Una serata attraverso i grandi film del regista romano
Ieri sera, al Cinema in Ascolto Gabriele Mainetti si è messo a disposizione di tutti e ha ritrovato i suoi amici, Silvia Mazzotta e Luca Monti dell’Associazione Marte 2010, compagni di scena durante il percorso attoriale dello stesso Mainetti. È la situazione di quando un amico di lunga data viene a far visita alle persone del suo tempo, con cui ha condiviso emozioni e un palcoscenico. Silvia Mazzotta e Luca Monti, nel piccolo salotto all’aperto, hanno intrattenuto il regista de Lo chiamavano Jeeg Robot in una serata particolare come quella dedicata ai corti cinematografici, percorso registico da cui è partito Mainetti e dove ha potuto giocare, nel vero senso della parola, con immagini ed evocazioni.

Da sinistra: Luca Monti, Gabriele Mainetti, Silvia Mazzotta
Laureatosi al DAMS di Bologna in Storia e Critica del Cinema, vola a New York per frequentare la Tich School of Arts, seguendo corsi di regia, direzione della fotografia, produzione e sceneggiatura. Per la sua formazione attoriale, Mainetti frequenta scuole di recitazione, tra cui quella di Beatrice Bracco, Nikolaj Karpov e Michael Margiotta.
Esordisce proprio con il cortometraggio nel 2008 dal titolo Basette con Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Daniele Liotti e Luisa Ranieri. Il corto riceve molti riconoscimenti ed è candidato al Nastro d’Argento nel 2008. Successivamente, si presenta con il corto Tiger Boy (pellicola concepita dalla sua stessa casa di produzione fondata nel 2011, Goon Films) dove quest’ultimo viene selezionato dall’Academy of Motion Pictures Art and Sciences tra i dieci finalisti per la nomination all’ottantaseiesima edizione del Premio Oscar nella categoria cortometraggio.
Con la stessa casa di produzione, arriva il grande trampolino di lancio che lo porta al grande successo: nel 2015 realizza il suo primo lungometraggio, Lo chiamavano Jeeg Robot, presentato in anteprima alla decima edizione della Festa del Cinema di Roma e successivamente al Lucca Comics & Games del 2015, ottenendo sedici nomination ai David di Donatello 2016, di cui sette statuette vinte, tra cui miglior produttore, miglior regista esordiente e il Mercedes-Benz Future Award assegnati allo stesso Mainetti.
Nel 2021 torna con nuovo film della stessa casa di produzione, il suo Freaks Out, ottenendo sedici nomination ai David di Donatello nel 2022 di cui sei statuette vinte, una tra cui come miglior produttore. Nel 2025 esce il suo terzo film, La città Proibita con protagonisti Liu Yaxi ed Enrico Borello, insieme a Sabrina Ferilli, Luca Zingaretti e Marco Giallini, che ha avuto un grandissimo successo di pubblico, ricevendo sette nomination ai Nastri d’Argento nel 2025 e otto candidature ai David di Donatello nel 2026.
Mainetti si dedica inoltre alla produzione di pellicole come Denti da squalo, Il più bel secolo della mia vita ed Elf me, tre produzioni che usciranno nel 2023.
Grande appassionato di Pulp Fiction e cultore del cinema del cineasta coreano Wong Kar-wai, regista di Hong Kong Express,ieri sera Mainetti, in una serata di mezza estate, è venuto a far visita agli spettatori della rassegna per raccontarsi un po’, senza fronzoli o ipocrisie, ma come un conoscente e una persona di grande successo che è rimasta umile, nonostante gli impegni e la grande carriera.
