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Todi Festival, quarant’anni di teatro e identità

Il sindaco Antonino Ruggiano racconta il legame profondo tra festival dalle sue origini nel 1987 e la città

Antonino Ruggiano, sindaco di Todi, è senza dubbio uno dei grandi protagonisti del rinascimento culturale che la città sta vivendo da alcuni anni. Un percorso di rilancio e valorizzazione che trova nel Festival, in programma fino a sabato 6, uno dei suoi momenti più significativi, contribuendo ad accrescere il prestigio e il fascino della splendida cittadina umbra affacciata sulla Valle del Tevere.

Ho voluto incontrarlo per comprendere, dalla sua viva voce, quali intuizioni, suggestioni e scelte abbiano accompagnato questo percorso e contribuito ad accrescere l’appeal culturale e turistico di Todi, restituendole una centralità e una capacità attrattiva sempre più evidenti nel panorama nazionale.

Il Todi Festival che lei ha definito la ciliegina sulla torta di una stagione composita celebra quest’anno la sua quarantesima edizione. Che significato ha questo traguardo per la città e per la sua identità culturale

È un traguardo molto importante, perché il Todi Festival nasce nel 1987, in un periodo in cui in Italia i festival erano ancora pochissimi. Essere arrivati alla quarantesima edizione significa aver mantenuto viva nel tempo un’esperienza che è diventata parte integrante dell’identità culturale della città.

In questi quindici anni da sindaco ho attraversato diverse stagioni del Festival, con direzioni e impostazioni differenti: ci sono stati momenti più legati alla grande prosa e ai nomi popolari, altri maggiormente orientati alla ricerca e alla sperimentazione. Con il ritorno di Silvano Spada credo si sia trovato un equilibrio molto efficace: l’amministrazione garantisce il sostegno e la solidità organizzativa, lasciando alla direzione artistica piena libertà. È questa libertà che permette al Festival di avere una propria identità, produrre progetti originali e conquistare una visibilità importante anche sulla stampa nazionale.

Il rapporto con il teatro è cambiato, ma il fascino del palcoscenico rimane fortissimo, sia per il pubblico sia per gli artisti. E noi continuiamo a crederci, anche attraverso la stagione del Teatro Comunale, pur sapendo quanto sia difficile oggi garantirne la sostenibilità economica, soprattutto in un teatro storico con meno di cinquecento posti.

Ricordo una frase di Maurizio Costanzo che mi è rimasta impressa. Mi disse, in sostanza: «Il giorno in cui, da sindaco, rinuncerai al Festival, avrai ceduto sul terreno della resistenza del teatro». È un concetto nel quale mi riconosco molto: continuare a investire nel teatro e nella cultura, nonostante le difficoltà, significa resistere, ma soprattutto far crescere una comunità. Credo che Todi, dopo quarant’anni di Festival, abbia dimostrato di saperlo fare.

Il Festival ha contribuito in quattro decenni a portare Todi sempre più crogiolo di arte e cultura nei principali circuiti culturali nazionali. Quanto è importante oggi continuare a investire nella cultura come strumento di promozione del territorio e di crescita della comunità?

Per me è fondamentale. Todi è una città piccola, con circa 16 mila residenti, ma negli ultimi anni è cresciuta molto anche la presenza di persone che hanno scelto di viverla stabilmente o per lunghi periodi: italiani e stranieri, professionisti, intellettuali, imprenditori. Dopo il Covid questo fenomeno si è rafforzato, anche grazie allo smart working e a una qualità della vita che qui permette di conciliare lavoro, relazioni e tempo libero.

La cultura, in questo senso, è un servizio essenziale e allo stesso tempo uno straordinario strumento di attrazione. A Todi quasi ogni sera si può scegliere tra uno spettacolo, un concerto, una presentazione o un incontro. E questa offerta ha anche un valore educativo: penso, per esempio, agli studenti del liceo che da generazioni possono frequentare il teatro con abbonamenti agevolati. Significa formare pubblico, sensibilità e cittadinanza.

Ma investire in cultura produce anche un ritorno economico concreto. Una recente analisi della Camera di Commercio dell’Umbria ha evidenziato come i comuni che investono maggiormente nell’arte registrino redditi medi più alti. Questo dimostra che cultura, attrattività e sviluppo del territorio sono strettamente collegati. Se una città offre qualità, servizi e occasioni culturali, attrae persone, competenze e risorse. È un circolo virtuoso che a Todi stiamo vedendo funzionare molto bene e che considero essenziale per il futuro della comunità.

Questa edizione propone undici giorni di programmazione, venti spettacoli e numerosi debutti nazionali, coinvolgendo teatri, piazze e luoghi simbolo della città. In che modo questa formula può rafforzare il legame tra il Festival e Todi?

È una formula che appartiene alla storia stessa del Todi Festival. Quando nacque, nel 1987, la città usciva da anni molto difficili: dopo il tragico incendio del 1982 e la fine della grande stagione della rassegna antiquaria, molti spazi culturali erano chiusi e Todi aveva perso parte della sua vitalità. Eppure la città poteva contare su una tradizione culturale e artigianale profondissima, legata in particolare all’antiquariato e all’ebanisteria, espressione di secoli di sapere e maestria radicati nel territorio. Un patrimonio che oggi, purtroppo, si è in gran parte disperso, ma che ha contribuito a definire l’identità di Todi e il terreno su cui il Festival ha saputo costruire una nuova stagione culturale.

