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Andromaca, il cigno fedele. “La vedova d’Ettore” depredata dell’amore

Una donna testimone del male, guerriera contro ogni spargitore di sangue e dolore. Una storia mitologica forse “strana e fatale”, ma che oggi suona spaventosamente reale.

Il mito greco è sempre attuale. Del mito greco c’è ancora tanto da svelare e scoprire, un “non detto” da non tacere, un “dire” da rivelare. L’inesplorato da raccontare. L’obliato da ritrovare. Ed è per questo che dall’inizio di luglio fino ad agosto a proseguire, tra gli scorci e le vestigia di Troina, i colori delle montagne siciliane, ed il vulcano Etna in lontananza da ammirare, c’è un Festival estivo e annuale. Nove spettacoli da vedere, un Mythos da rappresentare. Che, però, adesso sta per finire, ma per recuperare c’è pur sempre l’anno prossimo. E non lasciartelo sfuggire.

Daniela Giovanetti

Quest’anno è stata la sesta edizione, e dagli ultimi tre è di Luigi Tabita l’iniziativa, l’attivismo, la visione. La visione di un festival dove le donne hanno avuto un posto speciale. Da Elena a Penelope, Andromaca, Polissena e Antigone. Fino a Tiresia, il Tiresia maschio e maschile ma anche femmina e femminile. Il Tiresia della divinazione, paladino contro la finzione. L’uomo-donna che se dagli occhi non poteva guardare, con la mente e attraverso gli astri sapeva intuire e indovinare.

Le donne ed un posto speciale. E sin dal logo lo si può capire. C’è, infatti, Artemide a simboleggiare l’intento artistico del direttore: raccontare al femminile la forza e il sacrificio, il pianto e il dolore. I moti del cuore, ogni flutto emozionale. Le sensazioni da provare se attori e attrici sanno fare il loro mestiere, se sanno come incontrare la più ascosa anima dello spettatore.

Qualunque storia si cerchi di portare. In qualunque luogo che abbia un’antichità da conservare. Dall’Anfiteatro della Radura alla Torre Capitania. Proprio qui, importante attrazione troinese museale, gli scorsi 28 e 29 luglio era Andromaca a parlare. Ma prima lasciamola apparire, fra gli spettatori ed equidistanti le due file, nella penombra di una sala, si è detto, museale. Un piccolo corridoio da attraversare. Abito nero e qualche distintivo: un’uniforme, un’armatura “per amore”. Sguardo di purezza e fedeltà coniugale. Intenso e accorato, puntato e denso, velato e lacrimoso, pieno di un dolore che non va taciuto: la morte del figlio e quella del marito.

È Daniela Giovanetti a impersonare “la vedova d’Ettore” depredata dell’amore. Derubata e saccheggiata di ciascun legame familiare, compreso quell’unico figlio che non è riuscita a trarre in salvo e liberare. In quest’assolo fra gli Assoli, l’accuratezza registica di Valeria Almerighi, dirige maestosamente quell’Andromaca che si rivolge a noi. E che ora interroga gli dei. L’Iliade è l’innesto introduttivo originale, inserito a misura nell’imponente prosa drammaturgica di Gianni Guardigli, l’autore. Una scelta da applaudire, giacchè i versi omerici arrivano come l’inestimabile dono che non sapevamo di desiderare. Quella memoria, per molti di noi scolastica, che era inevitabile riaffiorare.

Una scenografia metaforica e minimale. Lenzuola bianche e i lembi da afferrare. Lenzuola da indossare, abbracciare e poi raggomitolare. Lenzuola bianche funeree o turbinanti: lenzuola che sono i defunti, fra le macerie di vincitori e vinti, oppure che sono torrenti, ruscelli, “vorticosi” fiumi che confluiscono nel mare, nelle acque che alleviano il dolore. Tutto quello che la terra in ogni epoca ha dovuto e dovrà, purtroppo, e ancora sopportare. E le luci blu o rosse ad ingigantire le ombre di un’Andromaca fedele all’amore.

Tra simboli e parole, il perfetto incastro di uno spartito musicale ed i riverberi di un’altra ellenica riesumazione: l’Epitaffio di Sicilo, il ritrovamento che ci proviene da una stele, una lapide, un pilastro marmoreo e sepolcrale. Lì è dove fu scolpito questo brano che, durante il monologo, viene recuperato. Il talentuoso artefice è Damiano Giuranna, direttore d’orchestra e compositore. Suonatore di quattro “espressivi” strumenti, sonorità e timbri diversi. Ora cupi e profondi, omogenei o difformi, dimessi e calanti, solenni e innalzanti. Un tamburo a cornice ed una viola, una moderna lira ed un flauto barocco tenore. Ognuno di essi a significare, ad enfatizzare, come se ogni nota musicale, ogni melodia da ascoltare, racchiudesse dell’altro da dire.

Damiano Giuranna

Con il prezioso carico di una rodata carriera teatrale, anche interprete di Elettra ed Euridice, Giovanetti ha dimostrato ancora una volta di possedere da sempre quella stoffa che si fa fatica ad eguagliare, ed altrettanto si fa fatica a contare le così tante tragedie greche che l’hanno vista primeggiare. Dal classicismo alla contemporaneità, nel crocevia di prosa e poesia, la contraddistinguono lirismo e naturalezza, immediatezza e liricità. Giovanetti è qui un’Andromaca corporea e impetuosa, indomita guerriera in nome dell’amore, in nome di tutti i corpi perduti e scomparsi, estinti e compianti. Accarezzati, onorati e amati. Avvolti e seppelliti in tombe ingrigite. Tombe evocate. Esito di tutte le insaziabili guerre che non sono mai cessate. Il mito greco è sempre attuale. Il mito greco è universale. Il mito greco è la vita reale.

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Andromaca – Il candore del cigno – di Gianni Guardigli – regia: Valeria Almerighi – con: Daniela Giovanetti – musiche dal vivo: Damiano Giuranna – scene e costumi: Giuliana Barcaroli – disegno luci: Matteo Ziglio – produzione: Gruppo della Creta e Teatro Basilica – in collaborazione con: Mythos Troina Festival – direttore artistico: Luigi Tabita – foto: ©Simona Giamblanco – VI edizione del Mythos Troina Festival – Sezione Assoli – Torre Capitania, 28-29 luglio 2026

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