A prendere la parola è Silvia Mazzotta, che prende spunto dal tema della serata, dedicata ai cortometraggi, per chiedere a Mainetti una riflessione sull’esperienza e sull’importanza della realizzazione di un cortometraggio prima di approdare al lungometraggio. Gabriele Mainetti non ha esitazioni: è necessario e obbligatorio conoscere il linguaggio del cortometraggio proprio per comprenderne le sfumature della sperimentazione e trarre spunto dai grandi maestri del cinema per cercare una propria identità all’interno della comunicazione del cortometraggio, che ha sicuramente una metrica più ristretta, breve ma efficace e diretta. Prima di arrivare al successo de Lo chiamavano Jeeg Robot, Mainetti ha diretto e composto dodici cortometraggi prima di lanciarsi nel viaggio dei lungometraggi, film che sono arrivati dopo aver preso coscienza della sua consistenza registica dai tratti identitari molto forti. Un bravo regista può definirsi tale una volta che ha fatto un buon cortometraggio, partendo da una piccola e breve storia con tutte le spese economiche ridotte, ma che permettano la buona riuscita di un corto degno di nota. È la scuola del cortometraggio a segnare la strada e il destino di un regista. Gabriele Mainetti racconta la sua perplessità nel vedere il poco approccio dei giovani cineasti verso il cortometraggio viste soprattutto le tecnologie avanzate di adesso, come anche l’uso stesso del telefono, per comporre in poco tempo e con poche spese un buon prodotto. Insomma quello che conta alla fine non è tanto la quantità di film, ma quanto la qualità e talvolta, dice Mainetti, viene dettata sempre dal codice del cortometraggio.
La domanda posta stavolta è sul teatro e sui fondamenti basilari che può fornire per l’interpretazione attoriale cinematografica e di come sia il rapporto del regista Mainetti con i suoi attori. Mainetti sottolinea la sua esperienza attoriale come elemento fondamentale della sua carriera registica. Molti attori, anche i più affermati, si sono rivolti e affidati a lui proprio per il suo campo di visione esteso che va oltre il confine della conoscenza registica. La sua spasmodica ricerca dell’attore perfetto lo porta a condurre lunghi casting prima di avere l’interprete adatto per i suoi personaggi. Ed è proprio dai personaggi, che lui inizia il suo percorso di scrittura di una narrazione, è la chiave emblematica del suo modo di fare cinema. Ricalca molto sull’incredulità di molti che il cinema americano non si possa mescolare o comunque portare nei film italiani e ricorda che la contaminazione cinematografica è sempre esistita. Basta solo pensare a come le scene di combattimento americane vengano riprese dai film di Bruce Lee, per cui è inevitabile un mélange tra i vari generi cinematografici come anche tra le varie culture mondiali. E quando questo avviene, diventa un arricchimento senz’altro personale, un percorso imprescindibile da fare durante la carriera cinematografica.
Mainetti è stato definito come il Tarantino italiano: è una nomea che apprezza, ma che comunque non gli appartiene, dice il regista, per il semplice fatto di non riuscire a essere di quella grandezza, pur lasciandosi ispirare da quella scuola di linguaggio e di pensiero di Sergio Leone, Tarantino o di Spielberg.
Per Mainetti, un regista diventa bravo se dirige i film senza diventare un atto di propaganda. Citando Park Chan-wook, il regista di Old Boy, «Il cinema politico quando rimane cinema va bene. Quando rimane solo politico, allora è propaganda». Quello che deve esser risaltato è l’arte e non il pensiero politico in sé, senza seguire schieramenti ma puramente libero di esprimersi, andando oltre qualsiasi posizione politica, seguendo certamente le cause internazionali. Per Mainetti «Il mio intento sociale e politico deve uscire dal cinema che racconto».
È una persona dalle mille risorse Mainetti. Alla domanda di Luca Monti sulla musica, Mainetti scopre a tutti i presenti il suo mondo nascosto sulla musica. Proveniente da una famiglia di musicisti, Mainetti ha imparato a suonare il pianoforte insieme a sua nonna e aveva in casa un musicista come lo zio paterno. Mainetti sperimenta anche sulla musica: dal pianoforte alla chitarra conoscendo vari generi tra cui quello classico, rock, jazz, dalla composizione all’arrangiamento sul computer. Ecco svelata la sua collaborazione con i compositori Michele Braga, Fabio Amurri e con Emanuele Bossi nella scelta e nella composizione musicale delle colonne sonore dei suoi film: “Addirittura faccio questa cosa come compositore: quando prendo la scena, la guardo e uso il metronomo per trovare il ritmo di quella scena e poi inizio a scrivere. Penso a una linea melodica, se serve, e poi alla componente più armonica e ritmica”. Ecco la chiave di lettura musicale nella narrazione dei suoi film.