Silvano Spada ebbe allora l’intuizione di non limitarsi ai teatri tradizionali, ma di trasformare l’intera città in un palcoscenico, utilizzando chiese sconsacrate, conventi, monasteri, case private e spazi insoliti e dare vita al Nido dell’Aquila che non esisteva prima.  Da lì è nato un rapporto molto forte tra il Festival e Todi, fondato non solo sugli spettacoli, ma soprattutto sulla partecipazione e sull’aggregazione.

Con il passare degli anni, poi, il Festival è entrato anche nella memoria personale di tanti tuderti. Ognuno conserva un piccolo ricordo, una storia legata a quelle giornate. Io stesso ho cominciato facendo il facchino, mentre mia sorella faceva la mascherina. Sono esperienze semplici, ma raccontano bene quanto il Festival sia diventato parte della vita della città: chi vi ha partecipato, in qualunque ruolo, ha finito per sentirlo anche un po’ suo.

Tra gli appuntamenti di quest’anno trova spazio anche una trilogia dedicata a San Francesco, nell’anno dell’ottavo centenario della sua morte. Quanto è significativo che un Festival con una storia così importante sappia dialogare anche con la memoria, la storia e l’identità del territorio?

È molto significativo, soprattutto se questo dialogo con la memoria viene costruito con intelligenza e misura. L’ottavo centenario della morte di San Francesco è una ricorrenza importante per l’Umbria, per l’Italia e per il mondo intero, e Todi conserva un legame particolare con la tradizione francescana: basti pensare alle testimonianze e alle leggende che collegano il Santo alla città e persino alla fondazione dell’ospedale.

Il rischio, in occasioni come questa, è però quello di inserire celebrazioni in modo artificiale, soltanto perché esiste una ricorrenza. Credo invece che il direttore abbia lavorato con grande equilibrio, costruendo una trilogia coerente: tre appuntamenti diversi tra loro, capaci di affrontare la figura di Francesco da prospettive differenti, dalla dimensione più classica e spirituale fino a linguaggi più contemporanei e rivolti anche ai giovani.

È proprio questa capacità di unire memoria e sperimentazione che rende il Festival vivo: non limitarsi a celebrare il passato, ma rileggerlo con sensibilità contemporanea. In questo modo il riferimento a San Francesco acquista un senso autentico all’interno della programmazione e rafforza anche il legame del Festival con l’identità culturale dell’Umbria e di Todi.

Dopo quarant’anni di sogni, spettacoli e grandi protagonisti, quale futuro immagina per il Todi Festival? E quale messaggio vorrebbe rivolgere al pubblico che, anche quest’anno, è arrivato in città per vivere questa edizione speciale?

Mi auguro che il Todi Festival abbia ancora un grande futuro, ma credo che il suo destino sia inevitabilmente legato a quello del teatro. La rappresentazione dal vivo esiste da millenni e non morirà, finché ci sarà un pubblico disposto a viverla. Oggi, però, il teatro deve confrontarsi con un modo diverso di fruire i contenuti, segnato dalla tecnologia e da un’attenzione sempre più frammentata. Basta guardare quante persone, anche durante uno spettacolo, continuano a controllare il cellulare: è un fenomeno trasversale e racconta quanto sia cambiato il nostro rapporto con il tempo e con la concentrazione.

La tecnologia, naturalmente, offre anche possibilità straordinarie, dalle scenografie agli effetti visivi, e il teatro dovrà saperle utilizzare senza perdere la propria essenza. In questo senso il Festival può continuare ad avere un ruolo importante, soprattutto puntando sulle nuove produzioni e sui debutti: spettacoli che nascono a Todi e poi vengono portati in tournée consentono al nome della città e del Festival di viaggiare in tutta Italia.

Al pubblico chiederei quindi di continuare a seguirlo con lo stesso affetto e la stessa curiosità. Il teatro offre qualcosa che nessuna piattaforma può sostituire: un’esperienza condivisa, capace di nutrire e lasciare qualcosa dentro. Forse abbiamo bisogno proprio di recuperare questa dimensione, insieme al piacere della lettura, dell’ascolto e di un tempo vissuto con maggiore attenzione, soprattutto nelle nuove generazioni.

Nel ringraziare Antonino Ruggiano per l’accoglienza e la disponibilità, a chiudere il cerchio dell’intervista resta l’immagine di un Festival che, in quarant’anni, non ha soltanto ospitato spettacoli e grandi protagonisti, ma ha contribuito a costruire una parte importante dell’identità contemporanea di Todi.

Un’esperienza capace di attraversare stagioni, difficoltà, trasformazioni del linguaggio teatrale e cambiamenti sociali senza perdere il legame con la città e con il suo pubblico. È forse questa la sua forza più autentica: continuare a essere luogo di incontro, memoria e sperimentazione, facendo della cultura non un semplice evento, ma uno strumento di crescita condivisa.

E mentre il teatro è chiamato a confrontarsi con nuove abitudini, tecnologie e forme di attenzione, il Todi Festival continua a ricordare che il valore della scena dal vivo risiede ancora in qualcosa di insostituibile: la presenza, l’ascolto e la condivisione di un’esperienza capace, anche solo per qualche ora, di trasformare spettatori e città in una stessa comunità.

Foto di ©Grazia Menna

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