La traversata del palcoscenico: migrazioni teatrali tra Ottocento e Novecento
Le rotte, le visioni e le geografie sceniche costituiscono un luogo di attraversamento e di confronto, uno spazio in cui le arti performative sono strumenti per leggere le trasformazioni del presente. Il teatro diventa così una rotta, un varco, una terra di approdo e un continuo sconfinamento. In questo quadro, il volume Teatro al di qua e al di là dell’Oceano (Rubbettino Editore), curato da Francesco Cotticelli, docente federiciano di Discipline dello Spettacolo, è stato presentato ieri nella cornice di Palazzo Reale di Napoli, all’interno della Sala Dorica – sede del Museo Enrico Caruso – per il Campania Libri Festival. L’incontro, moderato dalla giornalista Natascia Festa, ha posto al centro del confronto la mobilità drammaturgica e attoriale a cavallo tra XIX e XX secolo.
Si trattava di una civiltà dello spettacolo assai più ariosa e itinerante rispetto a oggi, abituata a solcare gli oceani non soltanto per varcare i confini nazionali, ma per mettere alla prova e rigenerare la propria identità artistica grazie al viaggio. Difatti, per molti interpreti dell’epoca, l’avventura oltreoceano rappresentò la ricerca di un pubblico nuovo, sospesa tra necessità economiche e desiderio di consolidare il proprio percorso creativo, al punto che, quando chiedevano a Eleonora Duse quale fosse il suo paese preferito, lei rispondeva: «La traversata».
Il dialogo ha evocato memorie e profili indimenticabili: da Gilda Mignonette a Eduardo Migliaccio – in arte Farfariello, tra le figure più popolari del teatro leggero di New York -, passando per Vera Vergani, prima attrice di Pirandello, fino a Ria Rosa, punto di riferimento per gli intellettuali antifascisti. Un’attenzione particolare è stata riservata a Rocco De Russo, la cui autobiografia inedita, rintracciata da Cotticelli negli archivi dell’University of Minnesota a Minneapolis, trova oggi spazio all’interno del volume.
Dalla riflessione è emersa con forza la compresenza di due anime contigue ma distinte: da un lato la dimensione celebrata dei giganti delle scene, capaci di conquistare i palcoscenici del Vecchio e del Nuovo Mondo con trionfi monumentali, e dall’altro la fitta rete delle forme popolari e dialettali, una migrazione teatrale minuta e pionieristica fatta di compagnie nomadi in cerca di riscatto e visibilità nelle comunità d’oltremare. Si è delineato così uno spaccato storico vibrante e profondo, in cui l’integrazione culturale si misurava con il senso di sradicamento e con l’incessante contaminazione dei linguaggi. L’opera curata da Cotticelli offre un contributo prezioso alla storiografia dello spettacolo, ricordando quanto la scena italiana abbia saputo rigenerarsi proprio lontano da casa, trasformando la distanza geografica in una straordinaria risorsa espressiva.





