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L’agonia del boia: se seppellire un uomo significa uccidere se stessi

Al Teatro Vascello Baldoffei e Milani portano in scena il tormento di Amleto Poveromo

La sera del 20 luglio la cornice del Teatro Vascello, nell’ambito del Fringe Festival, ha ospitato un’opera destinata a lasciare un’impronta profonda nella memoria del pubblico: Il corpo di Matteotti. Liberamente ispirata al lavoro omonimo di Italo Arcuri e diretta con mano sicura da Andrea Baldoffei – che ne ha curato anche la drammaturgia – la pièce non vuole essere una rievocazione storica, ma un’indagine viscerale e metafisica sulla colpa, l’obbedienza, la solitudine.

Il Corpo di Matteotti: Riccardo Milani, Andrea Baldoffei

Lo spettacolo si apre nel silenzio, o meglio, nel respiro affannoso dei corpi. Per i primi tre minuti, è la sola fisicità a dominare la scena: non c’è parola, solo il movimento di due uomini che lottano con lo spazio e con la materia. Questa scelta di “teatro fisico” non è un mero esercizio estetico, ma una necessità drammaturgica: l’orrore del delitto Matteotti viene ricostruito attraverso un’azione che precede e sostiene la parola, trascinando il pubblico in quel bosco umido alle porte di Roma. Sentiamo, quasi fisicamente, il peso di quel corpo sulle spalle di Amleto, la zavorra di una colpa che non trova riposo.

Andrea Baldoffei, nei panni dello squadrista Amleto Poveromo, offre una prova attoriale di forte  intensità introspettiva. Il suo Amleto è un uomo “fisicamente e mentalmente a pezzi”, un carnefice che si scopre vittima del proprio stesso fanatismo. Vestito di un nero completo gessato, che richiama tanto l’uniforme fascista delle squadre dell’OVRA, quanto l’oscurità morale in cui è immerso, Baldoffei dà voce a un monologo febbrile e allucinatorio; un monologo si, perché è solo lui, con il suo monologo interiore,  a parlare . È qui che emerge il fulcro della rappresentazione e la bravura nella drammaturgia , che prende liberamente spunto dal libro omonimo di Arcuri: il conflitto tra l’identità di “uomo d’azione” e l’improvvisa, lancinante consapevolezza di essere solo un poveromo. Amleto ammette con disperazione di aver bisogno degli altri per “funzionare”, rivelando la vacuità di un’obbedienza che annulla l’individuo. È un’analisi spietata della banalità del male: l’uomo d’azione si sgretola nel buio, rivelando che la sua forza era solo il riflesso di un branco.

Contrapposto a questo nero abissale, il bianco abbacinante del completo di Riccardo Milani. Il suo Giacomo Matteotti è una presenza muta, eppure soverchiante. Milani incarna la purezza di una lotta politica che non si è mai piegata, diventando uno specchio morale in cui si riflette la miseria del suo assassino. In un passaggio scenico di straordinaria potenza, mentre Amleto esce di scena quasi in fuga dalla propria coscienza, il corpo di Matteotti si muove come una marionetta ribelle. Si divincola, cade, si rialza in una danza macabra che testimonia una tenacia sovrumana: è il fallimento del regime nel tentativo di “seppellire” non solo l’uomo, ma l’idea stessa di democrazia.

La regia di Baldoffei, supportata dalle luci taglienti di Giulio Ferro e dal disegno sonoro ossessivo di Alessandro Giannone, trasforma lo spazio del palco in un labirinto sensoriale. Il suono evolve dai rumori naturali di una sera d’estate verso una cacofonia di giudizi. Il finale è un colpo allo stomaco: il muggire delle mucche, innalzato a un volume soverchiante, si fonde con le grida di una folla invisibile. Le “bestie” del bosco diventano il coro tragico della storia che rende omaggio al “condottiero” Matteotti, colui che, a differenza del suo carnefice, ha avuto il coraggio immenso di stare da solo.

Il corpo di Matteotti: Andrea Baldoffei

Lo spettacolo si chiude con un gesto di rassegnata pietà: Amleto adagia Matteotti nella buca, in un atto che non è più violenza ma resa. Il pubblico ha decretato il successo di un’opera che riesce a rendere “vivo” il lavoro di Arcuri, trasformando un fatto di cronaca nera in una riflessione universale sulla dignità umana. Il corpo di Matteotti ci ricorda che, sebbene la terra possa coprire un corpo, non potrà mai soffocare la memoria di chi ha pagato con la vita il diritto di scegliere le proprie parole.

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Il Corpo di Matteotti – regia Andrea Baldoffei, con Andrea Baldoffei e Riccardo Milani, disegno sonoro Alessandro Giannone, luci Giulio Ferro, liberamente ispirato al libro omonimo di Italo Arcuri, patrocinio della fondazione Giacomo Matteotti ETS, Fringe Festival, in copetina Andrea Baldoffei e Riccardo Milani, Teatro Vascello 20 luglio 2026

Foto ©Grazia Menna

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