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Ismene secondo Arvigo: ancorarsi alla vita

L’intenso monologo di Ritsos per il Festival In una notte d’estate

Sotto il cielo delle calde sere di luglio, a Genova Piazza San Matteo si trasforma in un teatro a cielo aperto grazie alla XXIX edizione del Festival In una notte d’estate, organizzato da Lunaria Teatro. Nella serata di sabato 11 luglio, Elena Arvigo (regista e interprete dell’opera) ha regalato al pubblico una performance intensa e profonda con Ismene, secondo capitolo della sua Trilogia delle Stanze ispirata alla Quarta Dimensione di Ghiannis Ritsos.

L’approccio di Arvigo al testo di Ritsos è maturo, rispettoso della densità poetica dell’autore greco e al tempo stesso profondamente personale. Ritsos, poeta della resistenza, internato durante la dittatura dei colonnelli e più volte candidato al Nobel, ha sempre guardato al mito non come repertorio di eroi gloriosi, ma come specchio delle ferite umane. In Quarta Dimensione sceglie deliberatamente di dare voce alle figure minori, quelle che la tradizione ha spesso relegato ai margini. Ismene rappresenta forse l’esito più compiuto di questa operazione poetica.

Nella tragedia di Sofocle (Antigone), Ismene appare come la sorella prudente, quella che sceglie la vita e il rispetto della legge di Creonte piuttosto che seguire l’eroismo tragico di Antigone. Spesso letta come personaggio debole o secondario, in realtà incarna una posizione esistenziale complessa: la scelta della sopravvivenza, della misura, della cura del quotidiano di fronte alla hybris dell’assoluto. Ritsos la pone al centro di un monologo retrospettivo, ambientato dopo la catastrofe: dopo la morte di Edipo, dopo la guerra fratricida tra Eteocle e Polinice, dopo il crollo di Tebe. Ismene parla quando tutto è già finito, e proprio per questo la sua voce diventa immensa: è la voce di chi resta, di chi ricorda, di chi tenta di rimettere ordine tra le macerie.

Elena Arvigo incarna questa Ismene con un’intensità controllata e una presenza scenica che riempie lo spazio senza forzature. Vestita interamente di nero per la maggior parte dello spettacolo, Arvigo incarna il lutto, l’ombra protettiva e il tentativo di nascondersi. Il nero diventa metafora di un’esistenza vissuta nel rifugio del dolore e della discrezione. Poi, nel momento culminante del monologo, avviene la trasformazione: l’attrice si spoglia del nero e avvolge il proprio corpo in un telo di pizzo bianco.

«La morte non è nera, è bianca perché non ti puoi nascondere dal bianco». Questa frase, potente e di grande suggestione, diventa il cuore visivo e drammaturgico dello spettacolo. Il bianco accecante, luminoso, impietoso del pizzo rappresenta la verità nuda, la resa finale, l’impossibilità di sfuggire alla fine. Il pizzo, oggetto domestico carico di valore simbolico femminile, accompagna Ismene verso la morte con delicatezza e crudeltà insieme. È una scelta registica e attoriale di grande intelligenza, che lega il corpo dell’attrice al testo poetico in modo organico e profondamente teatrale.

La scenografia vive di un continuo contrasto: essenziale, costruita attorno a pochi oggetti quotidiani disposti con apparente disordine, domestica eppure capace di dilatarsi e risuonare nello spazio ampio della piazza. Questo minimalismo contrasta con la monumentalità storica di Piazza San Matteo, creando una tensione visiva e simbolica efficacissima: la grandezza del mito e della storia contro l’intimità fragile dell’esistenza individuale.

Uno degli aspetti più riusciti dello spettacolo è la capacità di Arvigo di tenere insieme la fedeltà al testo di Ritsos e una lettura profondamente contemporanea. Ismene non è solo la sorella che ha scelto la vita: è la custode della memoria, colei che si prende cura dei morti e dei vivi rimasti. In un mondo che continua a celebrare eroi e gesti eclatanti, la sua resistenza silenziosa, fatta di piccoli gesti e di un ostinato attaccamento alla vita, assume un valore politico e umano profondo. È una figura che parla potentemente al presente: a chi sopravvive alle crisi, a chi cura le ferite invisibili, a chi rifiuta l’eccezionalità tragica per affermare il diritto all’ordinario.

Elena Arvigo dimostra ancora una volta di essere una delle voci più sensibili del teatro contemporaneo nel dare corpo e voce alle figure femminili del mito e della storia, spesso relegate ai margini. La sua Ismene è fragile e forte al tempo stesso: una donna che non trionfa, ma resiste; che non urla, ma persiste.

Festival come In una notte d’estate sono preziosi proprio perché creano occasioni come questa: momenti in cui il teatro classico dialoga con il pubblico contemporaneo in spazi aperti, rendendo accessibile un’arte che rischia altrimenti di diventare elitaria. Lunaria Teatro si conferma un punto di riferimento nel panorama culturale genovese, mantenendo viva la tradizione del teatro in piazza senza rinunciare a proposte di alto livello artistico.

In un’epoca dominata da schermi e solitudini digitali, festival come questo mantengono viva una delle funzioni più antiche e preziose del teatro: occupare lo spazio pubblico, trasformare una piazza storica in luogo di condivisione e riflessione collettiva. Piazza San Matteo, con le sue pietre medievali e la sua architettura solenne, non è stata semplice cornice, ma vera co-protagonista dello spettacolo. Riportare il teatro in piazza significa resistere alla privatizzazione dell’esperienza culturale e riaffermare il suo carattere comunitario e democratico. Serate come questa dimostrano quanto sia ancora necessario e vitale un teatro che respira all’aria aperta, in dialogo diretto con la città e con il suo pubblico.

Uno spettacolo che conferma la maturità artistica di Elena Arvigo e ricorda quanto il mito, quando incontra un’interprete capace di restituirne tutta l’umanità, continui a parlare con forza al nostro presente.

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Ismene di Ghiannis Ritsos – traduzione di Nicola Crocetti – con Elena Arvigo – regia Elena Arvigo – disegno Luci Pietro Sperduti – scene e costumi Elena Arvigo in collaborazione con Maria Alessandra Giuri – produzione SantaRita & Jack Teatro. Genova, 11 luglio 2026

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