e il 7 settembre alle ore 13.00. 

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