“L’uomo dalle labbra bluastre” di Roberto Campagna: Anatomia di un’ambiguità.
Tommaso Mangano ha ottantadue anni, le labbra segnate da una cianosi che pare un marchio, e una qualità rara nei protagonisti di romanzo: resiste a ogni definizione, e proprio in questa resistenza sta la sua forza. Roberto Campagna costruisce L’uomo dalle labbra bluastre (Edizioni Ensemble, 2026, 182 pp.) rifiutando la strada più comoda — la condanna morale del proprio personaggio — per scegliere quella più ambiziosa e più difficile: restituirne, senza sconti ma anche senza sentenze, l’intera irriducibilità umana.
La scelta strutturale è quella del narratore-testimone: un ex allievo, poi collega, poi amico di Tommaso, che lo osserva da distanza ravvicinata per quasi quarant’anni, dalla metà degli anni Ottanta a oggi. È una voce sorvegliatissima, capace di tenere insieme, senza mai perdere l’equilibrio, l’ammirazione per la vitalità sfrontata del personaggio e la lucidità di chi ne ha viste troppe per lasciarsi ingannare. Questa ambivalenza controllata è il vero pregio del libro, ed è ciò che rende Tommaso Mangano un personaggio memorabile: Campagna ha capito che un uomo come lui non si racconta attraverso un giudizio, ma attraverso lo sguardo di chi ha saputo rinunciare a formularlo, e in questo esercizio di understatement narrativo dimostra un notevole controllo dei propri mezzi.
Sul piano della lingua, il romanzo lavora su un registro che definirei di oralità sorvegliata: frasi brevi, spesso nominali, che si accumulano per accerchiamento più che per progressione lineare (“Soldi. / Era questo il loro scopo comune”); un lessico che non teme la scurrilità quando il personaggio la richiede, alternato a incisi più letterari e a un uso frequente del corsivo interno — pensieri, battute, citazioni — che frammenta la pagina in una polifonia di voci minori dentro la voce principale. È una scrittura che rifiuta l’eleganza levigata per inseguire con precisione l’aderenza al carattere: ruvida dove Tommaso è ruvido, quasi cronachistica quando affronta la corruzione amministrativa, improvvisamente lirica — le rose bianche, rosse e gialle disseminate nella stanza d’albergo di Arisa — nei momenti in cui il libro si apre al sentimento. È una delle riuscite più solide del romanzo: un narratore capace di cambiare passo senza mai tradire la coerenza della propria voce.
Uno dei meriti tecnici più notevoli di Campagna è l’uso sapiente della parola: la materia biografica di Tommaso viene tenuta insieme da un fitto sistema di motivi ricorrenti che tornano a distanza — le labbra bluastre, certo, ma anche gli scaloni su cui più personaggi inciampano, le porte chiuse a chiave, gli oggetti (i fiori, i biglietti da visita, le fotografie sui mobili tarlati) che funzionano da cerniere silenziose tra un capitolo e l’altro. Il risultato è un romanzo costruito per accumulo di ossessioni ricorsivepiù che per progressione di trama, una struttura circolare e sapiente che si rivela, a lettura ultimata, sorprendentemente compatta.
Le donne — le prime due mogli sottomesse per imposizione o per scelta, la contesa fra padre e figlio, infine Arisa, la giovane giapponese che ribalta gli equilibri — non sono trattate come funzioni della biografia maschile, benché il punto di vista resti inevitabilmente esterno a loro: Campagna le colloca sempre in una dialettica di potere che Tommaso crede di controllare e che, con Arisa, gli sfugge per la prima volta. È forse la parte più riuscita del libro: il capitolo del corteggiamento a Pianure, con la scenografia costruita a tavolino dei fiori e delle citazioni prese in prestito, mostra un uomo che ha sempre saputo mettere in scena il proprio potere e che, proprio nell’unico caso in cui la scena gli sfugge di mano, scopre — tardi, a quasi settant’anni — che cosa sia davvero innamorarsi.
Sul versante storico-politico, Campagna evita sia l’affresco didascalico sia la macchietta polemica: la Tangentopoli di Tommaso è raccontata dal basso, attraverso la meccanica minuta delle collusioni e delle omertà, e proprio per questo risulta più credibile di molte ricostruzioni più ambiziose. Il personaggio che “non ha mai corrotto nessuno” ma ne è stato l’“utilizzatore finale” è una figura morale precisa, riconoscibile, e Campagna ha il merito di non trasformarla in caricatura né in redenzione a buon mercato.





