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La poetica dell’invisibile: Mario Raciti. Opere 1952-2025

Un universo fatto di presenze impalpabili, silenzi e continui rimandi tra pittura, musica e letteratura. Il percorso espositivo racconta il rapporto tra visibile e invisibile.

Dal 1 luglio al 20 settembre 2026 Palazzo Reale di Milano ospita la mostra Mario Raciti. Opere 1952-2025, a cura di Luca Pietro Nicoletti. La ricerca artistica di Mario Raciti è presentata lungo un arco di 70 anni di attività, restituendo al pubblico il lavoro di uno dei più significativi attori dell’astrattismo italiano del secondo Novecento. Palazzo Reale offre l’opportunità al pubblico di visitare gratuitamente la mostra, sposando il principio di libertà della cultura.

Due spiritelli nell’Eden, 1966

Il legame con la città di Milano, nella quale Mario Raciti nasce nel 1934, funge da filo conduttore per l’intera mostra, che ripercorre le diverse fasi dell’evoluzione della sua arte, a partire dai primi lavori risalenti agli anni Cinquanta fino ad arrivare alla sua produzione più tarda del primo decennio del secondo millennio. Le opere oggi in mostra a Palazzo Reale sono state raccolte da collezioni private e pubbliche, compresi numerosi musei italiani ed esteri. Mario Raciti rappresenta una delle figure selezionate per il progetto “Maestri a Milano”, che dal 2014 Palazzo Reale si propone di dedicare agli artisti che hanno trovato in Milano il proprio polo creativo e che hanno vissuto la città come una comunità fatta di arte, letteratura e musica, dove poter vedere evolvere la propria poetica.

La sala che introduce al percorso espositivo si fonda sui motivi poetici dell’arte di Raciti, enfatizzando le sue radici d’ispirazione, che egli ha sempre sottolineato trovarsi nella musica e nella letteratura. Riprendendo le parole dell’artista intervistato da Mariella Gnani: «In modo intenso, al punto che potrei dire che per me musica e pittura sono un incontro necessario. Credo che la musica riesca a esprimere con maggiore libertà e che, per quanto mi riguarda, vada in soccorso alla pittura». Queste parole rendono conto del valore essenziale del contributo di artisti come Mahler e Wagner per la sua produzione artistica. La sala che apre il percorso espositivo rende quindi esplicita una premessa senza la quale sarebbe difficile, e quasi impossibile, comprendere la profonde radici della produzione dell’artista.

Mario Raciti, a 30 anni, dopo aver intrapreso un percorso da avvocato, interrompe la sua professione per dedicarsi interamente alla pittura. A questi anni, difatti, risale il suo esordio, che si associa a una ricerca volta a uscire dall’informale per ritrovare l’elemento narrativo in corpi distesi, nudi, appena segnati dal tratto della grafite, che si appoggiano su grandi distese di tempera bianca. Tra queste figure nasce il tema degli Spiritelli. Nel ’68, immerso in un ambiente storico-politico di rottura con il presente, queste entità prendono forma per rivendicare un’idea di libertà con un sottofondo ironico.

Dalle figure degli Spiritelli il percorso continua esplorando le sperimentazioni spaziali dell’artista attraverso l’immagine del viaggio. L’isola, Percorso e Teleferiche del ’64 è l’opera che domina questa sala, proiettando lo spettatore verso un mondo che si trova sospeso. Il viaggio, inteso come un’esplorazione interiore dei propri limiti e dei propri confini, significa per l’artista un momento chiave di passaggio verso delle presenze trascendenti. Ed è proprio questa esplorazione che segna un periodo che funge da anticamera per i motivi che domineranno tutta la produzione artistica degli anni Settanta con il ciclo delle Presenze-Assenze.

La produzione artistica degli anni Settanta segna un punto di perdita di qualsiasi riferimento figurativo. Le figure che intendevano rappresentare un simbolo o una presenza ormai sembrano perse; ne è rimasta solo una traccia impalpabile e lontana, come un’eco. Dagli echi delle figure emerge un sentimento che potrebbe sembrare di apparente smarrimento, che si rivela invece l’espressione della presenza di un’altra dimensione.

Da un mondo in cui la realtà presente sulla tela era solo un accenno, l’artista, verso il finire degli anni Settanta, riscopre una concretezza figurativa attraverso il racconto del mito. All’interno del ciclo delle Mitologie, Raciti ricerca le radici della condizione umana. Risalire ai sogni ancestrali attraverso l’esibizione di un calligrafismo grafico costituisce per Raciti un ritorno al figurativo necessario per poter indagare un aspetto fondamentale della sua poetica, che lo mettesse in comune non solo con gli artisti del suo tempo, ma con ogni uomo presente in questo mondo.

Il percorso espositivo termina con una sala dedicata agli ultimi decenni di produzione dell’artista, a partire dagli anni Ottanta, quando Raciti decide di abbandonare il segno grafico istintivo e veloce del ciclo delle Mitologie per dedicarsi a una costruzione più meticolosa della tela. Il ciclo dei Misteri, che domina gli anni Novanta, sarà l’ispirazione per il nuovo ciclo dei Why, che a partire dal 2008 costituirà una riflessione sul tema della Crocifissione. La produzione artistica di Mario Raciti, che vediamo scandita negli anni attraverso i diversi cicli, dimostra una continuità instancabile e necessaria tra un ciclo e il successivo, in cui il precedente funge sempre da ispirazione per quello seguente.

La chiave per interpretare la produzione artistica di Mario Raciti è possibile ritrovarla in un percorso continuo, legato ma libero allo stesso tempo da qualsiasi tipo di costrizione dello sguardo. In un’intervista con Mariella Gnani, difatti, l’artista descrive così il modo di porsi davanti a una sua opera: «Con assoluta libertà, senza andare alla ricerca pedissequa di ciò che io ho voluto rappresentare o raccontare».

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Mario Raciti. Opere 1925 – 2025 – A cura di Luca Pietro Nicoletti – Una mostra promossa da Comune di Milano – Cultura – Prodotta da Palazzo Reale e Silvana Editoriale – Palazzo Reale di Milano dal 1 luglio al 20 settembre 2026

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