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Silvia Salemi in teatro con la voce della sorella, ritrovata in un cassetto

La cantante celebra i trent’anni di carriera debuttando in scena a Todi.

Todi si prepara ad accogliere un debutto fuori dal consueto repertorio dei suoi quarant’anni di programmazione: La voce del cassetto, spettacolo tratto dal romanzo omonimo di Silvia Salemi, che porta sul palco la propria storia in prima persona. La cantante siciliana, che quest’anno festeggia trent’anni di carriera, si misura per la prima volta con la scrittura teatrale affiancata da Roberta Savona e a Raffaello Fusaro la regia. 

“Lo spettacolo nasce e prende le mosse dal mio romanzo omonimo, « “La voce del cassetto”: esisteva già un impianto drammaturgico solido, perché esisteva già qualcosa di scritto. nel romanzo, come nello spettacolo, racconto in forma autobiografica il mio percorso di artista: tutta la mia vicenda familiare è all’origine del fatto che oggi sono una cantante, ed è per questo che la mia voce è uscita da quel cassetto. Ho perso mia sorella quando ero piccolissima, e quella perdita mi provoca un mutismo improvviso: arrivo a cinque anni senza parlare. Scopro nel cassetto di mia madre una cassetta, la ascolto, e vivo un confronto emotivo fortissimo con mia sorella che mi parla: era una registrazione di lei che giocava con me, e io che le rispondevo. Capisco così di avere una voce, intuisco che in un altro momento della mia vita parlavo, e comincio dei tentativi che, attraverso le canzoni, mi riportano piano piano a parlare. Da adulta ho voluto raccontare questa storia in un romanzo, e oggi, nel 2026, ho capito di essere pronta a raccontarla anche in teatro, con l’aiuto della voce originale di mia sorella che entra in scena. Avevo cinque anni, riascolto quella voce e capisco che mia sorella era vissuta davvero. Nei primi anni Ottanta non esistevano i mezzi di oggi per raccogliere immagini e suoni, non c’erano video: la voce era tutto ciò che mi era rimasto. La voce del cassetto è proprio questo — quella voce conservata fino a quel giorno, la sua dentro la cassetta, la mia dentro il mio corpo, uscita fuori nel momento in cui capisco che mia sorella aveva avuto una vera esistenza terrena, che mi parlava. Da lì nasce tutto quello che sarebbe stato il mio futuro: il karaoke nel mio paese, l’arrivo di Fiorello con il suo carrozzone, un produttore che mi nota e mi porta a Castrocaro, dove vinco ».

La scelta del Todi Festival per il debutto scenico de La voce nel cassetto rimanda per Salemi a una coincidenza di data e luogo simbolici: «Quest’anno ricorre il mio trentennale di carriera, che per me non è il trentennale di una professione ma di una scoperta, di un percorso che è quello della voce — e coincide con il quarantennale del festival di Todi. Sono felicissima di questa coincidenza, di essere pronta con un racconto teatrale proprio nel momento in cui un festival importante come Todi mi accoglie. C’è anche un’altra coincidenza che mi tocca da vicino: qui a Todi esiste una Piazza del Popolo, la stessa piazza in cui ho cantato per la prima volta da bambina, nel mio paese.Voglio sottolineare la sensibilità di Silvano Spada, che mi ha accolta nel cast del suo storico festival: poteva non succedere, e invece è andata così. Io non ho un percorso teatrale consolidato alle spalle, non porto una certezza: sono una musicista, non un’attrice di teatro affermata. È stato anche un visionario, e per questo lo ringrazio, perché ha visto lontano — è uno spettacolo che mantiene una forte emotività per tutta la sua durata».

Quanto all’esordio come autrice di prosa teatrale, Salemi distingue l’esperienza da quella, già nota, del palco musicale: «“Ero già arrivata a teatro, ma mai come autrice. È stato bello: ho incontrato una penna nuova come quella di Roberta Savona, che si è rivelata una compagna di viaggio valida e stimolante. E ho trovato una buona regia in Raffaello Fusaro, che ha capito che questo era un progetto del cuore, un progetto di famiglia — è come se stessi aprendo la mia casa al pubblico. I dolori sono, credo, la cosa più intima che abbiamo insieme alle gioie: quando rendi partecipe il pubblico di un grande dolore o di una grande gioia, il pubblico ti entra dentro l’anima».

La cantante descrive l’atto condividere con le persone in sala una storia così personale come spogliarsi: «E ha qualcosa di magico, in senso buono: si è creata un’alchimia tra le emozioni e le canzoni che ho portato sul palco, ma fondamentalmente racconta la forza e l’essenza di una bambina che resta forte anche non essendoci più: mia sorella ha una presenza così potente nella mia vita, nell’ispirarla, che ho avuto bisogno di tirarla fuori, di farla vedere a tutti».

Coincidendo questo debutto con la celebrazione dei trent’anni di carriera, il discorso si sposta naturalmente sul rapporto tra la Salemi artista e la Salemi persona, su quanto restino oggi due piani distinti: «È una cosa strana da spiegare, ma sono praticamente coincidenti. Smettendo di parlare e ritrovando la voce con la musica, sono diventata quel canto: sono stata liberata dal canto perché quel percorso — diventato poi un canto di persona conosciuta, ma come conseguenza, non come fine — mi ha salvato la vita e mi ha resa la donna che sono, mi ha dato questa sensibilità artistica. D’altra parte, io non sono “la cantante famosa”: non cerco la fama. Lo racconto anche nel romanzo — non pensavo di voler andare a Sanremo per diventare famosa, ma per essere vista, per dire “io esisto”. Il romanzo parte dal momento in cui mia madre viene a sapere che mia sorella se ne sarebbe andata per una grave malattia: nella stessa visita, con lo stesso medico, scopre di essere incinta di me e decide di tenermi. È come se una vita fosse arrivata mentre un’altra stava per andarsene: una prepotenza della vita che vuole esistere in me, e che racconto cantando. Il canto è diventato il mio modo per dire “esisto».

Alla ricostruzione del patto con la madre e dell’urgenza di “esistere” attraverso il canto, si lega un’ultima domanda: se quella riscoperta della voce, del percorso musicale, non sia in fondo una prosecuzione della vita della sorella: «È esattamente quello che dico anche io. Nasco con un patto che faccio con mia madre — lo chiamo “patto uterino”, prenatale — in cui le dico: fammi nascere, ti darò tutte le gioie che questa figlia non potrà darti; vedrai tua figlia sposarsi, vedrai tua figlia darti dei nipoti, vedrai il futuro che è negato a questa bambina. È come se me ne facessi carico — è una cosa che racconto in forma romanzata, non è che da bambina prenatale sapessi già tutto questo, ma è come se me la portassi dentro da sempre. E ho continuato così, da bambina, poi da adolescente, oggi da adulta: cerco sempre di restituire un sorriso a mia madre, di esserle un po’ di supporto nella vita».

In un filo unico tra vita e canto, la cassetta ritrovata nel cassetto materno e il palco di Todi, quarant’anni dopo, chiudono lo stesso cerchio: quello di una voce che si è dovuta ricostruire prima di potersi raccontare. 

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