È tempo delle domande tra il pubblico ed è il mio turno. Gli chiedo se i suoi personaggi emarginati dalla Società devono passare attraverso la fase “cinica” dell’Antieroe per diventare un Eroe e se il rifiuto degli altri provoca nei personaggi un senso di rabbia che mette in atto un percorso per scoprire la propria forza e umanità. A Mainetti piace raccontare gli ultimi e si è trovato nel raccontarli anche con lo sceneggiatore Nicola Guaglianone. In ogni film, anzi in ogni finale, si cela un messaggio di speranza. Lavora sui personaggi che difficilmente fanno fatica a riconoscersi negli altri, ma nel momento del confronto con un altro, come con una figura femminile come Alessia in Lo chiamavano Jeeg Robot, arriva l’elemento catartico che porta alla rinascita. Lo stesso percorso avviene nel personaggio di Matilde di Freaks Out: nel fisico non ha elementi di mostruosità, se non quello di emanare scosse elettriche a chiunque le si avvicini. Ma quando lei scava a fondo nel suo dolore, lo riconosce come tale ed è lì che esce fuori quella “mostruosità” che la tratteneva. I suoi personaggi rappresentano simbolicamente quello che siamo, nella nostra essenza che ancora fa fatica a conoscere quale sia il bene e il male. Tutti noi abbiamo quel lato nascosto o oscuro che difficilmente viene accettato, ma una volta riconosciuto, l’incontro con gli altri diventa più conciliante.
Ho la possibilità di un’altra domanda e mi riallaccio al discorso dei cortometraggi e all’esperienza attoriale di Mainetti. Per i giovani registi, è fondamentale il percorso dell’attore per conoscere un altro punto di vista e come questo possa influire nella visione completa del regista? Mainetti prontamente risponde dicendo che non tutti devono per forza aver fatto gli attori per diventare registi. Paolo Sorrentino, Matteo Garrone, sono grandi registi senza esser attori. Il tutto è racchiuso nella ricerca registica. Sicuramente il percorso attoriale lo ha aiutato molto nell’empatia con gli attori. Sottolinea però, una sola condizione: come dice Tarantino, il regista non è un insegnante di recitazione degli attori, ma deve semplicemente aiutarli ad esprimersi. Quando questo avviene, l’attore si sente accudito e si crea una grande intesa. Mainetti racconta l’aneddoto di Claudio Santamaria durante i provini per Freaks Out: aveva già girato con lui Lo chiamavano Jeeg Robot, ma voleva comunque mettersi alla prova con i provini che, inizialmente, non avevano convinto il regista. Rifacendoli nuovamente, Santamaria si è messo in gioco proprio per poter vincere il ruolo di Fulvio, l’”uomo bestia” affetto da ipertricosi, interamente ricoperto di peli e dotato di forza sovrumana.

Di progetti futuri poco se ne parla: qualcosa è in corso con Stefano Bises e e Davide Serino, gli stessi autori de La Città Proibita, ma meglio non approfondire.
Dopo aneddoti, ricordi finali fra i tre interlocutori nell’esperienza di spettacoli teatrali portati in scena insieme, Gabriele Mainetti esce di scena, lasciando una scia fondamentale nel nuovo panorama cinematografico di genere, che fa molta fatica a trovare strada e seguaci in questo percorso, ma dove la scintilla di un cinema sperimentale diverso non smette mai di brillare e di essere guida anche di giovani cineasti che vogliono cimentarsi in questa nobile arte. Peccato aver avuto poco tempo a disposizione per fargli domande dirette solo per scoprire altre curiosità che rimangono forse misteriose di questo brillante regista. Chissà cos’altro ancora avrebbe avuto da raccontare.
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Il Cinema in Ascolto – La manifestazione è realizzata da We Break Production, in collaborazione con Marte 2010 e Associak, con il patrocinio di Zètema Progetto Cultura – Direzione Artistica Gianni Aureli – Direzione Tecnica Cristiano Ananìa – sono presenti Luca Monti e Silvia Mazzotta dell’Associazione Marte 2010 – L’ingresso a tutte le serate è gratuito con prenotazione delle cuffie fino a esaurimento disponibilità – Parco del Polo Civico di Viale Aldo Ballarin dal 4 al 17 luglio
© Foto di Grazia Menna





